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 2003  giugno 08 Domenica calendario

Henin Justine

• Liegi (Belgio) 1 giugno 1982. Tennista. Ha vinto quattro Roland Garros (2003, 2005, 2006, 2007), due Us Open (2003, 2007), un Australian open (2004). Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene (2004) • «Un donnino androgino che ha lo sguardo allarmato e canino di certe figure di Simenon, ma che oggi forse gioca il tennis più pulito e bello del pianeta» ("La Stampa" 8/6/2003). «Una giovane donna simile a un paggio, una sorta di monello in minigonna [...] Rovesci ad una mano, più spesso liftati che tagliati, non raramente seguiti da blitz nei pressi della rete, e da autentiche volée, gesti brevi e taglienti come un graffio di gatta. O smash volanti, infallibili, quasi i piedini poggiassero non sull´aria, ma su un elastico, invisibile trampolino. E poi diritti, meno impeccabili ma sempre coraggiosi, sempre imprevedibili, mai trattenuti dall´ansia che, in questo gioco, invade anche i più coraggiosi, nei momenti della verdad, come li chiamano i miei amici spagnoli» (Gianni Clerici, "la Repubblica" 8/6/2003). «Fra il popolo di Parigi e Justine Henin è stato amore a prima vista. Perché tutti conoscevano la triste storia della bambina belga che, a 10 anni, delusa dal suo idolo, Steffi Graf, nella finale del Roland Garros ’ 92 vinta da Monica Seles, promise alla mamma che un giorno anche lei avrebbe giocato quella finale e magari l’avrebbe vinta. Voleva dar fiato ai suoi sogni ma soprattutto voleva regalare un sorriso a chi aveva perso un’altra figlia, appena più grande di Justine. Desiderava tante cose, la piccina, invece a 12 anni la vita doveva rubarle mamma Francoise per un male incurabile lasciandole la responsabilità dei fratelli, David, Thomas e Sarah, e anche di un padre, il postino Jose, talmente ingombrante da meritarsi un licenziamento in tronco, come genitore. La piccina ha sempre avuto un gran talento, non solo "il miglior rovescio del tennis, uomini compresi", come assicura John McEnroe. Bambina prodigio, col suo appena 1.67 per 57 chili, sembrava però disarmata per gli scontri con i muscoli di Williams e compagnia. Sembrava spesso stanca, spesso scoraggiata, spesso sovrastata fisicamente ed emotivamente. Ma, grazie al secondo papà, il tecnico Carlos Rodriguez, al preparatore atletico, Pat Etcheberry, all’allenamento duro e preciso a Saddlebrook, nella tana di Capriati e Hingis, e al matrimonio con Pierre-Yves, dopo tanti dubbi e tante ansie interne, ha trovato l’equilibrio, la leva per realizzare i suoi sogni. Così nel 2003 ha dato due dispiaceri a Tyson/Serena: l’ha stoppata a Charleston dopo 21 successi consecutivi e l’ha fermata nelle semifinali di Parigi dopo 33 vittorie nello Slam. E quindi sì, certo, la pressione della prima finale tutta belga nello Slam davanti a più di dieci rappresentanti della casa reale. Sì, certo, il nervosismo. Ma il braccio d’oro poteva mai arrestarsi nella corsa ai sogni proprio contro l’amica/rivale Kim Clijsters, [...] No, Justine Henin, col volto bianco ed emaciato macchiato sempre di rosso – sfoghi di pelle e di rabbia ”, non poteva abbassare lo sguardo contro chi conosce da sempre, a prescindere dai 12 precedenti ufficiali, dal 1998 a Ramat Hasharon. Da ragazzina la batteva sempre, sulla terra rossa l’aveva battuta 3 volte su 4 [...] E sul rosso la potenza si diluisce un po’, gli scambi s’allungano, tecnica e personalità diventano fondamentali, tutti atout per lei, la biondina col vizietto di giocare troppo spesso alla vigilia i suoi incontri e di arrivare spesso scarica di adrenalina sui blocchi di partenza. E così, al via, la folla capisce, Kim e il famoso fidanzato Lleyton Hewitt capiscono che non c’è partita. Semplice e leggera come il suo tennis elegante, Justine è imbattibile» (Vincenzo Martucci, "La Gazzetta dello Sport" 8/6/2003). «Così piccola e fragile, col suo metro e 67 per 57 chili, è stata il Calimero del tennis: a tratti bravissima, ma incapace di continuità, introversa, timida e insieme spesso vittima di scatti autolesionistici e violenti, elegante nel gesto tecnico ma non femmina come una Kournikova, marchiata dalla prematura scomparsa della madre e in fuga dal padre e dal resto della famiglia. Un personaggio sofferto, destinato a incutere più malinconia che allegria, e quindi, nello sport, a essere più un’eterna seconda- terza, che una vincente. [...] ragazza della porta accanto, piena di ansie e di sfoghi in faccia, spesso