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 2003  maggio 27 Martedì calendario

ZANDEGÙ Dino

ZANDEGÙ Dino Rubano (Padova) 31 maggio 1940. Ex ciclista. Primo al Giro delle Fiandre del 1967, due tappe al Giro del 1966, due nel 1967, una nel 1970, una nel 1971 • «Da 40 anni nelGiro, 10 come corridore, 4 come capocarovana, il resto come direttore sportivo. [...] "Papà panettiere, mamma casalinga, sette sorelle più me, zii e un cugino, totale 18. ’ La prima cottura del forno è per noi, il resto si vende’ diceva mio padre per tranquillizzare la nostra fame. A quei tempi si mangiava pane, Coppi e Bartali. La mattina consegnavo il pane, il pomeriggio andavo in bici. Una Torpado da garzone, manubrio da corsa e cambio Gambato a bacchetta. Prima corsa, a Vicenza, e prima vittoria, in volata. Allora la comunità di Rubano fece una colletta per darmi una bici meno sbilenca. Ma avevo tante di quelle energie che la bici era la cosa che contava di meno [...] Giro d’Italia 1964, Roccaraso-Caserta, nevicava. Io, in discesa, vestito come un palombaro, mentre Adorni e Taccone in maniche corte cercavano di staccare Anquetil. Sul Macerone avevo 20 minuti di ritardo, al rifornimento neanche il tempo di mangiare, ficcai banane, mele e panini nelle tasche e via a tutta anche se ero in riserva sparata. Arrivai a Caserta trequarti d’ora dopo i primi, ma 30 secondi dentro il tempo massimo. L’arrivo era stato smontato, rintracciai a fatica l’albergo, entrai mentre gli altri cenavano, pensavano che mi fossi ritirato, avevano disdetto la camera, il massaggiatore Italo Villa mi sistemò nella stireria, mi addormentai così com’ero: morto. Alle 4 del mattino mi svegliai con una strana sensazione: banane, mele e panini spiaccicati dietro la schiena. Li divorai. Due giorni dopo, a Montepulciano, mi piazzai con i primi. Solo allora cominciai a esistere anche per la squadra e il Villa prese a massaggiarmi [...] Sei Giorni di Montreal, Canada, 14 coppie, io negato in pista con Gianni Motta, anello di 110 metri, da strage premeditata. Prima notte, prima caduta, generale, otto in ospedale, gli altri sei, fra cui me, si rialzano. Terzo giorno, seconda caduta, soltanto mia, e fine della gara. Gli organizzatori mi dicono che se tutte le sere canto due canzoni, mi garantiscono l’ingaggio come se corressi ancora. Così tutte le sere salgo sul palco e canto una canzone italiana e una napoletana. Alla fine sono così contenti che mi danno non solo l’ingaggio, ma anche un supplemento e una tv a colori, che in Italia non c’era ancora, però con la solenne promessa di non farmi più vedere da quelle parti [...] Giro d’Italia 1971, Tarvisio-Grossglockner, c’è uno del mio paese, mi dice ’ Dino, dopo questa curva sei arrivato’. Vero, ma l’avrei ammazzato: c’era un rettilineo di 12 chilometri, tutto in salita. La salita non è mai stata il mio forte. Sul Passo San Pellegrino non sarei mai arrivato se non ci fosse stato un battaglione di alpini. Mi feci aiutare anche da un prete, minacciandolo: ’Spingi, se no bestemmio’. Mi spinse per un chilometro, poi svenne [...] Al ciclismo ho dato tanto e il ciclismo mi ha dato tanto. Anche un nomee cognome. Ma a Dino Zandegù avrei preferito Bardo Lino o Barba Carlo o Brunello di Montalcino. Mi sarei sentito più a mio agio. [...] Ho altre 9.995 storie, tutte autentiche al 90 per cento"» (Marco Pastonesi, "La Gazzetta dello Sport" 27/5/2003).