Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  giugno 16 Lunedì calendario

GHEDDAFI Saadi Al Tripoli (Libia) 28 maggio 1973. Figlio di Muammar. Calciatore, nel 2005/2006 giocò con l’Udinese

GHEDDAFI Saadi Al Tripoli (Libia) 28 maggio 1973. Figlio di Muammar. Calciatore, nel 2005/2006 giocò con l’Udinese. Ingaggiato dal Perugia nell’estate 2003, a novembre fu beccato positivo al nandrolone (nonostante non fosse ancora sceso in campo manco per un minuto). Laureato in ingegneria negli Stati Uniti e colonnello dell’esercito libico, è sposato con la figlia del capo dei servizi segreti. Affascinato dal calcio fin da bambino, ha giocato anche nell’Al Ittihad, squadra di cui era presidente e capitano. Presidente del comitato olimpico libico, vicepresidente della federcalcio, nel 2002 ottenne che si giocasse a Tripoli la partita per la Supercoppa Italiana, Juve- Parma • «Ci è riuscito. A fare il calciatore vero. A drogarsi. E senza giocare un secondo di campionato. Norandrosterone, metabolita del nandrolone. Inshallah. Proprio come Blasi, come Kallon, come quelli che giocano in serie A. E come Monaco e Bucchi, che hanno giocato nel Perugia. C’era una volta un principe del deserto che voleva fare gol. Così smetteranno di prenderlo in giro, di dire che è una schiappa, un raccomandatissimo figlio di papà. Ma no, lui è un dopato, roba vera, seria, da sport moderno. Un dopato da panchina. Positivo, senza mai essere entrato in campo. Il calcio italiano ha fatto anche questo miracolo. Povero junior, restato nelle cronache sportive di luglio per aver segnato due gol a Fabio Visentin, di professione falegname, a tempo perso portiere della Virtus Bassano. Partitona dura e difficile s’intende, vinta dal Perugia per 12-0. Con junior, maglia numero 19, che esultava, sguardo al cielo, scarpette argentate. Diavolo, quando mai si è visto un libico che segna in Italia? Lui, Al Saadi, 30 anni, le aveva provate tutte: nel ”99 aveva anche pagato 5 milioni di dollari a Maradona: poteva mica insegnargli qualche trucco? E per allenare la sua forma fisica si era messo nelle mani di Ben Johnson, quello che per andare forte si iniettava ormoni di cavallo. Di tanto in tanto si presentava anche agli allenamenti della Juve: poteva fare due tiri con Del Piero? Junior non era mica uno qualsiasi: presidente della federcalcio libica, del comitato olimpico, capitano della nazionale, della squadra della capitale, azionista allora con la Lafico del 7,5% della Juve. Era interessato perfino a prendere il 33% della Triestina. Uno che con il Perugia aveva firmato un contratto biennale a 300 mila euro a stagione. Da devolvere in beneficenza. Perché junior, che ha affittato tutto il terzo piano (11 stanze) dell’hotel Brufani per sè e il suo clan di 42 persone, a 300 mila euro al mese, cosa se ne fa di uno stipenduccio così misero? Gli servirà come paghetta, forse. Si sposta in Ferrari lui, in elicottero, in Lamborghini. Si spostava poco in campo, però. Un lumacone eccezionale. E il nandrolone, si sa, fa filare. Povero junior, dalla salute cagionevole. Stava sempre male: soprattutto dolori alla schiena. Si capisce, stare sempre seduti in panchina rovina la salute. Panchina contro la Reggina, contro il Bologna e anche contro il Cesena in Coppa Italia. Era pronto, per entrare, come no? Ma insomma, a chi piace giocare in dieci? E il Perugia su junior si asteneva, nessuna dichiarazione. Persino Serse Cosmi ammiccava: ”Gli ho chiesto se voleva entrare contro il Cesena, mi ha risposto che era a corto di preparazione”. Già, a corto anche di voglia. Il mondo