23 giugno 2003
Piscitello Sergio, di anni 40. Ragazzone dai capelli rossi, sordomuto, viveva a Roma, nel quartiere africano, in un appartamento con grate alle finestre, a impedirgli il lancio di mobili, suo sfogo nei momenti d’ira
Piscitello Sergio, di anni 40. Ragazzone dai capelli rossi, sordomuto, viveva a Roma, nel quartiere africano, in un appartamento con grate alle finestre, a impedirgli il lancio di mobili, suo sfogo nei momenti d’ira. In casa con lui la madre Cela Elvira, ex professoressa d’inglese al liceo Tasso, e il padre Salvatore, di anni 75, ex dentista, uno studio all’Ostiense venduto da tempo, taciturno, collezionista dilettante d’armi antiche. Gli abitanti della zona li vedevano girare spesso in tre, mano nella mano, per il consueto giro che piaceva al Piscitello: caffè d’orzo e cornetto al bar sotto casa, il chiosco dei giornali a piazza Acilia, il negozio di hi-fi e videocassette Fantasyworld di viale Eritrea, per comprare videocassette che gli erano indispensabili per passare il tempo. L’altra sera s’infuriò perché un film non si vedeva bene. Tentò di spaccare il televisore, ma questa volta, a differenza delle altre dieci, non vi riuscì. Deluso, ingollò tranquillanti e si buttò a dormire. Dopo una mezz’ora, si era intorno alle 21, il padre s’accostò al suo letto e lo uccise con due proiettili al torace, sparati col vecchio revolver che aveva appena prelevato dalla cassaforte. Venerdì 13, in un signorile e ampio appartamento con terrazzo in via Lucrino, tra alberi di acacie, Roma.