n, 22 maggio 2003
Tags : Alejandro De Tomaso
DE TOMASO Alejandro. Nato a Buenos Aires (Argentina) il 10 luglio 1928, morto a Modena il 21 maggio 2003
DE TOMASO Alejandro. Nato a Buenos Aires (Argentina) il 10 luglio 1928, morto a Modena il 21 maggio 2003. Imprenditore. Figlio di un uomo politico più volte ministro. Sua madre apparteneva a una famiglia di latifondisti. E il marchio della De Tomaso riprende la forma del ferro per marchiare i cavalli della fattoria della famiglia materna con la bandiera argentina sullo sfondo. Arrivò in Italia a 27 anni come pilota. Nel ’55 e ’56 guidò per la Maserati e nelle tre stagioni successive per la Osca. Nel ’59 fondò a Modena la casa automobilistica. La prima auto di successo fu la Vallelunga, presentata nel 1963 a Torino. Dall’alleanza con Giugiaro nacquero la Mangusta e la Pantera, prodotta fino al 1972 con punte di 2.550 esemplari l’anno con l’ingresso di Ford nella Casa modenese. Dopo aver acquisito Benelli, Guzzi, Innocenti e Maserati, nel ’93 cedette il marchio del Tridente alla Fiat. «Aveva la genialità e la durezza di Enzo Ferrari. E la cultura a 360 gradi di Gianni Agnelli. In più era folle come tutte le persone che simettono in testa obiettivi troppo grandi. Con la differenza che De Tomaso li ha perseguiti tutti. [...] Era cresciuto in una enorme fattoria. In Italia era giunto a metà degli anni Cinquanta nelle vesti di pilota a caccia del successo. Aveva già vinto, nella classe 2000, una 1000 Km di Baires, alla guida di una Maserati. Era il 1957. L’anno dopo rivinse la stessa gara nella categoria 1500 con una Osca, in coppia con una ragazza americana, Isabel Haskell, con la quale s’impose pure nella classifica all’indice di prestazione della 12 Ore di Sebring.
Stesso equipaggio. Tra una gara e l’altra, Isabel era divenuta sua moglie. Ma come pilota era troppo caldo, troppo irruente, troppo spericolato. Lo capì lui stesso e decise di smettere, ma non di abbandonare l’Italia. Si stabilì a Modena, fucina di motori e terra ricca di gente che gli assomigliava. Non si è più mosso. [...] Cominciò, come costruttore, nel 1962 e dodici mesi dopo presentava a Torino una bellissima spider chiamata Vallelunga, con meccanica Ford. Sul muso c’erano le iniziali del suo cognome su sfondo azzurro e bianco, i colori dell’Argentina. Le sigle erano De T, così come veniva marchiato il bestiame di famiglia nella estancia dov’era cresciuto. La Vallelunga fu l’avvio di un’attività vulcanica che l’ha portato poi a realizzare prestigiose granturismo come la Mangusta, la Pantera, l’ultima Guarà, oltre alla grande Deauville. Nel turbinìo che l’ha contraddistinto, De Tomaso ha acquistato pure le carrozzerie Ghia e Vignale, ha salvato dal fallimento, comprandola, la Maserati, dove ha creato il fenomeno Biturbo e Quattroporte. Ha mandato avanti l’attività della Innocenti divenuta sua, ha fatto sue Moto Guzzi e Benelli. E, con la Rowan, presentò – quando ancora nessuno ci pensava – una vetturetta elettrica. Era un manager scomodo, inviso, polemico, troppo avvezzo a dire la verità. Athos Evangelisti, suo grande amico, raccontava che "Alejandro ha sempre pagato il successo con la impopolarità, dalla quale non bastava a difenderlo la ragionevole certezza che si muovesse in modo trasparente". PungereDe Tomaso è stato un vezzo di tanti. Per invidia: mentre gli altri sparlavano, lui creava. Uomo di grandi letture e di incredibili hobby (sapeva tutto delle ceramiche antiche), aveva amicizie potenti con cui era sempre in contatto. Per cui gli era facile stupire gli interlocutori anticipando fatti che sarebbero accaduti nel mondo giorni dopo. Un vero istrione. Con Lee Iacocca, presidente della Chrysler, ebbe un rapporto fraterno che si estese poi al lavoro. Vulcanico, abituato a chiedere ai suoi tecnici soluzioni impossibili in un lampo, anche nelle corse spaziò in tutte le formule sino a realizzare una F. 1 progettata dall’ingegner Dallara che corse sotto la gestione di Frank Williams. Competitivo all’inverosimile, quando acquistò la Benelli la fece correre evincere con Jarno Saarinen all’indimenticabile GP di Pesaro del ’72, battendo la MV. Per rilanciare la produzione dellaMoto Guzzi e della stessa Benelli, in poco tempo riuscì a realizzare motori a 4 ed a 6 cilindri, grazie ai suoi fedeli tecnici modenesi, ai quali si appoggiava per le auto. Non aveva limiti, era esagerato. Ma anche affettuoso, riconoscente, colto, pieno di entusiasmi e pronto a ripartire dopo ogni pit stop. Un uomo che vedeva nel futuro quando altri si guardavano alle spalle. Di quelli che si rimpiangono e si raccontano nel tempo» (Pino Allievi, "La Gazzetta dello Sport" 22/5/2003).