infortunata e comunque non al meglio, sovente disperata contro lo strapotere fisico di Williams e compagne, ma con un cuore grosso così da buttare in campo, senza vergogna. Dopo gli acuti da ragazzina, e cioè l’Orange Bowl e gli Europei a 14 anni, il Roland Garros a 15 e 5 titoli Itf a 16 anni, la vallona è passata professionista a 17 anni e, all’esordio ad Anversa, ha fatto subito bingo, beffando allo sprint del primo urrah la grande rivale, la connazionale Kim Clijsters, che da junior ha sempre battuto. La sua scalata è stata costante: nel 2000 ha fatto l’ingresso fra le prime 50 del mondo, nel 2001 ha vinto tre titoli, è arrivata in semifinale al Roland Garros e in finale a Wimbledon e ha chiuso la stagione fra leprime 10, nel 2002 ha perso 4 finali, ma ha superato per la prima volta Serena Williams in finale a Berlino concludendo la stagione al numero 4, nel 2003 dopo il titolo aDubai, ha stoppato Serena (dopo 21 successi di fila) nella finale di Charleston, ha piegato Kim in finale a Berlino (annullandole 3 match point) e quindi, al Roland Garros, domando ancora la regina e poi l’amica-nemica, e conquistando il suo primo Slam, e quindi è salita anche al numero 3 della classifica, a spese di Venus Williams. Ma la storia è stata molto più difficile di quanto dicano i numeri. Nel 2001, sempre a Parigi, ma in semifinale, Justine dominava per un set e mezzo la Clijsters, già fidanzatina di Hewitt, mentre del suo futuro marito, Pierre- Yves, dicevano al massimo che era mosso da interessi finanziari. Giocava già il tennis champagne di adesso, la piccola biondina belga, tutto anticipo e sortite a rete, fiammate col magnifico rovescio a una mano e anche col dritto che diventa sempre più solido e preciso, ma sul 6-2 4- 2 e addirittura 3 palle del 5- 2, crollava di schianto, di fisico. Certo poi dimostrava un gran carattere – "il carattere che mi ha dato la vita quando mi ha tolto in un battibaleno mamma per un cancro, avevo appena 12 anni" – arrivando in finale a Wimbledon contro la schiacciasassi Venus Williams. E ancor di più ne ha messo in vetrina agli Australian Open rimontando la bestia nera, Lindsay Davenport, da 7-5 4-1 sotto al 2˚ set, e ancora da 4- 1 sotto nel terzo: "Non potevo mollare, non volevo sentirmi dire che avevo ceduto ancora una volta". Ma potenza e resistenza erano già al centro dei suoi pensieri, e quindi di quelli di Pat Etcheberry, il meccanico dei muscoli che ha approntato la macchina da guerra Jim Courier. "Allenamenti durissimi, mi sono ritrovata quasi in lacrime, vicina al punto di rottura, ma ho imparato il piaceredi correre, di superare il limite della fatica, e ho messo le basi della mia nuova sicurezza mentale. Perché ora so che posso tenere per ore certi scambi, non ho più paura delle potenza delle avversarie, e sono d’accordo col mio allenatore, Carlos Rodriguez, che me lo ripete da sette anni: ’Le altre non sono imprendibili’. E così mi butto a rete con più forza e sicurezza per mostrare a tutti che non ho paura di soffrire". Si sente talmente più forte nella testa, la Henin, che ha tagliato anche il cordone ombelicale con lo psicanalista: "Mi sento amata a prescindere dal risultato sul campo, finalmente so che alla fine i problemi tennistici li devo risolvere da sola, là fuori, e ho imparato a chiudermi in una bolla, a estraniarmi dai cattivi pensieri. Come pensare che ogni cosa buona chemi capita dev’essere per forza seguita da una disgrazia, come alla finale di Wimbledon quando non mi dissero che era morto mio nonno, ma io lo sentii lo stesso che c’era qualcosa che non andava. Non ero felice. Io sono molto sensibile, e devo essere proprio tranquilla per darmi, nel tennis"» (Vincenzo Martucci, "La Gazzetta dello Sport" 10/6/2003). «Voglio essere come sono perché ho un gioco diverso dalle altre. Non avrò mai la loro potenza, so che devo lavorare ogni giorno per aumentare la mia, so che non posso mollare perché le altre non mi aspettano, e perciò, per essere fresca e carica di energie in ogni torneo, sto 8-10 settimane l’anno in Florida da Etcheberry e mi programmo in un certo modo: non gioco mai tre tornei di fila, alterno allenamenti a carichi di lavoro atletico a partite, e tengo viva la mia velocità che è la mia arma principale, e la mia tecnica, che va sempre migliorata, ma mi metto fra le tenniste più complete. E miglioro: un anno fa la mia battuta viaggiava a 15 km di meno all’ora e il mio dritto s’inceppava più spesso» (v.m., ”La Gazzetta dello Sport” 8/9/2003).