Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  maggio 05 Lunedì calendario

SERMONTI

SERMONTI Vittorio Roma 26 settembre 1929. Scrittore. Allievo di Natalino Sapegno, ha insegnato, tra l’altro, Tecnica del verso teatrale all’Accademia nazionale di Arte drammatica. Il suo primo romanzo, autobiografico, è del 1960: Giorni travestiti da giorni. Altri: Novella storica, Il tempo tra cane e lupo, Dov’è la vittoria. Collabora con vari giornali e con la Rai, per la quale ha curato un fortunatissimo ciclo di letture e commenti della Divina Commedia, poi raccolti in tre volumi pubblicati tra il 1988 e il 1993 (’liberal” 23/4/1998). «[...] L’uomo che riesce a far amare ciò che a scuola certi pessimi insegnanti impongono a suon di brutti voti [...]» (Chiara Beria d’Argentine, ”La Stampa” 16/2/2006). «Sessant’anni della sua vita li ha trascorsi con Dante. Gli ultimi quindici li ha impiegati prestando al divino poeta la sua voce avvolgente, profonda ma non baritonale, la sua faccia, i gesti rotondi e nodosi delle mani e persino gli occhi azzurri e i baffi. Prima alla radio, poi in giro per l’Italia e per il mondo, da Buenos Aires a Istanbul. [...] La passione dantesca di Sermonti - che nella vita ha fatto il giornalista, l’insegnante al liceo e all’Accademia di arte drammatica, il consulente editoriale, il regista radiofonico, il romanziere - confina con la dedizione totale, con il diletto di una vita. La milizia comincia a undici anni nel 1940, mentre il mondo si oscura, e prosegue come un impetuoso fiume sotterraneo che non sgorga mai nell’accademia e che a un certo punto fluisce negli argini che gli offre Gianfranco Contini, suo consulente per un’impresa mai tentata nell’era della comunicazione di massa: leggere, appunto, tutto Dante alla radio. Quando conobbe Contini? ”Lessi il suo celebre saggio sulla trasformazione in personaggio dell’autore di un’opera. E mi prese un irrefrenabile desiderio. Era la metà degli anni Sessanta. Lavoravo alla Feltrinelli, ma quell’articolo mi rivelò una cosa alla quale avevo sempre confusamente pensato: Dante personaggio della Commedia. Sentii che dovevo comunicarlo, abbandonai Feltrinelli e andai a insegnare al Liceo Tasso di Roma. Un’esperienza trascinante. Ho imparato moltissimo dall’intelligenza e dalla refrattarietà dei miei alunni. Apprezzavo l’aspetto concavo della loro ignoranza, che era molto simile alla mia. L’ignoranza convessa è invece tipica dei grandi e dei fessi. Contini lo vedevo spesso a casa di Roberto Longhi, a Firenze. Stavo zitto e gli dedicavo un’ammirazione muta. Avrò scambiato con lui una ventina di parole. Poi quando proposi alla Rai di leggere Dante andai a trovarlo. Stava un po’ sulle sue e mi disse: ”Mi foni"’. Parlava così, voleva dire ”Mi faccia sentire’. Gli declamai il V dell’Inferno. E lui: ”Il solfeggio è perfetto, ma ora me lo legga’. Alla fine fu d’accordo. E io cominciai. [...] Si arrampicava sulle scalette della biblioteca, tirava giù pile di libri. Mi metteva in cucina e mi ingiungeva di leggere. Per la parola zanca, che vuol dire ”polpaccio”, nel XIX dell’Inferno, mi tenne chiuso quattro ore a compulsare testi in portoghese: zanca aveva origine iraniana e approdava nel gergo dei calzolai francesi. Io gli portavo i commenti e lui faceva osservazioni. Qualche volta notava che un’ipotesi era azzardata, ma che comunque era sostenibile. Era già stato colpito dall’ictus, ma mi sembrava preso da frenesia e ilarità, come uno studente sublime e divertito. Quando gli ho mostrato i volumi con il commento li ha annusati e ha detto ”Non sento il tanfo dell’università’. Mi ha accompagnato per l’Inferno e fino al XXVII del Purgatorio, esattamente quando Virgilio lascia Dante. Le ultime note le ha dettate al figlio Riccardo. Poi mi ha affidato a Cesare Segre. [...] Lo fossi stato io, dantista, mi sarei molto scocciato: ”Cosa vuole questo qui? Che titoli ha?’. Devo dire però che le mie cose sono piaciute a Pier Vincenzo Mengaldo, a Marco Santagata, a Nino Borsellino e ad altri. La predilezione che mi ha accordato Contini, invece, è stata accolta così così dai continiani radicali e da chi ce l’aveva con Contini, come Franco Fortini”. Contini, Segre: grandi filologi. Ma troppa filologia non appesantisce le sue letture? ”Al contrario. La sfrutto per catturare l’attenzione. Dante è un cantiere aperto. Il testo che adotto è quello fissato da Giorgio Petrocchi. . [...] A Ravenna non hanno saltato una lettura il vescovo, il procuratore della Repubblica, una guardia forestale e un calzolaio che veniva da Russi e che ogni giorno si faceva sessanta chilometri. [...] La qualità del silenzio osservato dal pubblico non è mai inferiore alla qualità dei versi che leggo. Ho imparato tantissimo dalle perplessità che vedevo affiorare sui volti di chi ascoltava. [...] Al Liceo italiano di Buenos Aires. I ragazzi facevano un terribile frastuono. Ma non me la sono mai presa con loro. Con me, piuttosto. [...] La mia lettura è diversa da quella di un attore. Un attore interpreta anche i personaggi che Dante incontra. Per esempio Ulisse nel XXVI dell’Inferno. Io invece interpreto solo Dante. E’ lui il solo personaggio e la mia voce deve compitare ciò che quel personaggio ricorda». [...] Da molti punti di vista Dante non è per niente attuale. Non è politically correct. Non è femminista, per esempio, ed è vagamente sessuofobo. Eppure spuntano dei paradossi interpretativi. Oggi per capire chi siano i prodighi si può pensare alle persone patologicamente affette da consumismo. Dietro gli usurai c’è il fenomeno della finanziarizzazione dell’economia. Sono tutte analogie che uno come mio padre, sessant’anni fa, durante la guerra, non avrebbe mai percepito”. La sua militanza dantesca dura da sessant’anni. Non si è mai stancato? ”No. Anche perché l’ho alternata con altri lavori. Compreso quello in cui ho riversato tutta la mia dottrina filologica: un libro sui mondiali di calcio dell’82”» (Francesco Erbani, ”la Repubblica” 24/9/2001).