Varie, 20 maggio 2003
TIRELLI
TIRELLI Marco Roma 17 novembre 1956. Pittore • «A un certo punto - qualche anno fa: lui era già, comunque, un giovane artista affermato, che lavorava fianco a fianco con i suoi compagni della così detta "nuova scuola romana" in uno degli studi grandi e belli di un palazzone a San Lorenzo - se ne è andato da Romaed è andato a vivere e a lavorare in un cuore dell´Umbria. Il caso deve esserci entrato poco, in quella scelta. Forse - consapevolmente, o istintivamente - andava là a cercarsi una radice: a respirare, ad avere attorno un´aria più tersa, più ferma, dove il tempo avesse altri ritmi, meno veloci, meno affannati. Dove la storia avesse orizzonti meno vasti, e più profondi. Dove i secoli andati sembrassero più vicini. A cercarsi una temperie più vicina alla sua pittura. Perché Tirelli è, nonostante quel che alla prima possa sembrare, un pittore antico. [...] L´immagine di Tirelli si fonda da una parte sulla nozione che il quadro non abbia da rappresentare altro che la propria realtà, distante da ogni mimesi del mondo; e d´altra parte che il luogo privilegiato ove quell´immagine sia destinata a prender figura, lontana dal mondo e dai suoi tremori, è il luogo perfetto della geometria. E i suoi quadri sono, all´apparenza, quadri interamente devoti all´egida geometrica. Tutte le forme che narrano - quadrati e rettangoli, sfere e coni, triangoli e colonne - si rifanno a un modulo geometrico. Ma poi, tutto quanto nella geometria è implicito, vale a dire la dimostrabile certezza dell´assunto proposto, e l´inconfutabile assolutezza della parola pronunciata, è da questa pittura allontanato da sé. Ed escono, infine, tremanti d´una loro vita diversa, ansiosa, quei corpi: alzati giusto al centro della pagina pittorica, come volessero con ciò confermare il loro valore d´intoccabile icona, ma poi erosi da un´ombra che, dalla notte scura donde provengono, li accompagna fin sul primo piano, alla loro misteriosa, inquietante epifania. L´iperbole prospettica escheriana, portata talora sino all´ambiguità percettiva cui sembrano indulgere le forme geometriche più complesse - e che sottolinea questa renitenza di Tirelli a piegarsi a una geometria soltanto capace di esibire un ordine razionale, un nitore mentale casto e assoluto - pare così quasi inessenziale al loro pathos, al loro apparire emozionato, che già interamente si legge nella forma semplice della sfera. Maurizio Fagiolo, anni fa, faceva - senza prudenza, ma con verità: come spesso usava - il nome di Piero della Francesca, e quello di de Chirico, per Tirelli: già lui scambiandoli volentieri con quelli, più ovvi, di Mondrian o di Vantongerloo» (Fabrizio D’Amico, "la Repubblica" 19/5/2003).