Varie, 1 maggio 2003
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TANNER Roscoe Chattanooga (Stati Uniti) 15 ottobre 1951. Ex tennista. Era famoso per la prima di servizio con la quale raggiungeva i 220 chilometri all’ora e otteneva talmente tanti punti facili da meritarsi il nomignolo di «Ace»
TANNER Roscoe Chattanooga (Stati Uniti) 15 ottobre 1951. Ex tennista. Era famoso per la prima di servizio con la quale raggiungeva i 220 chilometri all’ora e otteneva talmente tanti punti facili da meritarsi il nomignolo di «Ace». Campione degli Australian Open ”77 ( superò in finale Vilas per 6-3 6-3 6-3), finalista a Wimbledon ”79 (perse da Borg per 6-7 6-1 3-6 6- 3 6- 4, segnò 15 ace e 37 servizi vincenti: solo con la battuta ottenne cioè 52 punti su 152 punti totali), ha vinto in carriera 16 tornei perdendo 26 volte in finale. Nel ”79 è arrivato al numero 5 del mondo e nell’81 ha conquistato la coppa Davis. S’è ritirato nell’ 84, dopo 12 anni pro, per l’epicondilite, operandosi al gomito. «Voleva essere un asso, il ragazzo di Chattanooga, Tennessee: ”Eravamo in quattro, malati di sport, due di noi sono stati All American nel football e nel baseball, io sono arrivato al numero 5 del mondo”. Voleva superare i suoi appena 177 centimetri: ”Gerry Evert, lo zio di Chris, era il capo tecnico e mi convinse a lasciare il baseball: ”Puoi continuare a lanciare anche nel tennis: alza poco la palla in aria, colpiscila quand’è proprio su, senza mai spezzare il movimento, e dalle l’effetto come un pitcher’”. Voleva vincere uno Slam: ”Agli Australian Open del ”77 gli diedi proprio una lezione, a Vilas: lo bloccai a fondocampo e vinsi in tre set”. Cos’altro voleva, Ace Tanner? ”Niente, quando ho smesso, nell’84, avevo qualche milione di dollari in banca, diciamo tre, e non avevo più bisogno di lavorare, e invece adesso devo lavorare per forza. Che devo dire? Si impara dai propri errori e si va avanti”. […] A16 anni, la scommessa con papà Leonard: ”Se vinci i campionati Usa ti compro l’auto”. Ne vinse quattro: di campionati, non di auto. A 18 anni adorava Rod Laver (’sapeva giocare in tutti i modi e su tutti i campi”) e Arthur Ashe (’il più intelligente ed elegante: dentro e fuori del campo”). A 20 quell’incredibile telefonata del numero uno del mondo: ”Sono Ashe, vuoi giocare indoppio con me?”. Non era uno scherzo, a 21 anni era alla Royal Albert Hall di Londra ”a giocare con tre che avevo visto solo alla tv: Ashe accanto a me, Stolle e Rosewall di là del net”. Di più: ”5- 4 noi, al primo set, e Arthur mi dice: ”Ho sentito parlare del tuo servizio, ora fai 4 ace’. E io, emozionato: ”Dài, vinciamo il set, chi se ne importa degli ace’. Comunque batto... Ace, ace. Al terzo servizio mi rispondono, e Arthur sorridendo: ”Lo sapevo che non potevi farcela’. Ma sul 6- 5 per noi al secondo set, batto ancora io, per il match, e lui: ”Falli ora i 4 ace, io guardo solo’. E io: ace, ace, ace, ma sul quarto servizio la palla scheggia proprio, comunque imprendibile, la loro racchetta. Vinciamo, e Arthur, sempre con quel sorrisino: ”Lo sapevo che non potevi farcela’. Abbiamo giocato assieme per cinque anni […] Battevo la prima a 153 miglia (220 chilometri all’ora), ma non servivo solo di potenza e facevo spesso ace perché non lo cercavo: come nel baseball bisogna piazzare la palla, altrimenti sballi tu”. Valeva anche per Borg: ”Rispondeva meglio di rovescio, io allora fintavo di andargli da quella parte. Poi, appena lui si muoveva un attimo, gli servivo al centro. Che poi era la mia battuta preferita: la botta forte, centrale, con la palla che schizzava via, alzandosi pochissimo”. Figurati sull’erba. ”Wimbledon, il torneo che anche i terraioli vorrebbero vincere, figurati io. Due semifinali, una l’ho persa per colpa di Ashe... La sera prima mi spiegò come dovevo battere Connors, che io battevo spesso, di potenza: così provai a fargli tic e toc, e persi. Un’altra l’ho persa quell’anno che Borg era