Varie, 17 giugno 2003
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Coetzee John
• Michael Cape Town (Sudafrica) 9 febbraio 1940. Scrittore. Premio Nobel 2003 • «Autore di otto romanzi, tra cui Vergogna, professore di letteratura a Cape Town, poi a Chicago, attualmente in Australia [...] il primo scrittore a ricevere due volte il prestigioso Booker Prize. [...] "Sono uno scrittore professionista. Delle due professioni che ho esercitato nella mia vita - professore universitario e scrittore - nel complesso preferisco la seconda. Non ho grandi doti naturali come insegnante [...] Ormai sono quasi in pensione dall´insegnamento. Ma finché ho potuto, ho usato l´insegnamento come uno strumento per creare un impegno diretto con i testi"» (Irene Bignardi, "la Repubblica" 17/6/2003) • «Nel suo passato di scrittore c´è il record prestigioso e unico di essere stato due volte premiato al Booker Prize, con Vergogna nel 1999 e, andando a ritroso nel tempo, con The life & Times of Michael K. nel 1983 (ma nel 1999 a ritirare il premio non ci andò, mandò al suo posto il suo editore e non concesse interviste se non via e-mail, nemmeno al ”Newsweek”). Si nasconde dietro il diritto alla privacy, dietro l´ovvia e giustissima affermazione che i libri parlano da soli, dietro il rifiuto di parlare di certe cose (quelle personali). Non è mai stato un uomo capace di giocare al gioco sociale e letterario, soprattutto se il gioco significa essere ”gentile” con i suoi ammiratori. un personaggio capace - me lo dice la mia unica e sofferta esperienza di intervista e-mail - di rispondere semplicemente ”no”. C´è chi ricorda di avergli sentito dire, all´epoca in cui ancora si concedeva a qualche ”reading” dei suoi libri, seguito dalle inevitabili domande, ”francamente no”, e punto. A sua giustificazione il testimone di questa occasione dice che la domanda era molto stupida. Questo, per quel poco che se ne sa, è l´uomo (l´uomo pubblico, ma c´è, nascosto da qualche parte, e misterioso, anche un´altra versione, l´uomo privato) dietro il grande scrittore sudafricano che ha vinto il premio Nobel per la letteratura alla sua centoduesima edizione [...] secondo sudafricano della storia del premio, dopo Nadine Gordimer, che lo conquistò nel 1991. [...] Figlio di un´insegnante e di un avvocato che lavorava per il governo - e che nel 1948, quando John Michael aveva solo otto anni, per una differenza di vedute con il governo dell´apartheid, fu costretto a lasciare il suo lavoro e a diventare allevatore di pecore nella provincia di Worcester. Dopo gli studi in Sud Africa il giovane J. M. ha studiato informatica in Inghilterra, poi, nel 1969, ha preso un Ph.D. in letteratura all´Università del Texas. Ha insegnato all´Università di Cape Town fino al 1983, poi alla State University of New York a Buffalo, alla Johns Hopkins, a Harvard. Nel 1963 si è sposato, nel 1980 ha divorziato (e pare che il divorzio, visto la chiusura di carattere del nostro, fosse atteso da tutti). Dal suo primo matrimonio ha avuto un figlio - perito in un incidente all´età di ventitré anni - e una figlia. [...] Il resto, a parte i premi e il successo, è silenzio. Anche se il suo silenzio non può impedire che qualcuno lo descriva, che qualcuno forgi per noi una sua immagine: come lo scrittore Rian Malan, che ci offre il ritratto di un moderno trappista: ”Un uomo di disciplina e dedizione quasi monacale. Non beve, non fuma, non mangia carne. Percorre in bicicletta grandi distanze per restare in forma e scrive almeno per un´ora ogni mattina, sette giorni alla settimana. Un collega che ha lavorato con lui per più di dieci anni dice di averlo visto ridere una volta. Una nostra comune conoscenza è stata a molte cene in cui Coetzee non ha mai pronunciato una sola parola”» (Irene Bignardi, ”la Repubblica” 3/10/2003). «Per J.M. Coetzee la scrittura è la misura del mondo. Spero che nell´enfasi nobelesca non si metta troppo l´accento sul suo essere narratore sudafricano, facendo del suo successo una questione geopolitica più che letteraria. L´equivoco