Varie, 5 giugno 2003
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Bocca Julio
• Buenos Aires (Argentina) 6 marzo 1967. Ballerino • «Danzatore classico, ha condiviso l’arte con le primedonne assolute, la Makarova, la Fracci, la Pontois, Alessandra Ferri. Ma è nel tango che la sua anima si lascia fumare, ardentemente, come un sigaro di razza. [...] In America lo giudicano il miglior ballerino vivente; in Europa, una star. Ma lui, nel chiasso dei media, usa solo il necessario. Preferisce il brusìo degli umani nell’intimità dei locali, la baraonda della sua città unica e spuria, i camerini dei teatri, i tavolini solitari dei bar che conciliano, davanti a un bicchiere di vino, la buona meditazione. [...] "Il tango ha una sua verità, una sua ”necessità’. Oggi, in Argentina, i giovani lo reinterpretano dando alla musica nuovi accenti, alle vecchie coplas scansioni diverse, così da volgere la malinconia verso sentimenti più vitali, più costruttivi. Ma il punto di partenza, il nucleo originario, resiste: la solitudine, il lavoro, due persone che si allacciano nella danza con il pensiero che corre lontano, verso cose e affetti non presenti, non facili, non più solidali. Il tango, all’inizio, fu ballato da uomini fra uomini. Diffondendosi, è poi diventato un rito per coppia etero [...] Il tango è comunque un linguaggio che riesce a conservare il proprio senso. Mi spiego: Astor Piazzolla, che per me, dopo i grandi del passato, è un punto di riferimento fondamentale, ha dato il via a una modernizzazione di cui tutti si sono impadroniti. E che è sfociata in tanti rivoli, fra arte, professione, mestiere e semplice passione. Non importa. Se cantato e ballato con il cuore, il tango esiste e resiste. Oggi, a Buenos Aires, siamo pieni di gruppi musicali che si esprimono alla loro maniera, con un sound assolutamente contemporaneo e avendo spazzato via dal genere ogni ombra, ogni ripiegamento. Fanno un tango ”allegro’ che è esorcismo contro la crisi, manifesto di lotta, voglia di cambiare e vincere. Un tango che però è pur sempre tango". Sette operazioni subite, nell’arco di pochi anni, per guai ad un ginocchio. La necessità di mantenersi in forma (si lascia fotografare nudo, ed è sotto gli occhi di tutti la perfezione del suo corpo). La serenità di chi, appagato, vede non lontano, ma senza traumi, il momento di passare dalla danza attiva all’insegnamento: "Non ho paura di lasciare il palcoscenico. Ho cominciato a quattro anni e mi sento molta vita addosso. Non sono certo vecchio, però la danza consuma e matura. Mi sono dato il traguardo dei quarant’anni. Poi mi dedicherò alla mia Fondazione per la promozione della danza. Trasmettere ad altri quello che si è imparato credo sia, per un artista, la soddisfazione più grande. Come per chiunque sappia far bene qualcosa, artigiano, scienziato, donna di casa o gaucho, non importa. Sono cresciuto nella piccola scuola di ballo che aveva mia madre per passare, grazie a quella formazione, al Colòn, ai maestri cui devo tutto, Gloria Kazda, José Parés, Ninel Jultyeva. Il successo, i grandi teatri, la Scala, la Zarzuela o l’Opéra di Parigi, tutto è cominciato da quell’apprendimento quotidiano e amorevole, in cui potevo, innanzitutto, credere". Non è sposato e non ha figli. Come ogni argentino, ama gli amici, il cibo raffinato, i viaggi, il calcio. tifoso del Boca Juniors: quando può, non disdegna lo stadio. Giura che si prenderà delle rivincite quando avrà più tempo per sé: "La vita è fatta di tante cose diverse. Fino ad oggi ho dovuto seguire una disciplina dura, mangiare i cibi giusti, dormire le ore sufficienti, allenarmi, non frequentare troppo i luoghi pubblici per evitare la pressione dei fans. Dopo i famosi quarant’anni sarà tutto più morbido. Senza eccedere: non sono un uomo di eccessi [...] Le parole, nel tango, sono emozioni fisse che accomunano tutti gli argentini. Cambiano i tempi e i modi, l’abbiamo detto prima. I giovani sono più consapevoli, più critici, hanno voglia di realizzare. Ma continuano a usare le stesse parole. In Argentina, insomma, è ancora possibile che un ragazzino povero diventi Maradona. Con la sola forza del suo talento"» (Rita Sala, "Il Messaggero" 4/6/2003).