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 2003  maggio 29 Giovedì calendario

Prigogine Ilya

• . Nato a Mosca (Russia) il 25 gennaio 1917, morto a Bruxelles (Belgio) il 28 maggio 2003. Premio Nobel per la chimica. «Noto al pubblico colto soprattutto per il saggio divulgativo La nuova alleanza (1979) scritto in collaborazione con Isabelle Stengers e spesso considerato, almeno secondo il giudizio di certi accademici di idee più ortodosse, in odore in eresia per le sue affermazioni concettualmente più sovversive, volte a scardinare alcuni dogmi della fisica contemporanea, è stato innanzitutto uno scienziato di prima grandezza, con un brillantissimo curriculum. Dopo aver lasciato la Russia nel 1921 si stabilì con la famiglia in Belgio, paese di cui acquisirà la nazionalità. Studiò fisica e chimica all’Université Libre di Bruxelles, conseguendo il dottorato nel 1941. Professore presso questa stessa università dal 1947, direttore dei prestigiosi Istituti Solvay, direttore dal 1967 del Center for Statistical Mechanics and Thermodynamics dell’Università del Texas a Austin, è stato insignito del premio Nobel per la chimica nel 1977. I suoi principali contributi scientifici riguardano la termodinamica dei processi irreversibili e la meccanica statistica di stati lontani dall’equilibrio. Le sue idee innovative hanno ampliato di molto l’orizzonte di queste discipline permettendo importanti applicazioni alla chimica, alla biologia e perfino alla teoria matematica del traffico automobilistico. Prima di lui - a parte le ricerche pionieristiche sdel chimico fisico statunitense di orgine norvegese Lars Onsager, premio Nobel per la chimica nel 1968 - la termodinamica si limitava, in buona sostanza, a descrivere fenomeni molto particolari nei quali la temperatura, la pressione o il volume del sistema in esame evolvono nel tempo attraverso stati successivi di quasi equilibrio. [...] Prigogine ha rivoluzionato, a partire dagli anni ’50, questo quadro teorico, indagando a fondo gli aspetti macroscopici e microscopici del secondo principio per poter estendere la sua validità anche al caso di processi chimico-fisici lontani dall’equilibrio termodinamico. Di particolare importanza è il concetto da lui elaborato di struttura dissipativa, che scambia energia con l’ambiente esterno e, pur producendo entropia (cioè disordine secondo l’interpretazione classica), è capace di autostrutturarsi acquisendo una qualche forma di organizzazione interna. A dare un notevole impulso alla teoria delle strutture dissipative, dimostrandone la rilevanza anche pratica, è stata la scoperta delle cosiddette reazioni oscillanti in chimica e in biochimica. In particolare, il nuovo concetto introdotto da Prigogine aiuta a comprendere molti fatti inerenti la biologia e, più specificamente, gli organismi viventi in quanto sistemi termodinamici aperti. Le strutture dissipative, infatti, manifestano un duplice comportamento: in condizioni prossime all’equilibrio l’ordine tende ad essere distrutto, mentre lontano dall’equilibrio si genera ordine e si formano nuove strutture. Insomma, esse illustrano un possibile meccanismo per la creazione di ordine a partire dal disordine, come si osserva in molti fenomeni biologici . La sua vocazione umanistica, coltivata fin dalla sua giovinezza, lo ha condotto ad esplorare le conseguenze epistemologiche delle sue ricerche scientifiche. La lunga serie articoli scritti con Isabelle Stengers per l’Enciplopedia Einaudi - Controllo-/retroazione, Energia, Equilibrio/squilibrio, Interazione, Ordine/disordine, Organizzazione, Semplice/complesso, Soglia, Vincolo - offrono una testimonianza della vastità dei suoi interessi teorici. Le nozioni di ordine e disordine, lungi dal rimanere limitate al solo ambito scientifico, assumono un’importanza strategica per tratteggiare il quadro del pensiero umano nella sua totalità. "La questione dell’ordine e del disordine - come scrive lo stesso Prigogine - così come è stata tratta all’interno delle scienze, sembra interessante perché non riguarda una questione formulata su iniziativa della scienza, prodotta dal suo procedere. Si tratta di una questione che la scienza riceve dalla cultura là dove essa si sviluppa, e le risposte che ha dato e che dà tuttora a tale questione permetteranno