è possibile, addirittura, aggiungo, ha un suo indiscusso fondamento: Coetzee ha sempre preso posizione contro le discriminazioni razziali e ha sofferto il suo essere parte di una minoranza bianca e prevaricatrice in un paese di neri. In tempi lontani, quando da noi era ancora poco noto, qualcuno, per come parlava e scriveva, pensò addirittura che fosse uno scrittore nero e forse nella sua anima tormentata è arrivato a pensarlo qualche volta anche lui. Del resto non sono proprio gli scrittori demandati a farsi carico delle anime altrui nelle quali si immedesimano, fino a creare materialmente l´altro, il personaggio? J.M. Coetzee ha comunque giocato molto con la sua, di anima, lavorando in terza persona e facendo crescere sulla carta, in Infanzia e poi in Gioventù il bambino e il ragazzo che era stato. Infanzia racconta la vita di un bambino nella provincia sudafricana. Questo bambino appartiene ad una famiglia piccoloborghese non priva di velleità, ma il padre si rivela presto un perdente, sicché cardine della famiglia è la madre. lei a proteggerlo, anche se non sempre sembra in grado di proteggere se stessa e lui capisce, in maniera sempre più profonda, la falsa posizione della famiglia che vorrebbe essere diversa, ma non ne ha i mezzi. In Sudafrica in meticci erano dei paria: i bianchi avevano il diritto di chiedere loro servizi e perfino di maltrattarli. Così la madre era abituata, quando si rompeva qualunque cosa in casa, a chiamare un meticcio perché l´aggiustasse. Naturalmente nulla garantiva che il meticcio sapesse cosa fare, ma lei si comportava così. Accade ad un certo punto che la famiglia, la quale per via del padre ha problemi finanziari, debba dei soldi proprio ad un meticcio, Mr. Golding. Per ammorbidirlo la madre gli offre una tazza di tè, ma appena lui esce c´è una discussione: che fare della tazza? A quanto pare, si dice, quando una persona di colore ha bevuto in una tazza bisogna romperla. Alla fine la madre si limita a lavarla con la candeggina. Quel gesto è più eloquente di una predica antirazzista. I personaggi di Infanzia vivono di contraddizioni, impegnati come sono a sembrare qualche cosa d´altro. A scuola il piccolo protagonista, da buon primo della classe, ha il privilegio di non essere mai picchiato con la verga come capita a tutti gli altri. Vorrebbe quasi che l´incantesimo si rompesse, che qualcuno lo battesse facendolo rientrare nella normalità (tutti gli adulti parlano delle bastonate ricevute a scuola), ma nello stesso tempo ha il terrore d´essere toccato. Più in là nel tempo, sempre per cercare un piccolo privilegio, dichiarerà in un´altra scuola di essere cattolico romano, ma verrà presto scoperto non sapendo nulla del cattolicesimo. Che cosa c´è in fondo a un uomo? Fino a che punto si può scendere a patti con l´esistenza? In Vergogna [...] Coetzee, che è stato a lungo un insegnante universitario, racconta la vicenda di un professore bianco che approfitta di un´alunna di colore e viene quindi allontanato dall´insegnamento. Finirà lontano dalla città in una sgangherata e poverissima fattoria che sua figlia cerca di mandare avanti come può: sua figlia stuprata da un nero e tuttavia incline a non drammatizzare quell´evento più del necessario. Troverà un lavoro che ha dell´assurdo: fare da aiutante in un posto dove si portano i cani a morire. Il professore, divenuto di fatto un inserviente, assaggia la vita da un punto di vista per lui assolutamente inedito: è sceso dalle vette della critica letteraria e dei corsi di letteratura alla prosa delle giornate qualsiasi, passate nel nulla o nella necessità di soddisfare i bisogni primari. Non si ribella, ma non perché si senta particolarmente in colpa. Il suo destino è quello di andare verso la fine, come un pezzo di legno che galleggia sul fiume: da solo non tornerà mai indietro. E d´altra parte la vita indietro davvero non torna: Coetzee è l´esatto contrario della letteratura consolatoria ed edificante che fa vincere gli eroi. I suoi "eroi" sono quasi sempre uomini in fuga, magari anche disastrati