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 2003  aprile 29 Martedì calendario

Ingrassia Ciccio

• (Francesco) Palermo 5 ottobre 1922, Palermo 28 aprile 2003. Attore • «La sua biografia è classica: papà muratore, famiglia povera (cinque fratelli); buffo fin all’asilo, la licenza elementare strappata perché andava a far la spesa al maestro, cento mestieri tanto per campà, in piazza e nei ristoranti con la chitarra a cantare... Poi la polvere di stelle dell’avanspettacolo (ma fu licenziato da Vici De Roll perché gli rubava le risate). Nel ’57 il colpo di fulmine quando incontra Franco e gli propone uno ”sketch” insieme. Piacquero subito, ma la paga era minima: 4 mila lire in due, col complesso Calì (c’era anche Sara, che sarebbe diventata la signora Ingrassia). Ma si andava in città: Napoli, Milano, poi l’Ambra Jovinelli a Roma. Franco, il corto, faceva le facce, era la risata, il dispetto, la disgrazia, la follia; il lungo, l’allampanato Ingrassia era la malinconia, la saggezza, l’impettita sopportazione, la pazienza. Due clown dai colori diversi da cui usciva una portentosa tonalità comica. Inseguendo premesse e promesse del Mimmo Modugno nazionale i due, per vedere come si fa, andarono in punta di piedi sul set di un suo film del ’60, Appuntamento a Ischia . Mattoli, il regista, divertito, concesse loro di fare uno sketch. Quando tornarono a casa, li scritturò lo stesso Modugno, battendo tutti in volata: cinque anni in esclusiva (ma il contratto fu poi risolto con una piccola lite in famiglia). Trecentomila lire il primo film, L’onorata società di Riccardo Pazzaglia, 500 il secondo, 700 il terzo. Andarono avanti per 12 anni, fino al primo divorzio. La loro comicità aveva radici antiche nella commedia dell’arte, nel varietà, ma trovava nel cinema l’occasione di ripetere storielle di ripicche, rivalità, stupidaggini sempre uguali, parodiando titoli di successo. Franco e Ciccio furono tutto: agenti segreti, gringos, figli di Ringo, vigili, sanculotti, disoccupati (nel Giudizio Universale di De Sica), mafiosi, pompieri, legionari, samurai, mammasantissimi, marziani, evasi, toreri, deputati; e il gatto e la volpe nel Pinocchio tv di Comencini, naturalmente Don Chisciotte e Sancho Panza e, a peso, soldati e caporali, sedotti e bidonati, pericoli pubblici. Una serie di comiche finali, di farse a tempo senza peso satirico. Quando la coppia di attori invitò Garinei e Giovannini, la coppia di autori, a vederli, eccoli subito scritturati nello storico musical Rinaldo in campo, con Modugno e Delia Scala. Ormai Franco e Ciccio vivono in corsa da un set all’altro, girano 12 film l’anno (il record nel ’64, diciotto!), 15 giorni di lavoro, 100-150 milioni di budget. Macchine mangiasoldi, coazione comica a ripetere, con registi come Simonelli, Grimaldi, Mastrocinque, Corbucci, Girolami e il prolifico Fulci, portando nelle case degli italiani la risata grassa e nelle casse dei produttori un gran plusvalore. Ma attenzione alle occasioni d’oro: Franchi e Ingrassia incrociano Buster Keaton in Due marines e un generale e Totò in un magnifico episodio di Capriccio all’italiana di Pasolini, dove sono marionette. Quando la vis comica si fa routine, i due incominciano a non sopportarsi più, temono di diventare i robot della risata: nel ’72 prima separazione, crisi, solitudine, riappacificazione col Baudo della domenica in tv, dove fecero nel ’67 una storica Canzonissima, oltre alle Partitissime e a infinite nostalgie comicarole. Ma i ragazzi irresistibili restano tali, sono attori per sempre: baci e abbracci e poi capricci. Litigano di nuovo durante La granduchessa e i camerieri in tv con la Cortese, secondo divorzio. Ci pensano i Taviani a riunirli nell’episodio La giara, in Kaos: è un bel momento. Intanto Ingrassia aveva messo in banca due David di Donatello, due