7 luglio 2003
Laganà Santo, di anni 60. Facoltoso imprenditore calabrese, sposato, tre figlie residenti a Roma, a ottobre aveva venduto la cava d’argilla a Reggio Calabria, prima fornitrice di materiale per le mattonelle del sud
Laganà Santo, di anni 60. Facoltoso imprenditore calabrese, sposato, tre figlie residenti a Roma, a ottobre aveva venduto la cava d’argilla a Reggio Calabria, prima fornitrice di materiale per le mattonelle del sud. Col ricavato aveva comprato da un attore una lussuosa villa immersa nella valle del Giovenzano, a Ciciliano, 80 chilometri a nord est di Roma. Nella dépendance aveva trovato il custode assunto dal precedente proprietario, Miai Zara, di anni 45, romeno, sua moglie e due figlie. Piuttosto che andare in cerca di nuovi dipendenti, il Laganà gli aveva confermato l’impiego. Prese a trattare il Miai come uno di famiglia ma, appassionato di allevamento, gli appioppò quattro mucche, trenta conigli, dieci cani da caccia e undici pernici. Il Miai protestò per il lavoro maggiorato e chiese più soldi. Capì che non li avrebbe ottenuti mai la sera di venerdì 27 giugno, nel giardino della villa. Afferrò allora la mannaia e la calò per venti volte sul Laganà, accanendosi soprattutto su torace, gamba destra e carotide.