13 maggio 2003
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Cingano Francesco
• . Nato a Bondeno (Ferrara) il 28 settembre 1922, morto a Milano il 10 maggio 2003. «Il banchiere laico, l’erede di Raffaele Mattioli in Comit, l’umanista allievo di Norberto Bobbio e che amava Antonio Gramsci, da giovane giornalista e appassionato militante del partito d’Azione clandestino, è stato fino all’ultimo protagonista riservato, schivo e silenzioso della grande finanza italiana. [...] Quando è stato nominato presidente di Mediobanca, il 22 aprile 1988, ha detto soltanto: ”Farò il mio mestiere con serietà”. Legatissimo da sempre a Milano, nasce nel ’22 a Bondeno, in provincia di Ferrara, ma solo per tradizione: ”Allora – ha raccontato al ’Gazzettino’ – il parto avveniva nel paese dei nonni materni”. Vive invece la gioventù a Padova, nella sua casa di via Annibale da Bassano. Dopo gli anni del liceo Tito Livio, si iscrive a giurisprudenza dov’è matricola, sono sempre sue parole ”un po’ anomala perché piuttosto seriosa”. La goliardia poco aveva del resto a che vedere con il suo carattere. La tesi è in diritto del lavoro, ma il suo maestro è Bobbio. Con il quale ha detto di aver avuto un rapporto sì ”amichevole”, ma anzitutto ”deferente”. Per indole e itinerario il suo destino professionale sembra diretto verso l’università. Lui però nel frattempo si dedica anche al giornalismo: scrive sul ”Bo”, dà una mano in tipografia, durante il servizio militare cura il foglio ”Manica a vento”. Fonda, al ritorno, il quindicinale ”Università”. Lo aiuta, fra gli altri, il pellicciaio Libero Marzetto, animatore del Partito d’Azione. [...] L’ultimo numero di ”Università” esce il primo ottobre 1946. Sei giorni dopo Cingano entra nella sede padovana della Comit. La banca chiede all’ateneo i nomi dei più bravi e lui, non ancora laureato ma in testa all’elenco, non ci pensa due volte. Accetta perché, dirà tanti anni dopo con il solito understatement, ”erano tempi nei quali non si rifiutava alcuna offerta”. In banca per necessità, dunque, e non per vocazione. Ma il giovane non sfugge (e come poteva essere altrimenti?) all’attenzione del mitico banchiere-umanista Raffaele Mattioli, che riceve in proposito anche i suggerimenti di Ugo La Malfa e Adolfo Tino. Così, tornato da Salisburgo, dove partecipa alla prima ”Summer school” organizzata dalla Harvard University (grazie al distacco concesso dalla banca, dirà con parole che ancora una volta dipingono l’anima, ”con un atto molto liberale”) viene spedito a Milano. Fa carriera in fretta. Nel ’51 è vicedirettore a Torino, quindi dirige la filiale di Udine e, nel ’59, quella di Casablanca. Mattioli però lo richiama a Milano nel ’64. Gli affida la sede e, nel ’67, lo nomina amministratore delegato. Il rapporto fra i due è strettissimo ma Cingano non dimenticherà di descriverne un’implicita, serissima, deferenza: ”Nelle decisioni il presidente lasciava massima autonomia. Ma la sera, nell’ora delle confidenze, si passava l’esame”. Da Mattioli Cingano erediterà moltissimo. La sua lezione d’indipendenza, anzitutto. ”E’ il grado di professionalità che va tenuto alto – dirà – . Chi è succube del potere politico è perché vuole esserlo: non mi risulta che chi ha detto di no sia stato deportato”. E infine anche lo studio, che si affacciava su Piazza della Scala. E’ presidente da un anno della Comit, dopo aver lasciato il posto di amministratore delegato a Sergio Siglienti, quando viene chiamato nella Mediobanca riscritta dalla privatizzazione, a sostituire Antonio Maccanico. La sua nomina a presidente è salutata dal consiglio con un lungo applauso. Da quel momento sarà a fianco di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi. Con il fondatore dell’istituto e il suo delfino condividerà sempre progetti, fatti e anche le amarezze. Scomparso il ”banchiere dei banchieri”, Cingano vive con l’amministratore delegato i due anni più difficili. I rapporti fra il top manager e alcuni grandi azionisti dell’istituto si rivelano tesi. Più volte, mentre si riscrive la governance e si puntellano equilibri sempre più fragili, corre l’ipotesi di un avvicendamento alla presidenza, che di fatto toglierebbe sostegno a Maranghi. Lo ferisce, lo rivelerà ai suoi collaboratori, che si parli di un numero uno di ”garanzia” al suo posto: ”Cosa significa?”, domanda. La malattia, nel frattempo, lo indebolisce e lo sottrae agli impegni. Come l’ultima assemblea degli azionisti, alla fine di ottobre dell’anno scorso. Poco prima aveva detto, con una battuta: ”Semel president, semper president”, per indicare che non avrebbe lasciato, e infatti viene confermato. Ma si tratta di pochi mesi. Anche lui come Maranghi, dopo l’accordo che disegna i nuovi assetti del patto e il ricambio dei vertici, si dimette. In silenzio» (Sergio Bocconi, ”Corriere della Sera” 11/5/2003). «Quando diventa amministratore delegato è uno degli uomini più potenti del mondo bancario, di Milano e della Lombardia. Ma non esiste un solo gesto da ”potente” di Cingano. Avere del potere, in questa scuola di uomini, voleva dire solo e soltanto una cosa: avere delle responsabilità, ed avere uno stile. Lo stile di Cingano era quello della semplicità, della correttezza e della linearità. Era facile incontrarlo il sabato pomeriggio in libreria che sceglieva libri di poesia. Nessuno ricorda pasticci nella ”sua” Comit. O alcuna decisione presa su pressioni politiche o per via di amicizie. Resiste al ciclone dei politici che cercano di sottomettere la Comit (nominando presidente il piduista Gaetano Stammati), ricostruisce tutto e conserva la Comit che aveva ereditato. La Comit di cui si era soliti dire che era la banca con il più alto quoziente di intelligenza per metro quadrato. Nel 1988 lascia la banca per trasferirsi in via Filodrammatici. Ne diventa presidente, su richiesta di Cuccia. E fra i due non si ricorda un solo screzio. Una sola volta ho cercato di fargli dire qualcosa di dissonante con il grande vecchio di Mediobanca, ma la sua risposta (anche un po’ ironica) è stata: ”Ci sono apostoli e apostoli. Alcuni hanno conosciuto Gesù, altri no. Cuccia aveva conosciuto Gesù”. Un modo per dire che Cuccia era molto più avanti degli altri ed era inutile cercare polemiche. Scomparso Cuccia, Cingano ha proseguito il suo lavoro e ne ha retto la tradizione e il costume in Mediobanca. Consapevole di essere uno degli ultimi banchieri di quella scuola, silenziosi, appartati, fin troppo consci del loro potere, ma anche delle loro responsabilità» (Giuseppe Turani, ”la Repubblica” 11/5/2003).