Varie, 18 maggio 2003
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Fuentes Carlos
• Panama City (Panama) 11 novembre 1928. Scrittore • «Figlio di ambasciatore e ambasciatore lui stesso, in Francia negli anni Settanta, è uno dei monumenti viventi del boom letterario latinoamericano e continua a essere uno dei narratori migliori e più prolifici. Gli onori e i premi non rallentano il suo ritmo grazie alla scelta di trascorrere metà dell’anno nella sua tranquilla casa londinese, dove può lavorare in santa pace. ”Mi alzo tutte le mattine alle sei e scrivo fino a mezzogiorno - racconta - . In Messico vi sono troppe distrazioni, con tanti amici e conoscenti. Inoltre i pasti sono a ore inverosimili e possono durare ore” [...] Da sempre è interessato al potere e alla politica, ai loro oscuri meccanismi, alle loro miserie e ossessioni [...] ”La politica è l’arte di ingoiare rospi senza fare gesti”, ”Perché rendere le cose semplici quando possiamo renderle complicate”, ”Il peggiore nemico del potere è l’innocente”. [...] ”La politica è l’espressione pubblica di passioni private. I ragionamenti di Machiavelli nel suo Principe valgono per l’eternità. Virtù, necessità, fortuna sono essenziali e quando si dice necessità o virtù si parla di passioni intime che si innalzano a livello pubblico. Sono i tre pilastri su cui si regge l’edificio che può crollare a causa dell’egoismo, del crimine. La virtù può essere distrutta dall’ipocrisia o dalla menzogna e la fortuna può essere, secondo Machiavelli, sleale e meritevole di un castigo [...] La politica è un edificio di parecchi piani. Nell’attico risiedono i grandi statisti, nei piani più bassi gli operatori intermedi e in fondo vi sono i sotterranei. Ogni politica in ogni Paese ha i suoi sotterranei, dove regnano l’intrigo, la menzogna, i colpi bassi. Però i sotterranei fanno parte della politica anche se si situano ai livelli infimi. Questa è la realtà”» (Mino Vignolo, ”Corriere della Sera” 17/5/2003). «’Appartengo alla letteratura della Mancha, quella che è nata e si è sviluppata tra la Spagna e l’America latina nel nome di Cervantes. Mi considero un discendente del barocco spagnolo e della colonia messicana”. Si presenta così Carlos Fuentes, scrittore [...] tra i più grandi testimoni della letteratura latinoamericana e, più in generale, di lingua ispanica. Gentleman colto e incline alla battuta di spirito, fabulatore e visionario, cosmopolita ossessionato dalle radici messicane, ambasciatore in Francia negli anni Settanta - una vita intensa dominata dall´erranza ma soprattutto dal grande amore per il suo Paese fatto di sogni e di fame [...] Celebre ovunque grazie a romanzi come La morte di Artemio Cruz, a raccolte di fantasiosi racconti come L’albero delle arance, ma anche a saggi importanti come Geografia del romanzo o Tutti i soli del Messico» (Luciana Sica, ”la Repubblica” 13/6/2004). «[...] Fin dall´inizio della sua vita, Fuentes ha viaggiato nel mondo: prima al seguito del padre diplomatico, poi insegnando ad Harvard e come ambasciatore messicano in Francia. Oggi abita tra Londra, che ha scelto per scrivere in pace, ”perché nessuno mi chiama e mi conosce”, e Città del Messico, ”dove le giornate sono meravigliose, piene di amici e di incontri, ma per questo estenuanti e improduttive”. [...] l’autore che [...] cita maggiormente è Balzac, riconosciuto come suo primo modello. ”Credo in Balzac. Con Cervantes e Faulkner è il romanziere che più mi ha segnato. Riesce a conferire al massimo livello una verità letteraria sia al piano della realtà sia a quello che ne prescinde. Sempre determinato nel suo sguardo al sociale, descrisse meglio di chiunque altro l’ascesa della borghesia francese, coi suoi personaggi avidi e ambiziosi e la sua ossessione del denaro e della fama. Ma ha anche scritto romanzi basati sulla magie de l’exception di cui parla Baudelaire, come La peau de chagrin e Louis Lambert. Insomma Balzac, con abilità miracolosa, può segnalarci ’l’altra