imbattibile, il ”76. E poi, nella finale del ”79, giocai bene tutto il match tranne un set e i due break point al 5˚: quel passante mi uscì fuori di tanto così […] Insegno tennis: in un borgo vicino Karlsruhe, dove vivo, e anche vicino Heidelberg. I miei allievi vanno dai 10 ai 70 anni, pagano 40 euro l’ora, devo stare in campo almeno 4-5 ore […] Da giocatore avrei dovuto allenarmi di più e non dare tutto per scontato. Ma, sai, quand’hai quel servizio, quegli ace, la volée e anche i passanti, e sei giovane...”» (Vincenzo Martucci, ”La Gazzetta dello Sport” 30/4/2003). Nell’agosto 2003 è stato estradato negli USA dalla Germaniae: rischia vent´anni di prigione per varie balordaggini: «Degli Immortals , Roscoe Tanner era apparso degno alla fine degli Anni Settanta [...] Come lo vidi la prima volta colpire un incredibile servizio mancino, un movimento in accelerazione, con un bassissimo lancio di palla che ne celava l´indirizzo, non potei fare a meno di pensare a un lanciatore del baseball. E il mio amico Bud Collins, che sedeva con me, ebbe a dirmi che proprio il baseball era stato lo sport del bambino Roscoe [...] Fuori dal campo, era un tipo di una introversa bizzarria, quel ragazzo di pelle candida seminata di efelidi. Capace anche di improvvise allegrie, ma inadatto, pareva, a lunghi sodalizi, né con i compagni di doppio, né con le ragazze. Gli piacevano, e molto, le ragazze di passaggio, ed ebbe a confermarmelo anche Borg, finita la carriera, un giorno che ci ricevettero (ma sì) alla Casa Bianca, e mi confessò di non aver mai avuto fifa, ma una fifa nera, da tremare, come durante la finale di Wimbledon ´79. ”Dipendeva tutto da lui, da quel matto di Tanner - ammise Borg, con l´infinita umiltà dei grandi - aspettavo quelle battute a centocinquanta miglia (sic), delle quali una spezzò addirittura il tirante della rete. Non capivo quasi mai dove sarebbero atterrate. Quando pensavo di avere poche chances, mi fece omaggio di due o tre punti. Bastarono”. Tanner non riuscì dunque a spezzare la cinquina dei Wimbledon borghiani, dal ´76 all´80: ma due mesi dopo, in una indimenticabile notturna newyorchese, demolì l´Orso, un tracciante sull´altro. Roscoe si ritirò nell´84, a trentatrè anni, riapparve nei tornei veterani, e in qualche flash d´agenzia che ne annunciava le prodezze a rovescio. Una volta fu l´arresto in una casa d´appuntamenti, vicenda aggravata dal pagamento delle prestazioni con un assegno a vuoto. Poi i pasticci infittirono. ” il contrario di Mida - ebbe a dirmi quel bravuomo di Arthur Ashe, che ci aveva giocato in doppio, e gli voleva bene - ogni cosa che tocca, la trasforma in uno schifo”. Tentò invano di costruirsi una scuola di tennis sull´altra. Fallirono tutte. Tra le sue bravate, svetta l´acquisto dello yacht, di un mutuo ottenuto dando la barca a garanzia, e del pagamento con un assegno contraffatto. Ci fu la figlia non riconosciuta dopo una sveltina alla Becker. E gli alimenti non del tutto pagati alla sventurata Connie Romano, la madre della piccola. Inseguito da branchi di creditori, Roscoe aveva alfine trovato rifugio in Germania, paese in cui insegnava nei dintorni di Karlsruhe , giocando anche campionati e tornei veterani. Azzardava, di tanto in tanto, puntate in Italia, ingaggiato dall´Ata Trento per le gare a squadre. Gli telefonai, dicendogli che si sarebbe potuto parlare dei vecchi tempi. Lasciò il numero di un albergo nel quale non l´avrei più rintracciato. Dal tono del portiere avrei scommesso che si era dimenticato di saldare il conto. Ora siamo all´estradizione. L´accusa principale pare legata alla vicenda della barca. Ma non è la sola. Sembra incredibile che un tipo capace di vincere tre miliardi di premi nei tornei sia tanto malridotto da rischiare addirittura vent´anni. Nemmeno suo padre, un avvocato ottuagenario, sembra disposto ad aiutarlo. ”Non ne so più niente da tempo”, ha dichiarato» (Gianni Clerici, ”la Repubblica” 8/8/2003).