Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  giugno 12 Giovedì calendario

Fabbri Marisa

• . Nata a Firenze nel 1931, morta a Roma il 10 giugno 2003. Attrice. «Una delle grandi figure teatrali del Novecento, l´attrice che ci fece conoscere una nuova dimensione del tragico al di là dei modelli naturalisti. Rimarrà sempre impossibile a chi vide la famosa Orestea diretta da Luca Ronconi nel 1972 dimenticare la comparsa della sua Clitennestra in cima alla torre di Atreo, come una dea barbarica che cercava le parole lente e aspre di una lingua smarrita nei secoli e sospesa a un´ansia interrogativa, arrivando a scoprire suoni che non parevano più possibili. Da quell´exploit vocale sarebbe nata una scuola, al Laboratorio di Prato, dove la grande attrice ronconiana avrebbe imparato da sola nelle stanze di un ex collegio la prima parte delle Baccanti per poche persone, non come se ne incarnasse i personaggi, ma da spettatrice che rivive l´azione. Non aveva cominciato così. La prima volta che, ragazzo, la vidi negli anni Cinquanta era una giovane speranza alta e magrissima, che sfoggiava, nella sala milanese del S. Erasmo, il suo fiorentino accanto a Lola Braccini, in una commedia in vernacolo di Augusto Novelli, un autore che avrebbe ritrovato anziana nella più famosa Gallina vecchia. Eppure da sempre rifiutava la scena della finta verità per quella dell´invenzione, sulla base della lezione di Aldo Trionfo con cui, al Teatro Stabile di Trieste, avrebbe flirtato con la letteratura, dai Dialoghi con Leucò di Pavese a Vinzenz o l´amica degli uomini importanti di Musil, dove faceva il verso alla Dietrich. Ma il suo sogno di attrice impegnata la conduceva a Strehler, con cui ebbe un primo incontro nella grande edizione dei Giganti della montagna del 1966, e con cui condivise, pure a Prato, il periodo dell´autoesilio del Piccolo Teatro, dalla protesta della Cantata del fantoccio lusitano di Peter Weiss al tuffo nell´autobiografia di Nel fondo di Gorkij. Con Ronconi aveva già incontrato strade impreviste nei Lunatici, in una parte maschile, e tra le regine maledette del Riccardo III, per superare se stessa nei panni di un vecchio dottore nelle dodici ore di Ignorabimus di Arno Holz. Ma il compito di insegnante alla Accademia romana le permetteva intanto di montare progetti con le nuove generazioni lanciate anche in cinema. Il monologo a cui l´attrice ricorreva così spesso negli ultimi tempi, specie recitando pezzi di Heiner Müller, non era per lei un mezzo di potere istrionico, ma un modo di far convivere la pluralità di personaggi che la sua vocalità inseguiva. Anche se qualcuno ha tacciato a volte certe sue cadenze di monotonia, il grande difetto di Marisa Fabbri è stato quello di essere troppo avanti rispetto al suo tempo» (Franco Quadri. "la Repubblica" 12/6/2003). «Fiorentina pura (quartiere Santo Spirito), pareva trasmettere, nel conversare, un brusco distacco, non per alterigia ma come distratta da pensieri bizzarri. Dopo poco, però, la sua umanità schietta, commovente, senza riserve aveva il sopravvento. Attenta agli esperimenti, alle cose giovani, aveva iniziato al Teatro universitario di Firenze per poi buttarsi subito in quelli che, allora, erano una novità, un rischio: gli Stabili, i teatri voluti e pagati dallo Stato, per volontà politica prima che artistica, esattamente come la pensava, nel suo impegno mai scemato, Marisa Fabbri. Ecco allora quello di Trieste, e subito dopo, con un felicissimo passaggio sotto la direzione di Aldo Trionfo nei Dialoghi con Leucò di Pavese, l’approdo al Teatro Stabile per antonomasia, il « Piccolo » di Strehler. Con lui, guidata da lui, è nei Giganti della montagna di Pirandello ( 1966) e nella Cantata del fantoccio lusitano di Weiss ( 1968). Ma sarà ricordata specialmente come attrice ronconiana, lucida e profonda, sobria e insieme provocatoria. Anni ’ 70, ’ 80, ’ 90, sempre con Ronconi. E sono i classici greci che la vedono più "rivoluzionaria": si parte dall’Orestea di Eschilo, portata nei festival più prestigiosi europei, da quello di Automne a quello di Spoleto, in cui "inventa " un modello interpretativo assolutamente nuovo nell’impostazione acustica, una sorta di solfeggio della voce, maturato poi appieno nell’esperienza grotowskiana al Centro di Pontedera. E’ vera rivoluzione nel ’78 con Le Baccanti di Euripide per il TRT: Marisa Fabbri riesce a coniugare il massimo rispetto del testo con la concessione allo spettacolo, è "amica" sia dell’autore sia dello spettatore. Negli anni ’ 80 è grandiosa nel ruolo dell’occultista Ludwig, un personaggio maschile interpretato con candore, tra le gigantesche teche di Ignorabimus di Holtz. Quindi l’irreale, sublimato I dialoghi delle Carmelitane di Bernanos, e ancora il lieve, malinconico Le tre sorelle di Cechov. L’uomo difficile di Hofmannsthal le fa vincere nel ’ 90 il Premio Ubu e la porta quello stesso anno a far parte dell’impresa ciclopica de Gli ultimi giorni dell’umanità di Kraus al Lingotto di Torino, "regnante" sempre Ronconi. [...] Teatro, sempre. Ma anche cinema. Più ridotta l’attività, ma in un caleidoscopio di generi: la satira con Sordi nel Dottor Guido Tersilli medico della mutua di Zampa, la storia in Sacco e Vanzetti di Montaldo, il giallo in Quattro mosche di velluto grigio di Argento, il mistero in Milarepa della Cavani. Il suo ultimo film, Gli astronomi, opera prima di Diego Ronsisvalle in cui la Fabbri recita la parte di un vescovo, è ancora una volta un aderire al rischio, un investire su un giovane. Per esserlo sempre, giovane» (Claudia Provvedini, "Corriere della Sera" 12/6/2003).