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 2003  maggio 26 Lunedì calendario

RodriguezZapatero JoseLuis

• Valladolid (Spagna) 4 agosto 1960. Politico. Leader dei socialisti spagnoli. Premier dal 2004 al 2011 • «[...] è un politico difficile da catalogare. La destra vorrebbe presentarlo come un uomo di sinistra radicale, mentre i suoi alleati parlamentari (comunisti, verdi, repubblicani e catalani) elogiano la sua disponibilità al dialogo, ma gli rimproverano una politica economica troppo continuista. A volte sconcerta i suoi quando lascia che in seno al Psoe si scatenino dibattiti intensi e sconclusionati, senza cercare di mettervi ordine. Castigliano come il suo predecessore, Zapatero è l’esatto contrario di Aznar. E non solo per il linguaggio corporeo (se l’uno era accigliato e distante, l’altro ha il sorriso come immagine di marca) ma soprattutto per la sintassi politica. Aznar, soprattutto dopo aver conquistato nel 2000 la maggioranza assoluta, ha voluto essere il profeta di un Paese che si credeva capace di interpretare e di dirigere anche contro l’opinione dei suoi concittadini. La foto scattate alle Azzorre, alla vigilia della guerra in Iraq, è stata solo la metafora più visibile di questo modo insolito di intendere la politica in una democrazia. All’opposto, Zapatero ha fatto del dialogo con la società la base strategica del suo progetto politico. Chi continua a presentarlo come un “presidente accidentale”, prodotto della tragedia dell’11 marzo, è sconcertato di vederlo [...] volare nei sondaggi, a un anno dal suo arrivo alla Moncloa. [...] Dopo otto anni di dispotismo, si apprezza soprattutto la sua rinuncia al dogmatismo e la sua disponibilità a parlare con tutti. Il “talante”, il suo garbo, la sua disponibilità - che l’opposizione tenta, con scarso successo, di trasformare in un boomerang - è divenuto il talismano [...]. I cittadini, sempre più insofferenti dei partiti che ad ogni problema pretendono di applicare un rimedio preso di peso dal loro vademecum, sono grati per l’atteggiamento di un presidente che non ha tutte le risposte preconfezionate. Per non cadere nel puro opportunismo, il suo metodo pragmatico esige un poderoso capitale di credibilità. [...]. Tutto questo induce a parlare più dello stile di Zapatero che del suo pensiero politico, che per alcuni continua ad essere un enigma. Nato nel 1960, è il primo presidente spagnolo che si è formato in democrazia, e ha potuto votare fin da quando ha raggiunto la maggiore età. I suoi ricordi del franchismo risalgono alla sua prima adolescenza. Laureato in legge, ha dedicato la vita alla politica. Dopo un breve passaggio all’università è stato, dal 1986, il deputato più giovane del Congresso. A fronte di altri politici, che spesso si lamentano in pubblico di quanti sacrifici imponga questa professione, Zapatero si mostra riconoscente e persino felice di potervisi dedicare. Per quattordici anni è stato un deputato discreto, che non ha lasciato tracce memorabili, ma si è dedicato attivamente al lavoro in un territorio difficile come quello delle pubbliche amministrazioni. Qui ha conquistato amicizie e complicità che sono state molto utili al suo partito quand’era all’opposizione. Pochi avrebbero scommesso un soldo per lui, quando decise di dar battaglia per la segreteria generale del Psoe, nell’estate del 2000, dopo la sconfitta alle elezioni generali alle quali Aznar ottenne la maggioranza assoluta. Doveva affrontare un politico sperimentato come José Bono [...] e non ha potuto contare neppure sul sostegno di Felipe Gonzales. Ha vinto per un pugno di voti. Il suo primo compito è stato quello di rafforzare l’unità del partito, integrare le diverse famiglie e iniettare nel Psoe l’autostima che stava perdendo. Per lui, la volontà di concludere patti non è certo un’improvvisazione messa in scena dopo il suo arrivo alla Moncloa. Poco dopo la nomina alla segreteria generale del suo partito, ha proposto al governo una serie di accordi che Aznar ha accettato a denti stretti: il patto antiterroristico, quello della giustizia eccetera. Ha resistito per convinzione agli incitamenti bellicosi dalle fila dei suoi. Questa propensione al dialogo e agli accordi con il Partito Popolare non gli ha impedito di indurire l’opposizione quando Aznar, dal suo olimpico isolamento, ha incominciato a