di descriverla come scienza aperta, aperta ad altri interrogativi della cultura, che essa traduce in problemi propri e che sono a loro volta influenzati dai suoi risultati". Prigogine è stato insomma un grande scienziato, che mai è rimasto rinchiuso nella torre d’avorio dello specialismo, nonostante il livello di astrazione fisico-matematica dei suoi contributi specifici, ma ha interloquito con il suo tempo in un dialogo serrato e spesso polemico, che non è ancora concluso» (Claudio Bartocci, "La Stampa" 29/5/2003). «Non è stato mai visto con molta simpatia nella comunità scientifica: lo si accusava di fare il filosofo con gli scienziati e lo scienziato con i filosofi. "Ma lei crede davvero - diceva quando gli ponevamo domande circa la "morte" del determinismo, almeno in riferimento al mondo umano - che Michelangelo sia stato ’programmato’ al momento del Big Bang? Che il plasma di quark e gluoni dei primi istanti dell´Universo, dovesse ’necessariamente’ evolversi in modo da dar luogo a lei o a me? Guardi, il mondo è come un bambino: quando un bambino nasce è carico di tante possibilità. Può diventare un pianista, un architetto, un commerciante, magari uno scienziato. Ma solo una cosa, non tutte insieme. E spesso ciò che accade dipende da microscopiche variazioni nelle condizioni iniziali, i cui sviluppi sono totalmente imprevedibili. Le leggi della natura ci offrono delle possibilità, delle probabilità, non certezze. E ciò richiede alla fine una revisione della nostra tradizionale nozione di razionalità, di determinismo rigido, anche se può non piacerci. Dopotutto non abbiamo scelto noi il mondo in cui viviamo. Oggetto della scienza è descrivere questo mondo, non immaginare, costruirsi un mondo ideale che corrisponda alla propria filosofia". In tal modo, quasi da precursore, Prigogine introduceva nella prassi della propria ricerca quel concetto di imprevedibilità di contingenza che oggi circola liberamente nella comunità scientifica mondiale. Per lui, quindi, l´irreversibilità è una proprietà fondamentale della natura. E proprio per questo assunto aveva incontrato le maggiori resistenze epistemologiche della comunità scientifica. "Resistenze - osservava - in primo luogo di tipo metafisico, perché l´idea classica di scienza è legata alla nozione di certezza, di prevedibilità, e si indebolisce questa idea si può essere accusati di essere antiscientifici. E anche per un argomento teologico: Dio è perfetto, conosce tutto, è quindi fuori dal tempo. Se la scienza elimina il tempo nel formulare le sue leggi, si avvicina a questa perfezione. E vi sono inoltre problemi matematici e fisici da affrontare. La dinamica classica e quella quantica hanno avuto un grande successo; ma ora devono affrontare una revisione fondamentale". probabilmente quello che farà la scuola che ha lasciato a Bruxelles, che ospita scienziati di notevole rilievo» (Franco Prattico, "la Repubblica" 30/5/2003). «Ha cavalcato la tigre della scienza moderna, così lontana dal quadro di rassicuranti ”certezze” della fisica classica, persino con allegria. Talvolta contagiosa. Caos, instabilità, disordine, probabilità, casualità, complessità catastrofi... L’universo di Ilya Prigogine era come il Paese delle Meraviglie di Alice dove tutto cambia, tutto è possibile, tutto è rimesso continuamente in gioco. Premio Nobel per la chimica per le sue ricerche sull’entropia e sulle strutture dissipative non si stancava di sottolineare che anche Einstein aveva avuto paura della rivoluzione scatenata dalla fisica quantistica, che sostituiva alle sicurezze del mondo di Newton i concetti di aleatorietà e di probabilità. Non era stato, forse, proprio il padre della relatività a dire la celeberrima frase: "Non posso credere che Dio giochi a dadi"? Prigogine, no. Come tutti i grandi scienziati consapevoli della sconvolgente e irreversibile svolta generata dalla teoria dei quanti, si trovava perfettamente a suo agio nel pirotecnico universo descritto profeticamente (nell’Ottocento!) da Lewis Carroll nei suoi capolavori. Nel mondo reale - ha detto, con implacabile lucidità, il grande chimico russo - non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni. La fisica einsteiniana e post-einsteiniana non esprime certezze ma possibilità . Questa è stata la