Marco Carminati, "Il Sole 24 Ore" 11/5/2003, 11 maggio 2003
"I ”Manoscritti di Francia”, denominazione solenne e pomposa di conio napoleonico, che sta in realtà ad indicare dodici semplici quadernetti, dall’aspetto e dalla dimensione assai modeste, quasi dei tascabili: il più piccolo misura 9 x 6 centimetri, il più grande 31 x 22, che Leonardo da Vinci utilizzò come block-notes per appuntarvi in totale libertà idee, considerazioni, progetti e osservazioni
"I ”Manoscritti di Francia”, denominazione solenne e pomposa di conio napoleonico, che sta in realtà ad indicare dodici semplici quadernetti, dall’aspetto e dalla dimensione assai modeste, quasi dei tascabili: il più piccolo misura 9 x 6 centimetri, il più grande 31 x 22, che Leonardo da Vinci utilizzò come block-notes per appuntarvi in totale libertà idee, considerazioni, progetti e osservazioni. I quaderni più grandicelli gli servivano per gli appunti in studio. Quelli più piccoli se li portava in giro come taccuini da viaggio, per fissare a caldo pensieri o suggestioni che colpivano all’improvviso la sua fertile mente. L’italiano degli appunti è, come al solito, sgangherato e faticoso, tipico dell’”omo sanza lettere” qual si definiva Leonardo. Ma il ”tesoro” vero sta accano alla scrittura: sono gli innumerevoli disegni, studi e ”ghiribizzi” (spesso non più grandi di un francobollo) che fanno brulicare di vita e genialità i ”diari di lavoro”, suscitando continue emozioni in chi li guarda. Era dal 1952 che nessuno li ammirava più, da quando cioè il Louvre ha organizzato l’ultima grande rassegna su Leonardo da Vinci per celebrarne i 500 anni della nascita. Cosa contengono di così magico i ”manoscritti di Francia”? Contengono tutto, sono una specie di enciclopedia in miniatura dei campi d’indagine prediletti da Leonardo. A fine Settecento, per praticità, essi ricevettero una segnatura con le lettere dell’alfabeto dalla A alla M. Nel codice A si parla di pittura e di fisica, qui, a metà strada tra le due materie, ci sono le ricerche sui ”moti mentali”, sulle ”passioni” e sull’”anima”. Nel codice B ci sono studi per fortificazioni, progetti di macchine volanti e strepitose nature morte con fagioli, ciliege e fragole. Nel manoscritto C si studiano le ombre, nel D il funzionamento dell’occhio umano. Nel libro E entra in scena uno dei ”pallini” di Leonardo naturalista, il volo degli uccelli, ma non mancano accenni all’altro ”chiodo fisso” leonardesco, il moto delle acque. Acqua e problemi geometrici sono i temi del codice F, mentre il progetto di un terribile specchio ustorio occupa molte pagine del codice G. Il libro H tratta idraulica e meccanica, mescolate ad annotazioni di grammatica latina: ci si commuove nel vedere Leonardo arrancare per imparare da autodidatta l’ostica ”lingua della scienza” che lui purtroppo mastica malissimo. Negli ultimi taccuini (K, I, L, M), la geometria è il tema dominante, troviamo però anche appunti che si riferiscono al Cenacolo e alla vigna che Ludovico il Moro gli ha donato a Milano. Ci si imbatte persino in espressioni ”liriche”, vagamente leopardiane: nel manoscritto K, Leonardo appunta: ”Come sta la luna?”. E’ una domanda poetica? No, fisica: Leonardo annota il quesito perché ha intenzione, prima o poi, di capire come fa la luna a ”stare” sospesa nel cielo (...) In passato questi libri ne subirono di tutti i colori. Nel 1796 vennero sottratti a viva forza dai soldati di Napoleone alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (qui si trovavano dal 1637). Nel convoglio spedito a Parigi c’era anche il Codice Atlantico, ma mentre quest’ultimo tornò a Milano dopo il Congresso di Vienna, i codici piccoli, con cavalli e furbizie, vennero trattenuti a Parigi e finirono nella Biblioteca dell’Institut de France, a pochi passi dal Louvre. Il peggio però venne dopo. Guglielmo Libri, rinomato professore di matematica e illustre storico della scienza, a metà Ottocento chiese di consultare i codici. Vista l’autorevolezza del personaggio la consultazione venne concessa: nessuno poteva immaginare le reali intenzioni del professore. Costui, non solo si ”intascò” un codice intero, ma inserendo nelle pagine degli altri libretti un filo sottile intriso di acido muriatico riuscì senza fatica a staccare e a portarsi a casa innumerevoli fogli. In seguito scappò a Londra per vendere la refurtiva. Fortunatamente, molto dei fogli strappati tornarono più tardi a Parigi e vennero reincollati ai codicetti. Il libro sottratto (che era poi il tredicesimo della serie) è finito invece a Torino nella Biblioteca Sabauda: è il celebre Codice sul volo degli uccelli.