commettere un errore dopo l’altro: lo sciopero generale del 2002 (sulla riforma nel campo del lavoro) che lo costrinse a fare marcia indietro; il disastro del naufragio della petroliera Prestige, e soprattutto la decisione di imbarcarsi con Bush nella guerra irachena, contro l’opinione di più dell’80% degli spagnoli. Nel febbraio del 2003, dopo l’esibizione di Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Zapatero mise in dubbio l´esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. La sua fonte erano le informazioni elaborate dai servizi dell’Intelligence spagnola, ai quali aveva accesso in qualità di capo dell’opposizione, e che Aznar aveva snobbato, preferendo attingere direttamente alle conclusioni del suo amico americano. Molti, e in particolare Aznar e i suoi, sostengono che fino all’11 marzo Zapatero non aveva alcuna probabilità di vincere le elezioni. È un’affermazione impossibile da verificare. Ma è ben più probabile che lo stesso Aznar abbia dato un contributo decisivo alla vittoria del suo avversario con l’invio delle truppe in Iraq. In quest’ottica, Zapatero ha ritenuto di dover porre in atto immediatamente il suo impegno di ritirare le truppe spagnole dall’Iraq, per non deludere i suoi elettori. Perciò ha inviato missioni discrete a Washington, a Londra e a Roma prima di assumere la propria carica di primo ministro. A chi lo accusa di essere un politico di plastilina, incapace di dire di no, è il caso di ricordare che la sua prima missione esecutiva è stato un “no” a Bush in Iraq. Zapatero ha riassunto in tre parole il suo primo anno alla Moncloa: pace, cittadinanza e “talante”. Il fulcro del suo discorso d’investitura è la citazione di una frase pronunciata da suo nonno, capitano dell’esercito repubblicano, che prima di essere passato per le armi dalle truppe franchiste scrisse un testamento in cui esprimeva la sua “ansia infinita di pace”. Sotto quest’insegna, Zapatero ha invertito la rotta della politica estera spagnola tracciata da Aznar. Dopo il ritiro delle truppe dall’Iraq, questa inversione di rotta si è materializzata in un deciso ritorno al nocciolo duro dell’Ue, che figura come la priorità della diplomazia spagnola, e si è tradotta prima nello sblocco della Costituzione europea e poi nella sua approvazione con il referendum. Dopo la foto di Aznar con Bush è apparsa quella di Zapatero con Chirac e Schroeder. [...]. La necessità di ampliare i diritti di cittadinanza è una delle convinzioni più ferme di Zapatero. Chi lo conosce sa cosa lo muove a nominare un governo paritario, a sostenere una legge contro la violenza maschilista o per la promozione dell’uguaglianza sul lavoro, o a difendere il matrimonio tra omosessuali come strumento per garantire l’uguaglianza dei diritti civili. In quest’ordine di cose, non si scompone se alcune delle sue iniziative gli costano uno scontro con la Chiesa cattolica. La disponibilità al dialogo - il terzo dei suoi pilastri - si traduce in una ripresa dei contatti con il nuovo presidente della Conferenza episcopale, senza però rinunciare ai progetti ai quali si è impegnato nel suo programma elettorale. [...] Con il suo ottimismo antropologico, Zapatero ritiene possibile mettere insieme tutte le componenti che sembrano tendere verso direzioni opposte. Il buon funzionamento dell´economia – settore affidato a un ortodosso tutt’altro che incline alle piroette – gli permette di dedicarsi interamente alla sua autentica passione: la politica. Senza fare una piega, con l’aria di un uomo felice» (Jesus Ceberio, “la Repubblica” 15/4/2005) • «[…] l’inventore di una nuova esperienza di governo, un esempio da seguire per l’insieme dei partiti socialisti dell’Europa occidentale. […] Di ritorno al potere dopo otto anni di opposizione, Zapatero deve […] aprirsi una propria strada. I suoi primi 365 giorni al Palazzo della Moncloa non hanno segnato soltanto la penisola Iberica, ma l’Europa tutta. […] ha energia da vendere […] è riuscito in una rischiosa metamorfosi: il capo di partito, nominato primo ministro senza aver mai avuto in precedenza esperienza di governo, ha dimostrato molto rapidamente le proprie capacità di uomo di Stato. Ma c’è di più: egli è diventato una delle personalità importanti della sinistra europea, al medesimo livello di Tony Blair che dirige il suo partito dal 1994 e il suo paese