Enrico Regazzoni, "la Repubblica" 24/5/2003, 24 maggio 2003
"Ciò che ho capito in tanti anni di insegnamento è che c’è una certa sfericità della vita: a volte ci si trova a insegnare a chi ne sa tanto più di noi e a volte si apprende da chi ne sa molto meno"
"Ciò che ho capito in tanti anni di insegnamento è che c’è una certa sfericità della vita: a volte ci si trova a insegnare a chi ne sa tanto più di noi e a volte si apprende da chi ne sa molto meno". Ha un buon ricordo dei suoi anni da studente? "Non tanto. Ero in una scuola di preti... Ma più che i contorni della scuola, ricordo quel lungo periodo di incubazione. Dice Robert Walser che quando si è giovani bisogna essere a lungo niente, non si deve aver fretta di diventare qualcosa". In classe ha problemi di disciplina? "Ovviamente. C’è un senso di onnipotenza diffusa, ed è difficile far valere la logica di un ascolto pacato. Non c’è cattiveria, ma un’ansia e una fretta isterica che a volte possono tradursi in caos". E riesce ad appassionarli ai libri? "Leggono poco, e faticano a farlo. Decifrano la parola scritta sillaba per sillaba, come se l’italiano fosse una lingua morta. Non leggono i fumetti, che una volta erano una specie di base". E non le viene mai il dubbio che non ci sia niente da insegnare? "Può darsi. Forse non c’è molto da insegnare, ma c’è molto da imparare. Nell’ultimo racconto del libro ho proprio affrontato questo tema: nessuno può dirci qual è la cosa giusta da sapere, ma noi non possiamo smettere di cercarla" (Marco Lodoli a Enrico Regazzoni, brani di un’intervista)