è pieno di cattivi, di quelli che raccontavano che junior con la palla non andava ostacolato. Forse non ce n’era bisogno. Franco Scoglio era stato licenziato da ct della nazionale libica per aver preferito fare a meno di junior. Papà Gheddafi: ”Non vedo il nome di mio figlio in squadra”. Scoglio: ”Non sa giocare”. Addio, coach. Eppure Al Saadi in Italia era l’attrazione del campionato. Vuoi mettere: dopo i giapponesi, gli iraniani, i turchi, finalmente uno politicamente importante, che chiama il parrucchiere in albergo, che di sabato ordina aragoste, che si sa, sono presenti nella dieta pre-partita di tutte le squadre moderne. Mica un poveraccio qualsiasi. Un ingegnere. Uno che si muove con l’ambasciatore. Uno che va e compra. Uno il cui sonno è scortato da due camionette dei carabinieri. Uno che viaggia con la scorta, con i doberman, con la Digos. Uno che ama il lusso, i piaceri, il fango sarà per un’altra volta. Uno che per rispetto alla sua religione ha chiesto all’ospedale di Perugia dove la moglie stava partorendo solo personale medico femminile. Uno che non poteva giocare prima che si risolvesse il suo conflitto di interesse. Perchè in Italia alle forme ci teniamo. Saadi Al Gheddafi, figlio del colonello, pareva proprio destinato ad un racconto ramingo di Gabriel Marquez intitolato Sono venuto solo per guardare. Una piccola città, una squadra che non lotta per lo scudetto, un ambiente non troppo metropolitano. Uno che vuole giocare in mezzo e invece fa sempre lo stesso tragitto: spogliatoio-panchina. Ammesso che a lui fregasse veramente qualcosa di fare il calciatore. Perché dedizione all’allenamento, sembra molto poca. E anche alla lotta. Tanto che il 22 luglio ”99 nell’amichevole a Norcia tra la nazionale libica, allenata da Bersellini, e il Perugia di Mazzone, partita sospesa al 17’ per una zuffa gigantesca, dovuta ai molti falli e alle urla razziste, junior non è in campo, con i suoi. Anzi, lo fanno allontanare subito. Non si sa, si facesse male. Magari l’attuale permanenza in Italia serviva ad altro, per scopi più diplomatici, come immagine internazionale. La Libia ha fame di scambi commerciali con l’Europa, Tripoli dovrebbe diventare una città dalla quale far decollare i prodotti africani verso il vecchio continente. Junior, facci un gol. Facci dimenticare Lockerbie. Niente notizia della sua positività nel mondo arabo. Certe cose non si dicono. E’ tempo di Ramadan. Per Gaucci, presidente del Perugia, è colpa del mal di schiena che junior si faceva curare in Germania. Povero principe del deserto, rimasto con la favola bucata e inquinata. Quattordicesimo giocatore a risultare positivo al nandrolone. E tutti adesso a dirgli che certe cose non si fanno. Junior voleva essere solo come gli altri. Anche in panchina. Sentirsi pronto, pure se era stanco, lui con quel fisico da ritmi lenti. Tutti quei viaggi in elicottero, tutta quelli affari da combinare. E chissà da lì quanti sogni avrà fatto di correre, correre, verso la porta. Non più da ingegnere, ma da calciatore vero. Invece era solo l’esame dell’antidoping. Un dribbling lento, senza gloria. Dio non sempre vuole» (Emanuela Audisio, ”la Repubblica” 6/11/2003) • «Da bambino portava lui il pallone, decideva chi giocava e chi no. E se stava perdendo prendeva il pallone sottobraccio e se ne andava stizzito. Una volta cresciuto, prima ha chiesto a papà di acquistargli una squadra di calcio, poi di affidargli direttamente la Federazione. Accontentato. Essere il figlio del colonnello Gheddafi in Libia può assicurare qualche vantaggio. Una laurea in