dal 1997, e ha profondamente scompigliato la sinistra riformista, provocandola e esortandola a esplorare vie nuove, scatenando vigorose adesioni e animosi rifiuti. Rispetto a ciò che accade in Europa, Zapatero a prima vista si colloca nella scia del britannico: accetta l’economia di mercato e dà prova di ortodossia economica. Come Blair, ma altresì come gli altri socialisti europei, vuole modernizzare il welfare, l’educazione, la ricerca, promuovere azioni sociali con l’aumento dei salari minimi o con un rialzo delle pensioni più basse. Al tempo stesso, tuttavia, egli evidenzia alcune differenze nette e importanti rispetto al prestigioso occupante del Numero 10 di Downing Street. In materia di relazioni internazionali si è opposto agli Stati Uniti ritirando le truppe spagnole dall’Iraq e ne paga lo scotto, poiché il presidente americano George W. Bush l’ha accuratamente evitato […]. Blair stesso non ha apprezzato l’atteggiamento spagnolo e lo ha dichiarato pubblicamente. D’altra parte, Zapatero pretende di essere un europeo militante e determinato: con lui la Spagna è stata il primo Paese dell’Europa dell’Ovest ad aver organizzato un referendum sulla Costituzione che gli spagnoli - per lo meno quelli che hanno votato - hanno ratificato. Zapatero non esita a recarsi in Francia per aiutare i partigiani del Sì. Grazie a lui la Spagna, per lungo tempo parente povera dell’Europa, pretende di essere uno dei Paesi motori dell’integrazione europea. Infine, a differenza di Blair, fervente anglicano, Zapatero si è impegnato in una trasformazione profonda della società spagnola: formazione di un governo nel quale uomini e donne sono rappresentati alla pari, legge contro la violenza coniugale, riforma del divorzio, matrimonio degli omosessuali, sospensione dell’insegnamento religioso nelle scuole medie, etc. Zapatero e il suo partito hanno fatto proprie le tematiche post-materialiste e libertarie e così facendo arricchiscono il programma della sinistra. Il ciclo dello stato di grazia di Jose Luis Rodriguez Zapatero volge lentamente al termine. Benché sia ancora molto alta, la sua popolarità va erodendosi. La disoccupazione resta elevata, intorno al 10,4 per cento, uno dei livelli più alti dell’occidente europeo. La questione delle autonomie regionali rimane ancora irrisolta. Ormai, però, Zapatero è uno dei grandi leader spagnoli ed europei. François Hollande, il primo segretario del Partito socialista francese, fantastica, si immagina alla stregua di uno Zapatero francese, colui che avendo contribuito alla vittoria del Sì, nel 2007 ambirà alla presidenza della Repubblica pur non essendo mai stato ministro. Zapatero potrebbe forse ispirare altresì la sinistra italiana, il che supporrebbe una rivoluzione culturale, visto che i Ds sembrano procedere a rimorchio – sull’esempio del Pci di un tempo - in merito alle questioni sociali che il capo del governo spagnolo affronta con cotanta determinazione» (Marc Lazar, “la Repubblica” 15/3/2005) • Il suo pensiero politico «si colloca, probabilmente, più vicino al “repubblicanesimo” del professore irlandese-australiano Philip Petit e al patriottismo costituzionale del tedesco Jürgen Habermas, che alla terza via del britannico Tony Blair. Rodríguez Zapatero ha pubblicamente fatto riferimento a queste due linee di pensiero più che ai contributi di Blair. Il leader spagnolo non ha neppure assistito, pur essendo invitato, ad alcuna delle conferenze organizzate recentemente dal New Labour. Zapatero proviene da una famiglia di tradizione socialista - uno dei suoi nonni, un militare, fu fucilato dalle truppe di Franco - e ama rifarsi agli intellettuali della II Repubblica spagnola, come Giner de los Ríos o María Zambrano. Con il suo primo discorso pubblico dopo la sua elezione a sorpresa a segretario generale del Psoe, aveva sollevato un polverone sui media parlando di “socialismo libertario”. E poco dopo, in una riunione dell´Internazionale Socialista a Zaragoza, nel febbraio del 2001, aveva citato l´obbligo dello Stato di intervenire per evitare che i cittadini si trovassero costretti ad agire sotto coazione, una delle idee di base di Petit. Il “repubblicanesimo” cui allude non riguarda la forma dello Stato - Zapatero non mette in discussione la monarchia spagnola - ma si riferisce invece ai valori della società attuale e al ruolo