varie, 9 giugno 2003
Tags : Alice Sebold
Sebold Alice
• Madison (Stati Uniti) 6 settembre 1963. Scrittrice. Grande successo con Lovely bones: «C’è chi ha parlato di “cattivo gusto”, chi di capolavoro [...] Un romanzo americano da due milioni di copie, critica compiacente, pubblico in visibilio [...] che comincia col vecchio stratagemma di Viale del Tramonto, con il morto che parla [...] Una ragazzina stuprata e fatta a pezzi, che con grande compostezza, guardando giù dal Paradiso, dice: “Avevo quattordici anni quando fui assassinata il 6 dicembre del 1973”. La critica americana si è subito sbilanciata in favore della storia della piccola Susie che dal cielo segue la sua famiglia nell’arco dei successivi dieci anni. Dieci anni durante i quali la mamma si concede degli amanti, se ne va, e poi torna a casa quando il marito più ha bisogno di lei; il padre perseguita quello che istintivamente sente essere l’assassino di Susie (e lo è) finché un attacco di cuore non letale mette fine all’assedio; un fratellino, Buckley, soffre per esser stato abbandonato dalla madre e una sorella, Lindsay, diventa grande, si sposa e mette al mondo una figlia a cui, chiudendo il cerchio, darà il nome di Susie. Siamo ben lontani, come si vede, dai temi ambiziosi della narrativa americana più alta. Eppure persino la terribile Michiko Kakutani del “New York Times”, fustigatrice di campioni come Roth e DeLillo, ha definito Amabili resti “profondamente toccante”. La scrittrice ed ex editorialista di grido Anna Quindlen si è sbilanciata a chiamarlo “uno dei migliori libri che ho letto da anni”. “Time” lo ha proclamato “il debutto letterario dell’anno”. E il “New Yorker” “un risultato sbalorditivo”. Come mai, allora, un’altra parte del mondo intellettuale ha visto in questo libro — “capace di dire con grazia e passione cose che spezzano il cuore” , nell’opinione di un libraio americano — una prosa di scarso livello e un impegno insufficiente nell’affrontare il tema centrale, quello del Male? Le risposte possono essere molte. Una sicuramente che c’è dell’autenticità nella voce di Alice Sebold, che ha vissuto lo shock della violenza carnale sulla propria pelle, come ha raccontato in un precedente libro di memorie. Un’altra è che lo stupro è un argomento, purtroppo, di attualità. Una terza è che per quanto il tema di Amabili resti sia il Male, la protagonista evita di descrivere il proprio assassino e il modo in cui il suo corpo viene smembrato da uno psicotico vicino di casa, per raccontare invece, nella cornice dell’elaborazione del lutto della sua famiglia, come questa sia sopravvissuta e tornata alla fine unita, attraverso quel processo di “healing”, di guarigione, che dalla televisione di Oprah Winfrey alla letteratura New Age, è il grande mantra della cultura popolare americana. Un critico attento come Daniel Mendelsohn ha dato poi un’ulteriore spiegazione, in un lungo saggio- recensione pubblicato sulla “New York Review of Books”. Ed è che Amabili resti, uscito per coincidenza circa un anno dopo l’11 Settembre, è forse il romanzo che più di ogni altro ha catturato il sentimento nazionale di un popolo di fronte all’atroce morte di tanti innocenti, proprio come Susie. Un popolo che non voleva confrontarsi con la descrizione del Male, perché lo aveva vissuto in diretta in televisione, ma cercava qualcosa che indicasse che il cerchio si può chiudere, che si più tornare alla normalità, che la nazione può restare vicina nello spirito ai propri morti, e trovare in questo una consolazione capace di agire come un balsamo sulle sue ferite. “Siamo qui” dice lo spirito di Susie verso la fine di Amabili resti. “Tutto il tempo. Puoi parlare con noi e pensare a noi. Non deve essere una cosa triste, non deve far paura”. E’ un discorso che torna. Lo strano, semmai, è pensare che anche i terroristi dell’11 settembre credevano di andare in paradiso» (Livia Manera, “Corriere della Sera” 9/6/2003) • «Ogni autore subisce l’influenza della propria esperienza: la morte precoce di un genitore, o la guerra nel proprio paese. Io sono stata influenzata dalla mia esperienza di vittima di una violenza. Più di ogni altra cosa, sono ossessionata dalla debolezza della condizione umana, dal fatto che l’uomo è solo, senza un aiuto. Tutto ciò può essere molto difficile, ma anche estremamente bello [...] Sono una realista. L’unico modo per miglio rare qualcosa nel mondo - qualsiasi siano le condizioni - è, per chi può, rivolgere la propria difficile esperienza a questo scopo. E’ una responsabilità. Così, anche quando scrivi, non è esattamente una scelta. Sei spinta a farlo [...] Penso che una perdita o un trauma non si cancelli - sarebbe sciocco - ma si può arrivare a dare maggior valore alla vita, con una dolcezza e una sensibilità maggiori rispetto a quelli che non hanno sofferto [...] Mi considero una femminista, come lo sono anche molti uomini che conosco. Ho trovato consolazione sia da uomini che da donne» (Fiorella Iannucci, “Il Messaggero” 10/6/2003).