lezione, per qualcuno esaltante e per altri inquietante, di Prigogine. Ma, sempre fondata su solidissime basi scientifiche. "L’universo", mi disse in occasione di un incontro a Firenze, "è come un romanzo. In principio c’è la storia del cosmo, seguita da quella della materia. Poi, c’è quella della vita e infine quella dell’umanità, la nostra. Queste storie sono concatenate l’una con l’altra proprio come le mille notti arabe di Sheherazade. Ma nuove storie ci attendono e possono essere scritte. Il romanzo dell’universo non è ancora finito e forse non finirà mai...". [...] Vissuto a Bruxelles sin dal 1929, Prigogine possedeva una cultura enciclopedica che gli permetteva di dialogare con Beethoven e Einstein, Woody Allen e Aristotele, Beckett e Schrodinger come se nulla fosse, senza mai perdere di vista il rigore delle proprie affermazioni. Aveva ricevuto il Nobel per i suoi contributi alla comprensione della termodinamica culminati nella personalissima teoria delle ”strutture dissipative”, di quei sistemi che si generano, a partire da stati caotici, con dissipazione di energia in condizione di lontananza dello stato di equilibrio. Ma il suo pensiero trovò risonanza mondiale soprattutto con la pubblicazione, a metà degli Anni 70, del capolavoro La nuova alleanza (sottotitolo Uomo e natura in una scienza unificata ), scritto con l’epistemologa Isabelle Stengers e pubblicato in Italia da Einaudi. E Prigogine superava con la padronanza di un sapere sterminato ed eclettico (e con la sua capacità di divertirsi e di divertire l’interlocutore, che fosse una singola persona o un vasto pubblico) le difficoltà di divulgarlo. "Gli esseri umani hanno sempre avuto bisogno di certezze", diceva. "Un tempo le avevano o credevano di averle dalla religione. Poi le hanno avute dalla fisica di Newton per parlava un linguaggio deterministico e non problematico come quello della scienza moderna. Oggi non è più così e non accettare questa realtà ha intrappolato persino un genio come Einstein in contraddizioni insuperabili. La cosa importante è capire che tutto questo non è un fatto negativo, al contrario. Siamo forse all’inizio di una nuova storia dell’universo. Mi piace paragonarlo a un bambino appena nato. Non sappiamo cosa potrà fare da grande, chi sarà e diventerà. Certo, alcuni genitori vorrebbero già saperlo. Ma quello che conta, a mio avviso, non sono le nostre pretese di certezze ma le infinite potenzialità dell’universo-bambino". Anche in campo politico-sociale Prigogine era di una straordinaria apertura mentale. Aveva ben presenti tutte le questioni dominanti del nostro presente-futuro: la fine delle ideologie, la rinascita dei fondamentalismi, la società multietnica, la crisi ambientale. Ma aveva fiducia, una contagiosa inesauribile speranza. "L’essenziale", ammoniva, "è capire che le sfide sono più stimolanti di noiosissime pseudocertezze". Riteneva che i due grandi problemi della nascita e della fine dell’universo fossero più che mai aperti. Quanto al primo, si attendeva una possibile clamorosa risposta dall’eventuale creazione della materia in laboratorio che potrebbe condurre la scienza all’avvio della ”cosmologia sperimentale”. E, per quel che riguarda il secondo, non esitava a tener fede alla sua immagine di ”eretico” e rivoluzionario. Sosteneva che l’universo potrebbe non finire mai , messaggio finora inaccettabile sia per la conoscenza scientifica che per le religioni. "A sostenere la morte dell’universo" spiegava con olimpica serenità ma con ferma convinzione, "è stata una interpretazione del secondo principio della termodinamica, in base al quale ogni sistema energetico è destinato progressivamente all’esaurimento, all’entropia. Secondo me, invece, la termodinamica ci dà un altro messaggio: non è mai possibile predire il futuro di un sistema complesso. Il futuro di un simile sistema e più che mai quello di uno straordinariamente complesso come il nostro universo è aperto. Per il cosmo nessun destino di morte è, dunque, scontato". E concludeva, con un affondo sorprendente ma tutt’altro che privo di fondamento scientifico: "Anziché preoccuparci della sua morte, dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento e pensare che l’universo è un bambino appena nato"» (Massimo Di Forti, "Il Messaggero" 29/5/2003).