(Siegmund Ginzberg ཿl’Unità 26/6/2003 pagina 1), 26 giugno 2003
"I pozzi, che così brillantemente [gli americani] avevano salvato dalle cariche piazzate dai fedeli di Saddam, non pompano ancora, in parte perché cominciano a saltare ora che tutto dovrebbe essere sicuro, soprattutto perché qualcuno ha fatto man bassa di parti e pezzi di oleodotto
"I pozzi, che così brillantemente [gli americani] avevano salvato dalle cariche piazzate dai fedeli di Saddam, non pompano ancora, in parte perché cominciano a saltare ora che tutto dovrebbe essere sicuro, soprattutto perché qualcuno ha fatto man bassa di parti e pezzi di oleodotto. A Baghdad, che non si era mai ripresa del tutto da caos e saccheggi, è andata di nuovo via la luce. ”Sabotaggio”, dice il proconsole Paul Bremer. Eppure s’era detto che il danno inflitto alle infrastrutture era incomparabilmente più lieve di quello prodotto durante la guerra del 1991, quando le centrali erano state martellate dai bombardamenti. Avevano ripristinato, si dice, la corrente in 40 giorni. Qualcuno ha anche un’altra spiegazione: "La differenza principale è che allora avevamo uno Stato. Tutti lavoravano 24 ore al giorno. Avevamo salari molto alti. Ci riempivano di soldi", dice Hassan all’inviato del ”Financial Times”. Un nostalgico di Saddam? Un nemico degli americani? Non proprio. Mohsen T. Hassan è il direttore generale del ministero dell’Energia. Sulla sua scrivania ha il progetto da 680 milioni di dollari aggiudicato in appalto alla statunitense Bechtel. Ma non uno Stato che lo faccia eseguire".