Varie, 13 giugno 2003
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Tevez Carlos
• Alberto Ciudadela (Argentina) 5 febbraio 1984. Calciatore. Del Manchester City. Lanciato dal Boca Juniors, che nel 2004 l’ha venduto al Corinthians, ha giocato anche con West Ham e Manchester United • «Lo chiamano Apache. Un po’ perché viene da un quartiere malfamato di Buenos Aires, l’Ejercito de los Andes, meglio conosciuto come Forte Apache dalla polizia; e un po’ per via di quell’incisivo rotto giocando a pallone sull’asfalto del suo barrio da ragazzino e di quella cicatrice che gli parte dall’orecchio e arriva fino al petto: quando aveva dieci mesi fu ustionato dall’acqua bollente. Per un’operazione di chirurgia estetica dovrebbe fermarsi mezza stagione: ”Non ci penso nemmeno”. Siccome gioca in attacco, è potente, rapido, fantasioso e pure traccagnotto - oscilla dai 168 ai 173 cm e dai 74 ai 77 chili a seconda dei diversi almanacchi - ed infine è esploso nel Boca Juniors un anno fa, vincendo Coppa Libertadores e Coppa Intercontinentale, per gli argentini è lui il Maradona che aspettavano. Nel 2003 è stato eletto da 300 giornalisti il miglior calciatore sudamericano. ”Mi diverto e basta, se non fosse così andrei a lavorare con mio padre”. Carpentiere. Carlitos è un grande appassionato di cumbia, ha inciso anche un disco» (Emilio Marrese, ”la Repubblica” 23/8/2004). «Detto Apache, Fumanchù, Boquita, Monito e anche TV (leggi tè-ve). Apache non è soltanto un riferimento alla bella faccia india di Tevez, ma un marchio di garanzia: tutti chiamano Fort Apache il quartiere dove Carlos è nato, il barrio Ejercito de Los Andes a Buenos Aires, un ghetto impenetrabile di palazzoni che ufficialmente accolgono circa 60.000 persone ma dove si calcola che in realtà gli abitanti siano almeno 100.000. ”Per parlare del Forte prima devi averci vissuto - ripete oggi il ragazzo ai giornalisti in cerca di colore - Io non parlo del tuo quartiere se non lo conosco”. Giusto, giustissimo. La storia, comunque, va più o meno così: Carlos è il figlio di una ragazza madre, Adriana Martinez, diventata signora Tevez solo qualche tempo dopo; il senor Raimundo Tevez, che oggi ha sei figli, riconosce comunque il ragazzo e fa anche di meglio: diventa il suo primo allenatore nella squadretta messa su con gli amici del pianerottolo, la Estrellas de l’Uno. E poi lo porta alla Bombonera a vedere giocare il Boca. Segue da vicino i suoi passi nel calcio giovanile: Santa Clara, Villareal, All Boys. L’esito della storia non è affatto scontato, se è vero che uno dei migliori amici di Carlitos al Santa Clara, Dario Cabanas, è stato assassinato [...] per storie di malavita. Ma il finale è questo: con addosso la maglia numero undici del Boca, Tevez è la nuova sensazione del calcio argentino. [...] Funambolo di 1 metro e 70, capace di sparigliare le difese avversarie con un repertorio già completo di assist, dribbling e tiri (alla Cassano, diciamo) [...]» (Alberto Piccinini, ”il manifesto” 3/12/2003). «Astro nascente del calcio argentino, idolo della Bombonera [...] cresciuto nel cuore del quartiere Ejercito de los Andes, una specie di Bronx bonarense, che difatti tutti chiamano Fuerte Apache. Povera gente, vite di stenti. Da bambino, ha anche sofferto la fame. E non si vergogna: "Tanta gente ha affrontato gli stessi miei problemi. A me, per scacciare la fame bastava sentirmi dire un ti amo da mia madre o un ti voglio bene dal mio vecchio". Fuerte Apache è stato il suo regno, il palcoscenico delle prime esibizioni da bambino prodigio. Si sente un centravanti, come i suoi idoli Ronaldo e Batistuta. "Ho sempre giocato da 9 – racconta – poi ogni allenatore che ho avuto mi impiegava in un ruolo diverso e io ho sempre cercato di adattarmi. Gioco da qualunque parte, meno che in porta”» (Oscar Piovesan, "La Gazzetta dello Sport" 13/6/2003). «Prima ballava la cumbia, ora per festeggiare i gol bacia la catenina con i nomi dei genitori che porta al collo. Ma il risultato è lo stesso: assist e gol, e il Boca vince le partite [...] come quand’era un pibe affamato di tutto e nei potreros, gli spelacchiati campetti della periferia di Buenos Aires, spronava i compagni perché a tutti i costi doveva far propria la manciata di pesos scommessa, visto che la sua famiglia sbarcava il lunario anche con quelli. [...] Altri campionissimi come Maradona, Batistuta e Hugo Gatti hanno infiammato i cuori dei tifosi xeineses, ma sono giunti al club quand’erano già famosi, lui vi è praticamente nato. Aveva 13 anni, e di cognome faceva Martinez (’ma poi mio padre mi ha finalmente riconosciuto e quindi sono diventatoTevez”) quando ha tirato iprimi calci nella ”Nona” del Boca. Solo un numero 9 come lui, l’indimenticabile Angel Clemente Rojas è emerso dalle giovanili della squadra per far poi impazzire i tifosi negli anni Sessanta. Insomma Carlitos, come ha scritto il Clarin, ”è un calciatore del Boca, fa il tifo per il Boca, gioca per far vincere il Boca e mandare i visibilio i suoi tifosi”. Una bandiera insomma. [...] I dirigenti del club gli hanno proposto unasfidadiversa: acculturarsi un po’, e Carlitos ha accettato con entusiasmo anche questo compito. – Ha ripreso a studiare – ha assicurato Renato Corsi, uno dei suoi procuratori – vada un professore a prendere lezioni private perché vuole avere in tasca un diploma”. Subito dopo aver vinto la coppa Libertadores, mentre era in vacanza in Patagonia, a Bariloche, con la fidanzata Vanesa, un gruppo di ragazzini poveri com’era lui gli hanno chiesto dei pesos per comprarsi un pallone. ”Niente soldi - ha risposto Carlitos – ma venite con me in un negozio di articoli sportivi”. E ha regalato non solo un pallone, ma magliette e scarpette. Li hapoi salutati uno per uno, ed era felice quanto loro; nei potreros andini, quei ragazzini potranno sfruttare divertendosi le chances di giocare partite sempre combattute e poi mettersi in tasca il pugno di pesos scommessi» (Oscar Piovesan, ”La Gazzetta dello Sport” 15/8/2003).