Varie, 16 giugno 2003
FIASCONARO
FIASCONARO Marcello Città del Capo (Sudafrica) 19 luglio 1949. Ex mezzofondista. Ottimo giocatore di rugby, padre italiano (Gregorio), arrivò in Italia nel giugno ”71. Il 13 agosto ”71 fu medaglia d’argento nei 400 agli Europei. Nel ”72 passò agli 800 e il 26 marzo ”73 stabilì il nuovo primato italiano (1’46’’4), che abbassò fino a 1’43’’7, record del mondo, il 27 giugno ”73 a Milano (tuttora record italiano) • «Impazzii, di fatica. Non c’erano lepri allora, non c’era chi faceva il ritmo. Feci tutto io: la lepre e il record del mondo. Partii fortissimo, al primo giro. Avevo un mal di testa da spararsi. Il mio avversario era il ceko Josef Plachy, uno tosto. Mi guardavo indietro e lui era sempre lì, alle spalle. Un’ombra che non riuscivo a scrollarmi: era lì ai 400, era lì ai 600. Io andavo come un matto, ma lui stava incollato. Già mi vedevo perso, quando Plachy finalmente scoppiò, a 120 metri dal traguardo. Arrivai primo, anche nel mondo, ma non avevo le forze per capire. Cercavo solo un secchio per vomitare. A ripensarci meglio così: i record vanno fatti con incoscienza, senza sapere. Anche se con Vittori avevo lavorato molto per quel risultato. La tattica però ero semplice, andare come un razzo dall’ inizio, scappare [...] Non ho mai fatto calcoli in gara. Sapevo di dover morire, avevo una falcata ampia, dovevo solo cercare di svenire dopo il traguardo e non prima. Non mi sono mai lamentato della pressione o della fatica, l’ unica cosa che mi seccò dopo il mondiale è di non poter passeggiare ubriaco in via Veneto, sottobraccio ad una bionda. Mi avrebbero riconosciuto e fatto la morale [...] Allora non si guadagnavano le cifre di adesso. Io avrei voluto potermi permettere una bella macchina, allora c’era la "Dino" Ferrari. Restò un sogno. Eravamo atleti con cui fare spettacolo, nessuno si preoccupava di quello che avevamo in testa o in tasca [...] Quand’era estate disputavo la stagione in Italia, poi mi trasferivo in Sudafrica e correvo lì. Senza sosta, senza mai fermarmi. Partecipavo alla stagione europea, poi andavo in America per quella indoor. Soffrivo il tartan, preferivo la vecchia tennisolite. Venivo dal rugby, ero esuberante e abituato a correre nell’ erba alta. Mi davo, senza fare calcoli. Esageravo, con passione. Mica come quelli di oggi [...] Basta guardarli in faccia. Alla partenza, non al traguardo. Sembrano morti, persi, scontenti. Ce ne fosse uno che riesce a fare una bella gara e a migliorare il primato. Macché. Non ne sono capaci. Non sono in grado di fronteggiare il tempo e l’avversario. Sono abituati a trovare tutto pronto, sono bravi, ma non devono trovare ostacoli, altrimenti franano. Da Kipketer a El Gerrouj. Passerò per uno che è troppo passato, ma sono i soldi ad aver cambiato tutto. Oggi gli atleti si preoccupano dei contratti più che delle medaglie. Ci tengono a durare e a preservarsi [...] Mennea, Simeoni, Arese, Dionisi. Il mondo l’abbiamo cambiato. E non ci lamentavamo di stare in ritiro a Formia o dello stress, anzi ci sembrava una favola. Solo Mennea poteva contare, economicamente parlando, di una buona assistenza. Noi altri da quel punto di vista eravamo molto imbranati e dilettanti. Io poi ho sciupato tempo e denaro. E ho avuto molti guai fisici ai piedi [...] Non sai correre, mi dicevano all’inizio. Dovevo per forza sviluppare velocità, non potevo mantenere marce basse. Le punte delle dita battevano di testa, ero facile alle fratture. E così dopo il mio record all’Arena nel ’73 invece di decollare, mi sono dovuto fermare. Avevo perso i Giochi di Monaco nel ’72, persi anche agli europei a Roma, non ero in grado di gareggiare. In semifinale di Coppa Europa a Oslo invece mi fermò un giudice per due partenze false. Aveva un fucile a canne mozze, io ero primatista mondiale e al massimo della forma, lui non all’altezza di una gara così importante. Come certi arbitri che ci tengono a mettersi subito al di sopra dei giocatori. Mi dispiace ancora per il pubblico e per la brutta figura. Ricordo ancora l’imbarazzo che provai quando mi cacciò. Io all’Italia ci ho sempre tenuto. Come alle mie origini. Mio padre di professione sarto, era siciliano, di Castelbuono, un paese vicino Palermo. Aveva conosciuto mia madre a Durban, da prigioniero in Africa [...] Io ogni anno aspetto che battano il mio primato: prima doveva essere Benvenuti, poi D’ Urso, poi Longo» (Emanuela Audisio, ”la Repubblica” 27/6/2003).