Vittorio Zucconi, "la Repubblica" 24/5/2003, 24 maggio 2003
WASHINGTON
Nel presepe sordido dello sport business, c’è da oggi un nuovo Bambino d’Oro da adorare. Si chiama LeBron James. Un bambinone, in verità, di 2 metri e 7 centimetri, appena diciottente, liceale, che non ha ancora giocato un solo minuto nel campionato americano di basket, che non appartiene ancora a nessuna squadra professionale, ma sembra avere ricevuto la grazia di centrare molti canestri e per questo ha intascato ieri dalla Nike un assegno di 90 milioni di dollari, per indossare gli indumenti col baffo. Novanta milioni di dollari per un paio di scarpe.
Un record storico, ovviamente, che cancella il ricordo dei 60 milioni versati dalla stessa Nike al golfista Tiger Woods perchè passasse professionista nel 1997 o le briciole di pochi milioni pagate dalle concorrenti, la Adidas, la Reebok, la Fila, per infilare le loro scarpine d’oro ai piedi di queste Cenerentolone. Uno scandalo, una vergogna, uno schiaffo ai "valori morali", fremono le e-mail e le chiamate ai centralini delle radio, come se il Bambinone d’Oro avesse rubato alla San Vincenzo.
Ma LeBron James, oggi il liceale più ricco d’America, non ha rubato nulla, nè i celebri scarpari di Portland, la Nike, gli hanno regalato nulla. Se gli hanno dato 90 milioni è perché sanno con certezza di mercato che questo ragazzo può valere dieci volte quella cifra, in scarpe e altra paccottiglia venduta, come Jordan valeva due miliardi all’anno in "mercanzie" e biglietti. "Questa non è carità, honey" dice Sam Vaccaro, l’uomo della Adidas che si era fermato a una irriguardosa offerta di 20 milioni.
Ma se l’indignazione del popolo è ridicola, visto che saranno i fedeli dello sport business a comperare per 350 dollari scarpe delle quali potrebbero fare a meno, firmate da LeBron e che costano al produttore pochi dollari in fabbriche del sudore sparpagliate nel Terzo mondo, mai si erano visti tanti soldi dati in anticipo per così poco, per la semplice "scommessa" su un talento enorme, ma ancora da provare tra i professionisti. Questa, di "svuotare le culle" alla ricerca di "fenomeni" come si dice nel gergo, è ormai la norma e ci sono casi documentati di bambini di 11 anni corteggiati da procuratori, scarpari, sponsors, e da avvocati con proposte di matrimonio da parte di ragazze che vorrebbero mettere per tempo il cappello sulla sedia.- Pubblicità -
LeBron, con questo nome storpiato e immaginario, come LaPhonso, Antwain, Anfernee, Shaquille, secondo la moda che ha ormai rimpiazzato nei ghetti neri gli Abdul, Kareem, Sharif, Rauf dei Black Muslims, giocava sotto l’occhio degli sponsors da quando aveva 11 anni ed entrò, per carità più che per meriti scolastici, nella media-liceo delle dame di San Vincenzo a Cleveland, nell’Ohio, suprema ironia della provvidenza. Alle elementari era stato un disastro, "perdevo 80 giorni si scuola su 160" dice, per seguire la madre, Gloria, che cambiava abitazione sette volte l’anno, di fatto una senza fissa dimora, inseguita da creditori e dal braccio della legge, che l’acciuffò almeno tre volte, per reati minori. Gloria era rimasta incinta di lui quando aveva sedici anni, in un "casual encounter" che poi scomparve subito. Un padre puramente biologico, ma non tanto smemorato, perché da quando il ragazzone fu classificato un "fenomeno" si è rifatto vivo e gli manda appelli per incontri e riconciliazioni. Dal carcere, che LeBron giustamente ignora.
Fu cresciuto da un padre putativo, un "boy friend" di Gloria, la mamma, il cui nome LeBron si è fatto tatuare sul braccio come tanti di questi ragazzi neri che conoscono soltanto la madre e vengono puntualmente sfottuti dai tifosi avversari che intonano nei palazzetti cori ritmici di "Who’s your Daddy?", chi è il tuo papà?, certi di non ricevere risposta. Il padre putativo, anche lui con una sostanziosa fedina penale (tre carcerazioni e un processo in corso per truffa) lasciò la madre, ma non il figlioccio che continua ancora a oggi ad assistere come "consulente finanziario". Da quando compì 16 anni, gli regala un fuoristrada ogni compleanno, Ford Explorer, Cadillac Escalade e l’ultima, nel dicembre scorso, una jeep Humvee, stile "guerra preventiva", provenienza del danaro ignota. Questo mentre Gloria doveva andare a vendersi le scarpe usate del figlio per comperare i biglietti alle partite nel liceo e mantenersi mettendo all’asta le magliette autografate da lui via Internet, a 200 dollari l’una.
Lui, il Bambinone d’Oro, è simpatico e intelligente, oltre che dotato di un talento fisico e tecnico che lo ha già fatto paragonare alle divinità del passato, Michael Jordan, Magic Johnson, e ai nuovi eroi del basket, Iverson, Bryant, Garnett, Carter. Sa che finirà a giocare in un orrido club, i Cleveland Cavaliers, sempre ultimo e che ha per questo il diritto di scegliere per primo nel mazzo dei nuovi talenti. Lo attendono altri 20 milioni di dollari che sono quanto spetta per contratto agli esordienti migliori.
E poi, dovrà pregare che gli siano risparmiati quegli infortuni devastanti che potrebbero colpire il suo corpo ancora di adolescente, ancora un po’ fragilino, come provò la frattura a un polso due anni sono, che fece tremare il circo dello sport, e che gli ha imposto già una polizza anti infortunio per 5 milioni di dollari. Il pio liceo della San Vincenzo di Cleveland lo rimpiangerà molto, perché nel suo ultimo anno di scuola, dovette far giocare la squadra di LeBron, gli Irish, non più nella palestra, ma nel palazzo dello sport cittadino per accogliere le folle di spettatore, incassando alla fine un milione di dollari in biglietti venduti. Prova che la carità cristiana, a volte, ha le sue corpose ricompense terrene in valuta.