Antonio Debenedetti, Corriere della Sera, martedì 10/06/2003, 10 giugno 2003
E’ un work in progress inatteso, coinvolgente, quello di cui diamo qui alcune, rapide anticipazioni
E’ un work in progress inatteso, coinvolgente, quello di cui diamo qui alcune, rapide anticipazioni. Anna Proclemer ha scritto, sta infatti scrivendo una lunga lettera d’amore a suo marito Vitaliano Brancati. Il testo incomincia così: "Nusso caro (questo era il nome dello scrittore nell’intimità), sono stanca e disperata. Non ho più voglia di lottare". Segue la confessione ”eroica”, a tratti coraggiosamente impudica d’una donna sola, d’una grande attrice (il teatro è il vero coautore, il complice di questo monologo epistolare) che, a quasi mezzo secolo dalla morte dello sposo, denuncia a chiare note di essere stata una compagna difficile, innamorata più del romanziere Brancati, delle sue straordinarie fantasie che dell’uomo, del timido e appassionato Vitaliano. Ci vuole audacia a dichiarare quanto segue: "Avevo letto i tuoi libri e ne avevo assaporato la sensualità e la sapienza amorosa. Sapevo che tu avresti potuto essere un raffinato Pigmalione. Io non avevo remore o inibizioni, mi sentivo ricettiva e appassionata; avresti potuto modellarmi come volevi, avresti potuto fare di me una splendida amante, solo che...Ti sembrava di contaminare un essere celeste. Trattenevi la tua sensualità, tacciandola di lussuria. I nostri abbracci divennero via via più casti. Mi trattavi, per eccesso di venerazione, come una di quelle mogli dell’800, col lungo camicione e lo sportellino all’altezza del sesso. Una volta, a Zafferana Etnea, abbracciandomi sul letto avvicinasti per un attimo la bocca all’incrocio delle mie cosce e subito ti tirasti indietro. ”Stavo per fare una cosa contro natura...” ti sentii mormorare". Ho accennato al teatro. La Proclemer racconta il suo sentimento di moglie colpevole e insieme incolpevole come fosse al centro della scena, senza censure o fuorvianti pudori. Riferisce alla platea tutto quanto può essere utile a saperne di più su Brancati, su uno scrittore che con le passioni nate dalla carne si misurava a ogni pagina, a ogni riga della sua opera. La Proclemer ci mostra, in altre parole, contraddizioni, slanci, turbamenti d’un Brancati intimo. D’un marito con le radici in una Sicilia ancora imbevuta di pregiudizi ottocenteschi e viceversa di un intellettuale con la mente aperta alle inquietudini, alle curiosità, alle idee del Novecento più avanzato. "Ci sposammo il 22 luglio 1946, nella cripta della chiesa ancora in costruzione di Piazza Euclide. Ci sposammo, unica nota originale per quel tempo, nel tardo pomeriggio, coi soli testimoni e i miei genitori. Il ricevimento di nozze fu un aperitivo in un bar di Viale Parioli e una cena a Piazza Navona. No, ci fu un’altra cosa originale. Avevo stabilito le date in modo che il matrimonio avvenisse in un giorno in cui prevedevo di avere le mestruazioni. Avevo sempre odiato l’idea delle coppie che si precipitano in un letto dopo il ”sì”. Nei due giorni che restammo a Roma tu dormisti a casa nostra in uno stanzino accanto alla cucina. La mattina ti portavo il caffè e ci baciavamo castamente". Come sono crudeli il gusto, l’intelligenza della borghesia quando scelgono la strada dell’inimitabilità! In ogni caso, appena ho ricevuto la grande busta arancione con il dattiloscritto della Proclemer, ho incominciato a leggere e sono arrivato alla fine senza poter smettere. Ci sono, infatti, molte cose in questa confessione epistolare. C’è la Roma buia dell’occupazione nazista. Si fa spazio alle tenerezze d’una giovanile relazione con il regista e traduttore Gerardo Guerrieri. Vi sono apparizioni indimenticabili come quella d’un galante, disinvolto Vittorio De Sica che, vestito d’un logoro cappotto di cammello, porta sulla canna della bicicletta la Proclemer ventenne, versandole ”nell’orecchio teneri sussurri galanti”. Certo lei era bellissima, tanto da giustificare più avanti l’inquieta, tormentosa gelosia dell’insicuro, cerebrale, complicatissimo ma disarmato e dolce Brancati. Parlavo di monologo epistolare. La voce senza incrinature di una donna come la Proclemer, protagonista non solo sulla scena, sembra a ogni pagina, a ogni periodo resuscitare una figura di fiamma. Quella di uno scrittore, di un uomo, che ha qualcosa di ardente e insieme di fragile. Proprio come se il catanese Vitaliano, il tenero sposo troppo innamorato della celebre attrice e intimidito dall’enormità di questa sua così importante passione quasi non reggesse, quasi non sopportasse il confronto con l’altro lui. Con l’audace, spigliato romanziere che sapeva far suonare tutte le corde burlesche o anche tragiche del cosiddetto gallismo. Questo singolare, implicito confronto d’un uomo mite, vulnerabile con il suo prepotente doppio artistico conferisce un’avvincente urgenza drammatica al racconto coniugale della Proclemer. Fatto sta che anche le verità più scomode trovano posto in queste pagine. "Nusso, quasi mezzo secolo che non ci sei più...I primi anni, sai, ero presa dalla scoperta di me stessa e del mondo, vitalisticamente impegnata nel mio lavoro...La mancanza di te, in quei primi anni della tua scomparsa, non mi è pesata molto...". Una confessione esibita fin quasi alle soglie del rito sacrificale, come questa della Proclemer, prende corpo guardando a una platea. La sincerità privata, gli esami di coscienza sono un’altra cosa. Si esprimono attraverso il linguaggio castigato della penitenza, con i suoi gridi smorzati e le sue allusività. Qui invece il linguaggio, che passa dal parlato ammiccante del cabaret ai toni alti d’una tragedia sia pure adattata alle quattro mura borghesi, invoca sempre e comunque la ribalta. Sentite: "Per paura di sembrarti una puttana, mi ritirai in un mio segreto guscio di riserbo; affettuoso, elegante, misterioso e purtroppo venato da qualche senso di colpa...C’erano ancora ore bellissime, fascinose. Quando mi leggevi Il bell’Antonio, via via che lo andavi scrivendo".