Paolo Mieli, ཿCorriere della Sera 1/7/2003, 1 luglio 2003
Il velo. Risposta di Paolo Mieli a un lettore sul tema dell’uso del velo islamico nelle scuole: "Alle insegnanti musulmane, lei dice, deve essere proibito di portare lo hijab perché rappresenterebbe una forma di ”condizionamento” nei confronti degli studenti; alle alunne islamiche, invece, va concesso di portare quel velo in omaggio al principio della libertà d’espressione
Il velo. Risposta di Paolo Mieli a un lettore sul tema dell’uso del velo islamico nelle scuole: "Alle insegnanti musulmane, lei dice, deve essere proibito di portare lo hijab perché rappresenterebbe una forma di ”condizionamento” nei confronti degli studenti; alle alunne islamiche, invece, va concesso di portare quel velo in omaggio al principio della libertà d’espressione. Un principio che ci induce a distinguere tra il velo inammissibile - quello che impedirebbe l’identificazione: nelle foto sui documenti e in qualsiasi occasione fosse necessario accertare l’identità di un individuo - e il velo lecito, quello che in occasioni pubbliche e private segnala null’altro che l’identità religiosa di chi lo porta. Al primo non si può dire di sì, al secondo non c’è alcun motivo di dire di no. E allora perché in Francia un fronte variegato si oppone anche allo hijab per le studentesse? Perché ritiene che quel velo sia qualcosa di più di una manifestazione della propria identità religiosa equivalente a quello che può essere per una studentessa cattolica la croce o per un’ebrea la stella di Davide al collo. Considerano, quei politici e intellettuali francesi, che nell’attuale particolarissimo contesto storico quel velo sia anche - o soprattutto - una ”divisa”: una divisa che gran parte delle ragazze islamiche residenti in Europa sono obbligate a indossare dalla loro comunità d’appartenenza; una costrizione messa in atto, tra l’altro, proprio nel momento in cui persino nei Paesi arabi più retrivi in materia di diritti [...] sta sviluppandosi una battaglia delle donne proprio contro quel velo e altre forme di sottomissione femminile. Quanto ai suoi rilievi sulle contraddizioni in cui ci fanno cadere questi ragionamenti, lei ha ragione, caro Ceccanti; ma valgono per le studentesse così come per le insegnanti a cui dovremmo vietare il velo in presenza di quello stesso crocefisso sulla parete di cui lei parla, correndo il rischio di incappare nell’identica eterogenesi dei fini per cui quelle docenti sarebbero spinte a lasciare la scuola pubblica e a orientarsi verso istituti privati. Infine, se concediamo alle studentesse musulmane di portare la loro ”divisa”, è chiaro che questo identico diritto dovremo concederlo a tutti i ragazzi: con conseguenze che lei può facilmente immaginare. Ma le riconosco che è difficile, molto difficile, venir fuori da questo garbuglio senza derogare a qualcuno dei nostri principi liberali".