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 2003  maggio 13 Martedì calendario

PESSOTTO

PESSOTTO Gianluca Latisana (Udine) 11 agosto 1970. Ex calciatore. Della Juventus e della nazionale. Con i bianconeri ha vinto sei scudetti (1996/1997, 1997/1998, 2001/2002, 2002/2003, 2004/2005, 2005/2006, gli ultimi due revocati causa ”calciopoli”), tre supercoppe italiane (1997, 2002, 2003), una Champions Leguae (1995/1996, trasformò uno dei rigori decisivi nella finale vinta a Roma contro l’Ajax), una coppa Intercontinentale (1996), una Supercoppa (1996). Con la nazionale è stato nel 2000 vicecampione d’Europa (suo il cross trasformato da Delvecchio nel gol del temporaneo 1-0, aveva trasformato uno dei rigori decisivi nella semifinale vinta con l’Olanda) • «Il professorino, l’intellettuale, per via dei modi educati, di un comportamento corretto con gli avversari e della assoluta mancanza di arroganza che spesso eccede nei colleghi. Fa il suo esordio in A nel Toro (1994), poi passa alla Juventus dove diventa fondamentale […] In teoria è un laterale a sostegno sulla fascia sinistra, in realtà è un formidabile ”tappabuchi”, che gioca con uguale sapienza tattica sia in difesa che a centrocampo» (Dizionario del Calcio Italiano, a cura di Marco Sappino, Baldini&Castoldi 1998). Il 27 giugno 2006, aveva appena lasciato il calcio giocato per la carica di team manager della Juventus, tentò il suicidio gettandosi dalla finestra del suo ufficio: « Noi del pallone lo chiamiamo Pessottino, non perché sia piccolo (d’accordo, non è neanche un gigante) ma perché gli vogliamo bene. Tanto bene. E lo stimiamo, cosa non meno importante. Vent’anni di campi e stadi, se ne fa di strada insieme, ci sono quei momenti meno ufficiali, quando si aspetta un bagaglio all’aeroporto in piena notte e si sta mezzo seduti per terra, e magari si avrebbe voglia di essere altrove. In quei momenti, Gianluca Pessotto inforca gli occhialetti e apre un libro. Ma poi lo chiude, ti saluta e si comincia a chiacchierare. Di tutto, non solo del rigore che forse non c’era. Di figli, di città. Una volta, persino di Dostoevskij. Cosa leggi, Pessottino? ”Umiliati e offesi, c’è questo amore tra un nobile e una ragazza povera, lo sai, io sono romantico”. Un giorno, in una bella intervista, Gianluca l’ha pure citato, il grande russo indagatore dell’anima: ”Senza Dio, tutto è lecito. E io sono d’accordo. Senza cadere nel fanatismo religioso, credo che la fede ti dia sempre un freno morale”. [...] cominciò che ne aveva quattordici e se ne andò a vivere in collegio a Milano, stava nelle giovanili del Milan, il pallone non è mica solo soldi e tatuaggi, mondiali e veline, è anche la solitudine, il freddo, la nostalgia di tanti bambini che crescono così, con il loro sogno sotto il cuscino. Il sogno di una carriera normale che poi diventa grande, e piena di cose: Varese, Massese, Bologna, Hellas Verona, il Toro in serie A, stagione ”94-’95, due derby vinti contro Lippi che infatti lo vuole alla Juve. In bianconero, 243 presenze, sei scudetti e tutte le coppe, compresa la Champions League vinta nel ”96 contro l’Ajax ai rigori. Uno lo segna proprio lui, non Del Piero, non Vialli ma Gianluca Pessotto da Latisana, provincia di Udine. Oppure quell’altra volta, agli Europei 2000, semifinale contro l’Olanda e di nuovo ai rigori. la partita del cucchiaio di Totti, ma un altro pallone lo fa rotolare in porta Pessotto che è un mediano, un maniscalco, un jolly difensivo, un ”fluidificante”, il ruolo che sembra uno sciroppo contro il catarro. E quante lotte, quanti palloni recuperati e passati ai più bravi, forse. n facile voler bene a Gianluca Pessotto, il giocatore famoso che si incontra a passeggio in centro, a Torino, con la moglie e le due bambine per mano, si chiamano Federica e Benedetta e sono bellissime. [...] Gli piace scrivere poesie. Una dice: ”Affrontare un avversario/è come affrontare le difficoltà quotidiane/a volte ti supera/a volte riesci a bloccarlo/sapendo che non devi mai smettere di correre/Grazie calcio/per avermi insegnato a vivere giocando”. [...] Un giocatore preso ad esempio da tutti. anche il cassiere ufficiale dello spogliatoio juventino: quello che raccoglie i soldi delle multe tra i compagni che arrivano in ritardo agli allenamenti: ”Una faticaccia, qui hanno tutti il braccino corto”. Ha sofferto, Pessottino. Si sfasciò il ginocchio nell’amichevole prima dei mondiali 2002: li avrebbe vissuti da titolare. Invece, sette mesi di stop. [...] sempre impeccabile anche nella malinconia dell’arrivederci, un giocatore intelligente, un uomo d’equilibrio tra i reparti e tra le persone, educato, rispettoso, e proprio di rispetto ha bisogno adesso il suo buio, di vicinanza e amore, non di pettegolezzi. E poi, mai visto uno così corretto, anzi sì: il suo nome era Scirea. Gli somigliava, Gaetano. La cosa più bella accadde a Perugia [.,..] La Juve sta perdendo lo scudetto, ultimi minuti, l’arbitro dà una rimessa a Pessotto ma lui dice che è un errore, e restituisce la palla all´avversario. Come si fa a non volerti bene?» (Maurizio Crosetti, ”la Repubblica” 28/6/2006). «Nelle mani stringeva un rosario. Un’ultima disperata preghiera silente prima di saltare a piedi giunti nel vuoto. Gianluca Pessotto sul tetto della sede della Juventus, una palazzina di tre piani in corso Galileo Ferraris, nel cuore di Torino, c’è arrivato passando per un abbaino, senza che nessuno lo vedesse. Era arrivato qualche minuto prima, preannunciato da una telefonata al sorvegliante della Telecontrol. ”Metto la macchina nel garage sotterraneo, così è all’ombra” aveva spiegato. Il guardiano ora ricorda: ”Era la prima volta che passava dal cortile. Quando è arrivato mi ha salutato: ”Vado sopra’. Pensavo si riferisse al suo ufficio...”. Erano le 12,10 di ieri. Dodici minuti dopo l’impiegata del primo piano ha intravisto un’ombra scura sfrecciare davanti alla sua finestra. ”E poi ho sentito un tonfo sordo, come un sacco che si affloscia” racconta più tardi con gli occhi ancora umidi di pianto. quel rumore sordo nel cortile a rivelare la tragedia. Corrono i sorveglianti, corre l’impiegata che alla vista del corpo tra le due auto si sente mancare. Tra l’Alfa 147 di Bettega e una Phedra metalizzata c’è Gianluca Pessotto, accartocciato come una marionetta senza più fili. Sul tetto, di fronte all’abbaiano, trovano il suo cellulare, le chiavi della Punto della moglie e il palmare. Pessotto li ha disposti in buon ordine prima di stringere tra le mani il rosario e lasciarsi cadere a piedi giunti. Un volo di oltre quindici metri che miracolosamente non lo uccide perché la fiancate dell’Alfa ammortizza l’impatto. [...]» (Meo Ponte, ”la Repubblica” 28/6/2006).