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 2003  maggio 25 Domenica calendario

Arpesella Pietro

• Nato a Romito, morto 95enne a Rimini il 24 maggio 2003 (suicidio). Imprenditore. «Uno dei fondatori del turismo in Italia, uno che valeva per l’industria delle vacanze quello che Gianni Agnelli o Enzo Ferrari avevano contato per l’automobile. [...] Era stato il padrone del Grand Hotel felliniano di Rimini, ed era fallito con lui prima di restare aggrappato al suo passato. Suo figlio Marco aveva cercato di ripercorrere i passi del padre, ma non ce l’aveva fatta. S’era ucciso a 52 anni, un colpo di pistola alla tempia, tra i velluti rosa del Grand Hotel. I giornali avevano parlato di disavventure finanziarie, ma anche di una difficilissima storia d’amore che l’aveva segnato e ferito. Suo padre disse, con impietoso affetto: ”Aveva un cuore grande. Ma non aveva la mia tempra”. Il commendatore Pietro Arpesella non aveva più problemi finanziari. Viveva con i suoi ricordi, e questi lo uccidevano ogni giorno. Era sopravvissuto a tutto, anche alla fine dei suoi sogni, di signori, principi e dané. Diceva: ”La vecchiaia è un’ingiustizia”. E lo ripeteva a tutti, con ossessiva lucidità. Ma aveva un fisico di ferro che resisteva a tutto, anche al passare degli anni. [...] Nato a Romito, che lui definiva ”il paese più brutto della Liguria”, anche se a pochi minuti c’è il golfo del Tigullio, ”che ti apre il cuore come un profumo”. Da lì vedeva il mare e siccome da bambino prendeva tutto quello che vedeva, una volta prese anche il mare: s’imbarcò come mozzo su una nave verso l’America. Quando sbarcò fece lo sguattero al Waldorf Astoria. Mentre raschiava i tegami pensava: ”Verrà il giorno che me ne prendo uno anch’io”. Tornò in Italia, andò a fare il ballerino nei night vicino a Bologna, poi l’agricoltore nelle piane di Mantova. Lavorò a Riccione, cominciando a fare l’albergatore negli anni del fascismo. Durante la guerra salvò due generali inglesi e un gruppo di ebrei. Nel ’46, quando Fellini tornò a Rimini e trovò nient’altro che macerie e ”dalle macerie veniva fuori solo il dialetto, la cadenza di sempre”, anche il Grand Hotel era ridotto in rovina, con questi suoi colori opalescenti, gli stucchi crepati, queste linee ondulate del Liberty, monumento al lusso e alla memoria, nella spiaggia più popolare d’Italia devastata dai bombardamenti. Ci vollero altri 8 anni per rimetterlo in piedi e nel frattempo le cento ville di Rimini erano diventate pensioncine, c’erano le spiagge lunghe e file di ombrelloni, i palazzi che spuntavano qua e là, e sulle strade le Fiat che non facevano le code ma arrivavano sbuffando e fumando, i bagagli legati con lo spago sul tettuccio. Era nato il turismo di massa e proprio lì, in mezzo, era ritornato a vivere questo tempio delle vacanze e del passato, con le sue memorie degli Asburgo, della Principessa di Sassonia, di Guglielmo Marconi, di Claretta Petacci, di Mussolini che arrivava di corsa da Riccione per incontrare la sua amante nelle stanze del Grand Hotel. Rimini allora non era più ”un pastrocchio confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare”, come disse Fellini. Rimini cambiava, perché cambiava l’Italia, la vacanza della città che lavora e non più quella dei padroni con le braghe bianche. Restava - un mito indistruttibile - il Grand Hotel. Arpesella che era un uomo del passato lo comprò. Bisticciò con tutti per farlo, con i figli e la moglie, e gli amici gli dicevano: ti scavi la tomba. Lui rispondeva che non gli importava niente: ”Io inseguivo un mio sogno che facevo da bambino. Mi sdraiavo per terra e chiudevo gli occhi al sole, sognando l’America e i castelli. In America sono andato scappando di casa a 13 anni. Il castello è questo qui”. Così era diventato la voce di queste mura bianche, di questi arazzi e questi arredi antichi, di quest’aria moresca, di tutte queste memorie. Negli anni che vennero, anche lui seguì la parabola dell’Italia, fra successi e sfortune. Ma da quel momento, ogni felicità e ogni dolore cominciarono per lui ad abitare lì dentro, nel Grand Hotel, fra quelle sale con i grandi marmi e il legno, con i fantasmi del Gran Visir e di Enrico Caruso, e gli spettri di tutte le donne bellissime che avevano volteggiato su quei palquet sotto a queste volte rococò. Aveva dovuto lasciare, ma non se n’era mai andato da questo mondo. Suo figlio Marco, coperto di debiti e piegato dall’amore, aveva dovuto uccidersi per inseguire questo miraggio in un giorno lontano del 1987. E anche quella volta il commendatore, prima di uscire dalla sua stanza, si era messo il vestito migliore per andare a vederlo» (’La Stampa” 25/5/2003).