faccia della luna’ grazie alla visionarietà implicita nelle sue dimensioni descrittive. Anticipatore geniale, comprese che il romanzo è una struttura verbale che può dare permanenza e contenuto alla fugacità della vita e delle cose. Mi ha insegnato a oscillare senza rimorsi tra la dimensione realista e quella fantastica, senza sposare una tendenza, ma abbracciandole entrambe [...] sta in Don Chisciotte l’origine del romanzo moderno: difficile credere che la sua storia nasca nella Spagna dell’Inquisizione, della Controriforma e dell’ortodossia cattolica. Manifesto di anti-dogmatismo, è un romanzo basato sull’incertezza. Tutto, nelle sue pagine, vive all’ombra del dubbio. Incerta l’attribuzione, incerto il nome, incerti i luoghi e anche i generi: in Don Chisciotte ci sono l’epico e il picaresco, il romanzo d’amore e la letteratura bizantina, la commedia e il dramma, e anche il romanzo nel romanzo. Il suo affronto alla purezza dei generi somiglia a quello operato dal suo contemporaneo Shakespeare, con cui condivise il giorno della morte [...] Faulkner è lo scrittore che ha saputo ricondurre il senso del tragico nella letteratura. La tragedia intesa come lotta tra due verità, nell’accezione greca, uscì dalla storia con l’avvento del cristianesimo, che per sua natura non può conviverci, poiché parla di una sola verità, riflessa nella fede in una vita eterna. Non solo Faulkner ritrova il tragico, ma lo fa dal cuore della più ottimista e futurista tra le società, gli Stati Uniti, dove niente ha più successo del successo. Eppure Faulkner ne riconosce il fallimento. Dicendo ai suoi compatrioti: anche noi, col peccato del razzismo e della schiavitù, portiamo la croce della tragedia, egli si stacca dai fondamenti del sogno americano per raccontare la sconfitta di un Sud capace di uccidere i ’diversi’. Un grande esempio per chi crede nella storia. [...] Non credo affatto nella superiorità del cristianesimo, ma nel valore di tutte le dottrine religiose nella misura in cui sono creazioni della mente umana. Ciò che non rispetto sono i dogmi delle chiese contro la libertà. Mi oppongo alla regolamentazione possessiva e intollerante con cui il clero interviene sulle idee cristiane, deformando il cielo e l´inferno così come ce li segnalò Gesù, ovvero equivalenti l’uno alla solidarietà col prossimo e l’altro all´ingiustizia sulla terra. La metafora della resurrezione ci dice che la salvezza è nel mondo. Gesù non ha resuscitato i morti, ma i vivi. Devo gran parte di questa mia visione a Pasolini. Il suo film su Gesù mi ha colpito quanto Nazarin di Buñuel, uomo caldo e incomparabile, dotato di un umorismo unico. Come Camus, Graham Greene e Ingmar Bergman, Buñuel era un ateo per grazia di Dio [...] il vecchio principio goethiano della Weltliteratur. Con sintesi fulminante, Roger Caillois disse che la prima metà del diciannovesimo secolo appartiene alla letteratura dell’Europa occidentale e la seconda metà alla letteratura russa, mentre la prima metà del Novecento appartiene a quella statunitense e la seconda a quella latinoamericana. Oggi, all’alba del ventunesimo secolo, è la letteratura universale a dominare. Prolifera la narrativa, nei più svariati e imprevedibili paesi. Cinquant’anni fa nessuno avrebbe immaginato che la Nigeria avrebbe avuto tre scrittori del livello di Soyinka, Chinua Achebe e Ben Okri. E solo il Sudafrica ci ha dato di recente due grandi come Coetzee e la Gordimer. Per non parlare dell’India, della Turchia e del Giappone [...] il compito della letteratura: fondare una realtà nuova, e non limitarsi a riflettere il reale. Senza Don Chisciotte non ci sarebbe la Mancha, e il Castello di Elsinore non esisterebbe senza Amleto. Se non ci fosse la letteratura il mondo si delizierebbe con i capitalisti, l’imperialismo americano ci renderebbe tutti felici e nessuno lotterebbe contro le ingiustizie nella distribuzione delle risorse. Il che per fortuna non accade”» (Leonetta Bentivoglio, ”la Repubblica” 22/1/2005).