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 2003  maggio 08 Giovedì calendario

Butragueno Emilio

• Nato a Madrid (Spagna) il 22 luglio 1963. Calciatore. Terzo nella classifica del Pallone d’Oro 1986 e 1987, sedicesimo nel 1985. Col Real Madrid ha vinto le Coppe Uefa 1984/85 e 1985/86. «’El Buitre” (l’avvoltoio) è troppo giovane per giocare il mondiale che la sua Spagna organizza nell’82. Attaccante svelto e rapinoso, si rifà quattro anni più tardi in Messico siglando cinque gol in altrettante partite. La sfida da raccontare ai nipotini è l’ottavo contro la Danimarca, il 18 giugno a Queretaro: un poker servito in 46 minuti, dal 43’ all’89. Assolutamente deludente, invece, il suo percorso a Italia ’90» (Dizionario dei Mondiali, La Stampa). «[...] piccolo di statura ma di pronta efficacia sotto porta, svelto di testa e di piede, astuto, è l’attaccante del Real Madrid e della nazionale spagnola che si impone a cavallo degli anni Ottanta. Segnalato già da Jorge Valdano nelle giovanili madridiste, ha per maestro un campione di razza, Amancio, il quale lo lancia nel Castilla, squadra di seconda divisione e serbatoio canonico del Real. Nella squadra di Madrid, dove debutta il 5 febbraio 1984 a Cadice, dà vita con il messicano Hugo Sanchez a una collaudata coppia d’attacco, capace di mettere in difficoltà le difese più prestigiose [...] Si ritirà il 5 aprile 1998 [...] Chiude il curriculum personale con un solo grande rimpianto: la mancata conquista della Coppa dei Campioni» (Enciclopedia dello Sport, Treccani). «Portabandiera dell’ennesima generazione vincente del Real Madrid (la ”quinta del Buitre”, dal suo soprannome, Buitre, avvoltoio), è stato centravanti di classe raffinata accoppiata a una rapidità impressionante di movimenti che ne fecero a metà degli anni Ottanta il prototipo dell’attaccante moderno. In area di rigore il suo dribbling a passi corti e il tiro fulmineo erano il terrore di difensori e portieri. Vinse sei titoli nazionali e chiuse in Messico, nell’Atletico Celaya, dopo aver costituito nel Real una favolosa coppia-gol col messicano Hugo Sanchez» (’Calcio 2000” giugno 2002). «[...] Lo hanno chiamato El Buitre, l’avvoltoio, ma anche El Niño, il bambino (’¡Gol del Niño!”, gridavano i cronisti). Non credo che questo sia dovuto soltanto al suo aspetto infantile o al fatto che lo si sia visto crescere sull’erba del Chamartín ma piuttosto al fatto che nel suo gioco c’era qualcosa di disinteressato e innocente, d’impossibile o sovrannaturale. La tifoseria merengue lo ha sempre percepito un po’ come raccontano le Scritture che venisse percepito Gesù tra i dottori, o come il povero Leopold Mozart doveva sentire il proprio figlio Wolfgang Amadeus, entrambi pueri aeterni di breve vita. Anche la vita del Buitre è stata breve come giocatore [...] Si è detto che [...] pensava più veloce degli altri, e io non credo che fosse così: la sensazione che ho sempre avuto di fronte alle sue migliori azioni è che lui non pensasse (aspettava soltanto) e gli altri sì, e che per quello non potevano seguirlo né frenarlo né anticiparlo. Il suo calcio prescindeva addirittura dal pensiero e per questo mancava di significato [...]» (Javier Marías, Selvaggi e sentimentali, Einaudi 2002).