regìe (Paolo il caldo e L’Esorciccio ) e molti elogi, urlando che voleva una donnaaaaa, come zio matto di Amarcord di Fellini, che tutti ricordano con un sorriso. E poi altre occasioni per dimostrare, come sosteneva, che il comico può trasalire nel drammatico, prima del ritiro degli ultimi anni: i film con Petri (Todo Modo ), Vancini (Violenza quinto potere), Luchetti (Domani accadrà), Scola (Capitan Fracassa ), Risi (Giovani e belli), per dimostrare che lui, Ciccio, sapeva anche far pensare» (Maurizio Porro, ”Corriere della Sera” 29/4/2003). «Metà di una coppia che ha dominato il cinema popolare, la televisione della comicità improvvisata, guardata con sufficienza dalla critica ma amata, e seguita per più di vent’anni, da un pubblico che ritrovava in loro i lazzi e le smorfie dell’avanspettacolo. Nella coppia che rappresentava l’eterna lotta per emanciparsi dalla fame e dalla miseria era lui il saggio, la figura allampanata e quasi tragica in contrasto con lo sfrenato e ghignante piccoletto. Per più di un decennio, dopo la morte di Franco Franchi nel 1992, non ha mai smesso di ricordare il compagno di scena, con il quale deflagravano liti furibonde e ritorni di affetto tenace. ”Eravamo nati per completarci e per volerci bene” così ricordava il collega ”ma a modo nostro. Siamo stati come Liz Taylor e Richard Burton, ci facevamo i complimenti pigliandoci per i capelli. Franco era prepotente, cercava di emergere anche su di me. Era infido, fu colpa sua se ci separammo, ma gli volevo bene, era come un fratello per me. Mi è morto tra le braccia e mi manca tanto”. Con Franco Franchi si conoscevano da ragazzi e insieme avevano intrapreso la carriera di comici. ”Appartengo” aveva detto ”alla schiera degli ultimi mohicani, quelli che si sono fatti le ossa nell’avanspettacolo, gli specialisti del salto del pasto”. A scoprirli fu Domenico Modugno che li fece esordire al cinema nel film Appartamento a Ischia nel 1960 e affidando loro due ruoli nel musical Rinaldo in campo. Comincia così una straordinaria e prolifica carriera che allinea circa 150 titoli, film dalla comicità grezza e improvvisata, giocata sull’efficacia della maschera, sul contrasto tra saggio e cretino. Soltanto in seguito sono stati avvicinati a Totò a cui si riferivano certo con la parodia di film di successo: I due vigili, Brutti di notte, I nipoti di Zorro, Indovina chi viene a merenda?, Il bello, il brutto e il cretino. Intanto si moltiplica la loro partecipazione a programmi tv come Partitissima, Cantatutto numero uno, Canzonissima, Ieri e oggi, Che combinazione. Il riscatto, il passaggio al cinema d’autore, avviene con Pasolini, nel 1968, che li vuole in Che cosa sono le nuvole, episodio di Capriccio all’italiana e con Comencini che fa loro interpretare il Gatto e la Volpe nel suo Pinocchio televisivo. La separazione da Franco Franchi, che sembra definitiva, avviene nel 1972. Mentre il suo collega prosegue nella carriera del comico grottesco, il distacco diventa l’occasione che si offre a Ciccio Ingrassia per interpretare un ruolo drammatico, quello dello zio pazzo di Titta, il ragazzo protagonista di Amarcord di Fellini, una scena rimasta nella memoria è quella in cui sfuggito al controllo delle suore si arrampica su un albero e grida disperatamente: ”Voglio una donna”. Dopo la riconciliazione con Franchi il cinema d’autore offre un’altra occasione alla coppia. I fratelli Taviani li chiamano per La giara, l’episodio di Kaos tratto dalle novelle di Pirandello. Qualcosa si spezza con la morte di Franco Franchi nel 1992. ”Dopo la morte di Franco” ricorda il figlio Giampiero ”mio padre si era chiuso sempre di più. Centocinquanta film e quarant’anni di attività insieme sono una vita e, anche se c’è chi li ha criticati, mio padre e Franchi sono nel cuore di tutti”. ”Mio padre” continua