Varie, 5 maggio 2003
BONGIORNO
BONGIORNO Giulia Palermo 22 marzo 1966. Avvocato. Deputato dal 2006 (An, PdL). Presidente della commissione Giustizia • «Campionessa di basket e jogging, asciutta come una canna […] l’avvocatessa più nota d’Italia. […] Ha aperto uno studio a San Lorenzo in Lucina, nella centralissima piazza romana dove s’affaccia il mitico studio privato di Andreotti […] Il padre, Girolamo Bongiorno, cattedratico di Procedura civile alla Sapienza, fino a dieci anni fa terrore di Giurisprudenza a Palermo dove tanti studenti non riuscivano a laurearsi perché superare il suo esame era come scalare l’Everest. Deve essere stata questa scuola a forgiare i nervi di Giulia, a concentrarli sulla professione d’avvocato fino a far coincidere carte processuali e vita quotidiana. Ma forse nemmeno il padre, Gimmy per gli amici, immaginava cosa sarebbe accaduto nei dieci anni della storia palermitana di Andreotti. Fiero di aver creato e avviato una macchinetta a moto perpetuo capace di operare 24 ore su 24, anche saltando i pasti, producendo e sfornando memorie, ricostruzioni, riscontri, idee, sogni tutti esclusivamente finalizzati per anni e anni ai processi contro Andreotti. E non solo. L’anno d’esordio è l’ 89. Ma non nello studio di civilista che il padre ha ancora a Palermo con l’altra figlia, Roberta. Comincia subito da penalista, Giulia. Seguendo Gioacchino Sbacchi, oggi presidente della Camera penale, dal ”92 avvocato degli eccellenti, da Bruno Contrada ad Andreotti. lui il ”primo maestro”. lui a creare il primo contatto con Andreotti e l’altro difensore, Franco Coppi, il professore catturato dalle capacità della ”giovane di studio”, pronto a offrirle un posto al sole, a Roma. E, d’accordo con Sbacchi e Coppi, accetta la proposta benedetta da Andreotti: sarà lei a seguire il processo di Palermo per tre giorni a settimana e quello di Perugia la prima settimana di ogni mese. Prima con il compito di studiare le carte e preparare le udienze, poi con responsabilità sempre maggiori. E stando sempre di più a Roma per consultazioni, consigli, dialoghi continui con ”il presidente”, fino a familiarizzare come forse nessuno è mai riuscito a fare con Andreotti. Chissà se un giorno ce lo racconterà per intero questo ”preside” ( lo chiama così) davvero ”visto da vicino”. ”Sì, ha capito che la mia vita era cambiata per lui. E una sera, nel ”96, sapendo che ero sola mi invitò a cena. Con la moglie e un’altra coppia. Età media, 80 anni. Sembravo la nipotina. Andammo al Tor di Valle, all’ippodromo. E il ”preside’ fece società con me. Riuscimmo a farci un piccolo gruzzolo di vecchie lire”. Ma la vera auspicata vincita era ben altra. E la ”nipotina” a quella sapeva di dover puntare. Senza distrazioni. Eccetto una, la maratona, le corse del sabato a Villa Borghese. E il destino vuole che sia la stessa passione, lo stesso svago di Stefano Andreotti, il figlio, e di ”Giulio il piccolo”, il nipote del presidente. E così oltre all’imputato, ecco scattare l’intesa col resto della famiglia. A cominciare dalla signora Lidia, ”la moglie di cui non parla nessuno, ma che è una donna eccezionale”, come dice la Bongiorno, scossa la sera della condanna di Perugia: ”Guardò noi avvocati e disse: ”Mi dispiace anche per il vostro lavoro’. Donna straordinaria”. S’è ammalata Giulia per Perugia. Di celiachia, un rigetto di pane, pasta, farinacei. E il vecchio Giulio ha provveduto a tirar su il morale con un dono: la coppa originale di una antica regata inglese assegnata a una barca prima perdente, poi vittoriosa in finale. Una coppa e una certezza: ”Non avvilirti, Giulia, se abbiamo perso una tappa, importante è la vittoria finale”. Ma lei non riesce a non avvilirsi, perché è il suo modo di fare l’avvocato, partecipando alla causa come un tifoso. E lo ammette: ”Lo so che lo schema tipico prevede il tecnico distaccato, capace di parlare in modo saggio. No, io scatto, sussulto, grido con il mio cliente soprattutto quando i giornali ti uccidono prima del processo e l’assoluzione diventa una resurrezione”. Lo sanno tanti suoi assistiti che a cinque minuti dal verdetto di Palermo ingolfavano il cellulare della Bongiorno, per complimentarsi. A cominciare da un altro professore finito alla gogna e poi ”risorto”, Bruno Romano, l’innocente del caso Marta Russo. ”Altra storia dolorosa, un mostro sbattuto in prima pagina”, commenta lei. Come quella del generale Stefano Orlando, finito agli arresti e in prima pagina per una maxi-inchiesta a Potenza. ”Ma adesso che abbiamo un decreto di archiviazione non c’è una riga sui giornali”, protesta. Anzi, rimprovera. Respingendo così ogni censura al suo modo di fare l’avvocato. Come dire, a ciascuno il suo» (Felice Cavallaro, ”Corriere della Sera” 4/5/2003).