nella mente. Penso al protagonista de La vita e il tempo di Michael K., storia di un disgraziato con il labbro leporino, figlio di una meticcia che tira avanti facendo la domestica, o sarebbe più giusto dire la serva. Lui è cresciuto in un orribile collegio, lei vive in un ripostiglio. Scoppia la guerra. Michael campa facendo il giardiniere in un parco pubblico e perde il lavoro. Comincia dunque l´erranza, che è come un rovesciamento simbolico della storia umana. Dalla città in qualche modo gerarchica e ordinata si torna all´uomo nomade che non va in nessun posto preciso, (il Beckett della trilogia?) ma cerca di mantenere, adattandosi di volta in volta, un suo rapporto vitale con la terra. Per la verità la vecchia madre malata ha in mente un ritorno ad una fattoria dove è stata da piccola, ed è lì che Michael K. vuole andare. La fattoria (lo abbiamo già visto in Vergogna) è un topos nei romanzi di Coetzee. Anche in Deserto c´è una fattoria, ma questa volta minacciata dalla rovina, perché il padrone di casa sta morendo e dunque tutto ciò che c´era, benessere compreso, se ne andrà in malora e sarà mangiato dal deserto. La fattoria è un Eden minimo, agreste, ancestrale, in un mondo che si disfa o tira avanti nel peggiore dei modi, tra contraddizioni vistose e violenze subite dai più umili come un inevitabile castigo divino. Il mondo che circonda Michael K., il ritardato con il labbro leporino che fa di tutto per mettere in salvo sua madre, è un mondo pieno di burocrati e di poliziotti, un mondo in cui per muoversi da un posto all´altro, c´è bisogno di permessi e di timbri altrimenti si rischia l´internamento in un campo di lavoro. il Sudafrica, ma non solo. Kafkiano, verrebbe da dire e certo l´omaggio a Kafka c´è tutto, un omaggio reso con la desolazione di dover constatare, scrivendo, che decenni e decenni dopo l´uomo è ancora sottoposto a processi per colpe di cui non sa nulla. E se esistere fosse di per sé una colpa da espiare in qualche modo? La domanda non viene mai posta in maniera così brutale, categorica e in fondo ingenua, ma i personaggi di Coetzee sono spesso degli assediati che devono difendere innanzitutto se stessi. O perdersi del tutto. [...] Uno scrittore profondamente umanista nel senso primo del termine: uno scrittore che con le sue parole aggiunge conoscenza, anche attraverso l´emozione profonda che dà non tanto l´esistere di per sé quanto l´intelligenza dell´esistere che è generatrice di dubbi, di ansie. Tutto si risolverebbe in una forma di nichilismo assoluto se non vi fosse una sorta di pietas a riscaldare in fondo la fatica di vivere anche negli ultimi, anche in Michael K. Da queste filosofie sperimentate nei vari romanzi nasce poi il Coetzee caustico creatore di Elizabeth Costello, che già abbiamo visto in azione in La vita degli animali pubblicata in Italia da Adelphi. Elizabeth Costello è una scrittrice: forse l´alter ego o la reincarnazione femminile di Coetzee. Qual è l´impegno della signora Costello, dedita a quei tour di conferenze che sono oggi la croce di molti scrittori? Lo dice in parte già il titolo: difendere i diritti degli animali. Mettere in luce l´iniquità della sorte a cui li destinano gli umani, uccidendoli per cibarsene. Non è ora il caso di scendere troppo nei particolari di un racconto molto godibile e molto ricco di spunti. Ancora una volta Coetzee legge l´uomo attraverso i suoi comportamenti e qui addirittura cogliendolo nelle contraddizioni di un "habitus" tramandato nei secoli e dunque per molto tempo quasi universalmente accettato ma che si rivela alla fine perfino fragile nei suoi fondamenti teorici. Come già in Vergogna fa qui la sua comparsa l´ambiente universitario, protagonista di tanta letteratura al punto da creare quasi un genere. Ma alla fine Coetzee resta un poeta del dolore. Basta leggere Aspettando i barbari per iscriverlo d´ufficio, insieme a Kafka e a Beckett, alla grande letteratura novecentesca che ha indagato il senso del vivere traendone un´angoscia profonda» (Paolo Mauri, ”la Repubblica” 3/10/2003).