il figlio ”ha conosciuto la fame nera, ha fatto la gavetta più becera prima di raggiungere il successo insieme a Franco Franchi. Sono stati la prima coppia del cinema italiano”» (Roberto Rombi, ”la Repubblica” 29/4/2003). «Ultimo rappresentante di una gloriosissima razza cialtrona [...] La sera in cui per la prima volta la coppia Franchi e Ingrassia esplose nel cono di luce del Teatro, io c’ero: fu come molti ricordano, nel 1961 al Sistina di Roma, sotto l’egida prestigiosa di Garinei e Giovannini. Dominatore assoluto di Rinaldo in campo, favola musicale ambientata ai tempi della spedizione dei Mille, un Domenico Modugno in forma smagliante era al centro dell’attenzione; ma al momento delle chiamate finale si accorse, senza ombra d’invidia, perché era generoso e perché li aveva scoperti lui, che i due proletari della risata ramazzati in una piazza siciliana stavano ritagliandosi un’ampia fetta di quel memorabile successo . Imponendo la loro comicità stralunata, imprevedibile e aggressiva, che poi avrebbero freneticamente duplicato in oltre 150 film. Qualcuno in platea storse il naso, come di fronte a un degrado in contrasto con le eleganti tradizioni della casa, ma uno dei più contrari (dirò il peccato e non il peccatore) fu proprio il giovane regista che anni dopo avrebbe chiamato Ingrassia nel cast di un film raffinatissimo. Perché Ciccio ha vissuto, nella sua particolare e originale dimensione, lo stesso destino di Totò . Partenza in chiave poverista, carriera faticosa anche se baciata dal successo, popolarità avvilita da un marchio plebeo; in un secondo momento, per contrasto, la smania degli intellettuali di appropriarsi del personaggio, di nobilitarlo, di redimerlo. Per giunta nel suo caso si era subito configurato il rischio che corre la ”spalla”, quello di venir considerato come un semplice sostegno agli estri buffoneschi del comico. Insomma molti dicevano ”quello bravo è Franchi, l’altro si limita a dargli una mano, da solo non resisterebbe”. Niente di più sbagliato e Ciccio lo dimostrò sul campo quando scioltosi dalla coppia fu arruolato da Fellini, Vancini, Petri, Comencini, Scola e altri registi di prim’ordine. Ogni volta un personaggio differente disegnato per dono d’istinto con tratti spesso geniali, alla luce di un’inventiva forte di salde ascendenze antropologiche. Lavorare con Ciccio Ingrassia è stato una gioia per tutti, inclusi i colleghi, un divertimento unico nella continua rivelazione di un talento che preservando lo smalto della semplicità azzardava le impennate dell’improvvisazione. Sereno anche nel colmo delle prove più rischiose, restava fin troppo consapevole dei propri limiti. Seppe rifiutare le lusinghe del teatro cosiddetto serio, le proposte di chi gli offriva Pirandello e Beckett. Per istinto avvertì sempre il confine fra azzardo e intellettualismo e seppe tenersi fuori dalle situazioni che sentiva estranee al proprio temperamento. Maestro della finzione, nelle scelte non fingeva mai. Questo tipo di attore, che Ruzante avrebbe definito ”snaturale” poteva nascere solo sui palchi del teatro rozzo che oggi non esistono più» (Tullio Kezich, ”Corriere della Sera” 29/4/2003). «Dei due, Franco era quello tarchiato, pazzo, estroverso, spiritato, incontenibile; Ciccio, quello allampanato, riflessivo, lento. Insieme dal 1948, avevano fatto spettacoli di ogni tipo, anche poverissimi - oggi teatro di strada è una definizione da mettersi all’occhiello come un fiore, chiamiamo dunque il loro teatro da marciapiede - prima della grande occasione sul palcoscenico del Sistina, quando Domenico Modugno li volle accanto a sé in Rinaldo in campo (1961) di Garinei e Giovannini. La leggenda vuole che fosse stato lui a scoprirli, ma per la verità la coppia era già apparsa in un film di Mario Mattoli, Appuntamento a Ischia, l’anno