Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  maggio 10 Sabato calendario

Aron Ralston, 27 anni, scalatore dello Utah, Stati Uniti, partito in bicicletta con tre litri d’acqua, quattro scatolette di dolci, due burritos, lacci e corde alla volta di Canyonlands National Park

Aron Ralston, 27 anni, scalatore dello Utah, Stati Uniti, partito in bicicletta con tre litri d’acqua, quattro scatolette di dolci, due burritos, lacci e corde alla volta di Canyonlands National Park. Davanti a un canyon strettissimo, con pareti rocciose «a serpentina», lasciò la bici e cominciò a scalare. Nel tentativo di evitare un macigno di 200 chili, caduto dall’alto, restò intrappolato con il braccio destro fra il masso e la parete rocciosa. Erano le 3 del pomeriggio del 26 aprile e Aston, finite le provviste e scartata l’ipotesi dei soccorsi, cominciò a pensare come tagliarsi il braccio con il coltellino multiuso che aveva con sé, poco affilato, pagato 15 dollari. Applicato un laccio emostatico, pronti i pantaloncini da bici per assorbire il sangue, il coltello «non riusciva a tagliare neanche i peli sull mia pelle». Un altro giorno a riflettere, quindi la scelta «non di tagliare ma di spezzare» l’arto immobilizzato: «Eseguii delle brusche torsioni riuscendo a spezzare prima il radio e, dopo pochi minuti, anche l’ulna». A quel punto il coltellino poteva essere usato «per tagliare la pelle». Era il primo maggio, e Ralston usò la doppia corda per scendere gli oltre venti metri di roccia e raggiungere la bici a circa 10 chilometri di distanza. Quì incontrò alcuni turisti olandesi che chiamarono soccorsi. Giunto in ospedale con l’avambraccio in mano chiese: «Potete riattaccarlo?». I dottori lo rimproverarono del «metodo chirurgico adoperato»: «Una pratica che non è affatto da consigliare». Dopo una settimana di convalescenza, lo scalatore ha lasciato l’ospedale tutto contento col braccio destro fasciato: «Negli ultimi due giorni del mio intrappoolamento ero rimasto senza acqua e cibo, ma sentivo dentro di me un’incredibile energia, la stessa di tutti coloro che erano preoccupati per la mia sorte, è stata questa energia a darmi la forza per fare ciò che ho fatto».