ingegneria, come quel tale della pubblicità è uomo che non deve chiedere. Mai. Lascia che siano altri a farlo al posto suo. "Lui personalmente non mi ha mai imposto nessuna decisione, mai direttamente perlomeno... Ma ha le sue simpatie, e chi gli sta vicino si sente condizionato": questo raccontava Antonello Cuccureddu, uno dei quattro tecnici italiani (gli altri sono Bersellini, Scoglio e Dossena) con cui il terzogenito della "Guida della rivoluzione" ha avuto sinora a che fare nella sua carriera di calciatore. [...] Quando ti presenti al campo d’allenamento a bordo di un’auto blindata e con un manipolo di guardie del corpo, passare per persona normale è un’ipotesi. E anche la scelta dei personal trainer non è proprio quella di un comune mortale. Diego Armando Maradona, per esempio, che per la modica cifra di 5 milioni di dollari, sbarcò a Tripoli nel ”99 a insegnare qualche segreto del pallone al figlio del Colonnello. Il tredicenne Al Saadi se n’era innamorato durante i Mondiali dell’86, quando il Pibe de oro condusse l’Argentina al titolo: "Papà, voglio quello", disse indicando alla tv quel numero 10. E successivamente anche Ben Johnson, il Grande Peccatore dell’atletica leggera, ha incrementato il proprio conto in banca impartendo a Gheddafi jr lezioni sull’alta velocità. Di allenatori, Al Saadi ne ha avuti tanti. Li corteggiava, li ingaggiava, li ricopriva di petrodollari, salvo poi liberarsene se questi non gli assicuravano un posto da titolare. Franco Scoglio oggi vanta con l’ingegner Gheddafi un rapporto "cordiale". Quando, dopo nove mesi, lasciò la guida della nazionale libica, la pensava in maniera diversa. "Sono stato esonerato perché con me il figlio di Gheddafi non avrebbe giocato neppure un minuto". E raccontava di un avventuroso rientro in Italia: "Sono riuscito a tornare passando per Tunisi solo grazie alla mia cittadinanza onoraria tunisina". Difficile immaginare Scoglio protagonista di una trama alla Ken Follett. Più facile intuire quanto il figlio di papà Gheddafi possa essere ingombrante. Vuole diventare presidente di tutto il calcio africano e organizzare in Libia i Mondiali del 2010. Ma, prima di tutto, vuol fare collezione di figurine. nel consiglio d’amministrazione della Juve, il massimo per lui è stato giocare contro Del Piero in un triangolare a St. Vincent, invitarlo a Tripoli per la Supercoppa, allenarsi con lui con la tuta della Juve. pronto per giocare in Italia? Eugenio Bersellini lo ha definito "una specie di Ryan Giggs, un perfetto esterno di sinistra, un fenomeno che nella partita decisiva per lo scudetto ha fatto girare la squadra come un orologio e ha segnato due gol". Scoglio lo ha bollato con il marchio del brocco: "Lui un giocatore? Lasciamo perdere"» (Roberto De Ponti, "Corriere della Sera" 17/6/2003) • «Secondo le favole non aveva nemmeno bisogno di imporre la sua presenza agli allenatori dell’Al Ittihad, squadra in cui ricopre il ruolo speciale di "faro" del centrocampo, oltre che di presidente, e della nazionale della Libia. C’era una specie di messaggio subliminale che solamente Scoglio non aveva colto. E infatti, se ne andò. [...] Chi lo ha visto giocare si è accorto dei suoi limiti più grandi: la lentezza e l’insofferenza alla marcatura avversaria, mica noccioline, soprattutto se si pensa a cos’è il calcio italiano. Per lui, insomma, una sfida. Che magari avrebbe avuto piacere di affrontare con la maglia della Juve, ma sarebbe stato davvero troppo. E, visti i rapporti tra Juve e Perugia, la scelta non è una sorpresa» (Gennaro Bozza, "La Gazzetta dello Sport" 16/6/2003).