prima. Nel ’63 i due furono di nuovo insieme, sempre al Sistina e sempre con Modugno, in una nuova commedia musicale, Tommaso d’Amalfi, ma con fortuna minore, malgrado stavolta l’autore fosse nientemeno che Eduardo. A quel punto però la coppia era già lanciata nel cinema, tanto che negli Anni Sessanta e per la maggior parte del decennio seguente fu al centro di quasi cento film (in tutto Ciccio pare sia apparso in centocinquanta), definibili spazzatura, anche se, di nuovo, il termine non esisteva, e magari oggi lo si indosserebbe come una medaglia: film girati con la massima fretta possibile pur di sfruttare il binomio. Ingrassia avrebbe raccontato in seguito che di frequente i due non conoscevano nemmeno la trama del film, il regista del momento diceva loro semplicemente di improvvisare a braccio gag in una certa situazione; una volta che si erano seduti a chiacchierare durante una pausa si accorsero che l’operatore li aveva ripresi comunque, era materiale utilizzabile. Un anno i loro film incassarono da soli il venti per cento dell’incasso lordo di tutto il cinema italiano, ed erano ancora tempi in cui in Italia si giravano più di duecento pellicole l’anno. Se gli spunti non erano originali, spesso i titoli erano sublimi nel loro sfacciato rifarsi a successi del momento: 002 agenti segretissimi, I figli del leopardo, I due sergenti del generale Custer, Le spie vengono dal semifreddo, I barbieri di Sicilia, Indovina chi viene a merenda?, Ciccio perdona, io no, L’esorciccio (quest’ultimo, tardo, col solo Ciccio, che ne fu anche regista). Restò fuori, con rammarico di chi lo aveva depositato, solo I cavalieri della tavola calda. Ogni tanto beninteso i due trovarono anche tempo, se non la convenienza, di tentare qualcosa di più ambizioso; e quando furono convocati da Pasolini per l’episodio Che cosa sono le nuvole? di Capriccio all’italiana’, ovvero da Comencini per fare il Gatto e la Volpe del suo Pinocchio televisivo (1971), si dimostrarono pienamente all’altezza, come non avrebbero deluso, molto più tardi, i fratelli Taviani con cui interpretarono l’episodio La giara in Kaos (1984). Se la coppia si alimentava dell’energia dell’argento vivo Franco, l’uomo dalla faccia di gomma, Ciccio era quello che, più attore e meno macchietta, possedeva una maschera in grado di imporsi anche in generi diversi. Infatti fu proprio Ciccio quello che gli autori ”seri” vennero a cercare quando la coppia si scisse, anche per comprensibile saturazione reciproca. Memorabilmente Fellini, che da sempre aveva creduto nella fondamentale serietà dei clown, aveva utilizzato la sua aria allucinata nel personaggio dello zio matto di Amarcord già nel 1973; poi vennero Elio Petri e Todo modo (1976); di nuovo Comencini e L’ingorgo (1979), nonché La Bohème (1988); Scola e Il viaggio di Capitan Fracassa (1991); il giovane F. Farina e Condominio (1991), Davide di Donatello; Lina Wertmüller e Io speriamo che me la cavo (1992). Al teatro Ciccio tornò una volta sola, nel 1986, in Classe di ferro di Aldo Nicolaj, accanto al magnifico Gianni Santuccio, e pur non potendosi forse immaginare due istrioni di scuole più diverse la loro alchimia fu impeccabile. Era Ciccio Ingrassia un grande attore? La risposta è: senza dubbio. Aveva del grande attore il controllo totale del fisico, della voce, e dei tempi. Abituato a giocare di rimessa dai decenni passati accanto a Franco, si era specializzato nei mezzi toni, nelle reazioni senza fretta, nella tranquillità; e trasmetteva sicurezza quanto l’altro si faceva ammirare per le sue acrobazie. Era di quegli attori dalla naturalezza innata, di quelli che non sembrano mai recitare; era insomma della famiglia di altri sommi siciliani come Salvo Randone e Turi Ferro, forse più ”colti”, ma non più infallibili di lui» (Masolino D’Amico, ”La Stampa” 29/4/2003).