e all´organizzazione che devono assumere e svolgere le istituzioni democratiche come garanti della libertà dei cittadini. Si tratta di una corrente di pensiero più legata al radicalismo francese del secolo scorso e al liberalismo radicale anglosassone che alla socialdemocrazia tedesca nella sua essenza. Il programma elettorale con il quale Zapatero si è presentato è profondamente permeato di queste idee, prevedendo proposte dettagliate su come democratizzare le istituzioni e approfondire il dibattito politico. In alcuni dei suoi principali interventi ha dato l´impressione di attribuire molta più importanza a questi aspetti che alla possibilità di realizzare proposte elettorali nell´ambito dell´economia diverse da quelle consigliate dalla più pura ortodossia. Il pensiero di Zapatero si ispira probabilmente alle posizioni di Felipe González più negli argomenti correlati alla politica internazionale e alla costruzione dell´Europa, che in qualsiasi altro campo. [...] Condivide con González la visione della Ue come elemento imprescindibile per la stabilità mondiale e la prosperità della Spagna» (Soledad Gallego Diaz, “la Repubblica” 20/3/2004) • «Quando lo nominarono segretario generale, nel 2000, non era ancora un vero leader: sconosciuto alla maggior parte degli spagnoli, era solo una proposta di leader, indebolito già in partenza dallo strettissimo margine con cui riuscì ad avere la meglio in congresso su uno dei vecchi "baroni" del partito, José Bono. Un anno dopo, erano già parecchi i socialisti che credevano di essere incappati in una nuova figura debole, destinata a mantenere ancora a lungo il Psoe lontano dalle stanze del potere. Lo stesso Felipe González, considerato almeno all´inizio il suo vero sponsor, non aveva il coraggio di esprimersi pubblicamente a favore del nuovo segretario. Lui la prendeva con filosofia, ma non doveva fargli molto piacere quell´epiteto che gli aveva affibbiato un comico proprio su una televisione "amica", Canal Plus (del gruppo di El País): "Sosoman", dove "soso" sta per scialbo, insulso, noioso. Col tempo l´abbiamo capito, ma soprattutto l´hanno capito gli spagnoli: era pura tattica. [...] aveva bisogno di consolidare la sua immagine di leader affidabile, di uomo di governo. Così si spiega la sua smania iniziale di siglare accordi ("pactos de Estado") con il premier José María Aznar. In realtà si trattava di grandi intese su temi di interesse generale, sui quali vale di più dimostrare senso di responsabilità che non un "dovere" di fare opposizione sempre e comunque. Il patto "per la libertà e contro il terrorismo" nel Paese Basco fu il primo, seguito a ruota dall´accordo per una grande riforma del sistema giudiziario. E ci si fermò più o meno lì. Perché, quando i popolari gli proposero di sottoscrivere una proposta di legge per riformare l´università, che risultava indigesta a studenti, professori e rettori, lui gli voltò le spalle e portò in piazza trecentomila persone. E allo stesso modo è andata anche su un´altra questione spinosissima, quella dell´immigrazione. Quello che all´inizio in parecchi non capivano, il "cambio tranquilo", si è rivelato il suo punto di forza. Quando consigliava pubblicamente una delle sue letture preferite, l´ Elogio della mitezza di Norberto Bobbio, nelle file della vecchia sinistra "guerrista" del partito (che si ispira all´ex delfino di Felipe González, Alfonso Guerra) lo guardavano con sospetto. I sondaggi gli hanno dato una grossa mano. In poco tempo è diventato il politico più popolare di Spagna: e così anche i più restii - in particolare gli inossidabili "baroni" locali del Psoe - hanno finito col sostenerlo in pieno, ricompattando un partito lacerato da sette anni di opposizione. José María Aznar ha fatto il resto: forte della sua maggioranza assoluta, ha scelto sempre più spesso la via dell´arroganza non solo nei rapporti con l´opposizione, ma anche con i sindacati e con i nazionalisti baschi e catalani. L´incidente del "Prestige" e la guerra in Iraq hanno segnato la svolta, dando al segretario socialista la leadership della "piazza". La protesta popolare di milioni di persone doveva servire da campanello d´allarme. Del resto, Zapatero aveva messo sull´avviso il premier: "Democrazia non è votare un giorno e tacere per quattro anni"» (Alessandro Oppes, "la Repubblica" 26/5/2003).