Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  aprile 29 Martedì calendario

Chadwick Lynn

• . Nato a Londra (Gran Bretagna) il 24 novembre 1914, morto a Londra (Gran Bretagna) il 28 aprile 2003. Scultore. «Considerato uno dei grandi scultori internazionali, ha pagato, in questi ultimi decenni, lo scotto d’una rinascita imprevista e rigogliosa della nuova scultura britannica, che l’ha un po’ oscurato e messo in silenzio. Fu uno dei fondatori del gruppo dei Giovani Scultori Inglesi, decisi a deformare l’anatomia umana, secondo pressioni quasi espressionistiche e derisorie, che non giungono però mai all’azzeramento della figuratività e a quell’astrazione, che ha coinvolto invece un altro rappresentante, e più noto, di quel gruppo, che è Anthony Caro. Fu la Biennale veneziana, nel 1956, a regalargli quella notorietà internazionale, che poi gli fu un poco sottratta, dalle ultime leve e dalla generazione leggermente a lui successiva, e vicina all’arte Pop, leggi Eduardo Paolozzi, che seppero meglio dialogare con i rovesci burrascosi della modernità. Forse, venendo dall’architettura e dalla sua arte gentile e fragile di disegnatore (aveva studiato per di più in Francia, nello studio Vouvray, per poi passare nello staff di Rodney Thomas, specializzato in design ed in allestimenti rivoluzionari di mostre) Chadwick, passato alla scultura piuttosto tardi e già trentenne, ebbe una qualche difficoltà a trovare una propria identità inconfondibile, in un panorama piuttosto fecondo e vario, che è quello della scultura inglese (che si è rivelato, in questi ultimi decenni, ancor più nutrito e vivace, di quello francese o tedesco, se non quello italiano). E poi pesava, soprattutto, su di lui, l’ombra troppo ingombrante dell’americano Alexander Calder, l’inventore dei mobiles a cui subito si accodò, ma proprio perché veniva dall’architettura, dalle strutture in balsa ed alluminio, in vetro e tondino, molto similari alle maquettes progettuali d’uno studio di ingegneria visionaria, e non per una vera sintonia con l’equilibrista americano, diventato celebre con il suo Circo favolistico. vero, anche Chadwich, ad un certo punto, incominciò a privilegiare delle forme animali ed antropomorfe, che rendevano la sua fragile architettura aerea molto simile ad un bestiario celeste e pneumatico (vedi anche l’opera che ha depositato per le vie di Spoleto, complice il compositore Menotti e il critico Carandente). Ma il percorso è indubbiamente diverso: anche perché, iniziato dal design francese, Chadwick fu molto sensibile all’universo sognante ed oscuro del Surrealismo (con in primis il poeta dei mostri Lautréamont) e vicino a certe forme visionarie, cangianti, che furono anche quelle di Giacometti e di Picasso, di Lipchitz e di Gabo Naum. Che fosse stato pilota volontario durante la Seconda Guerra Mondiale e che molto presto da Londra si fosse ”ritirato” a Gloucestershire, ove aveva creato una sorta di officina-museo permanente, è quanto le sue biografie ripetono all’esasperazione. Forse proprio a ricordare quella levità fragile e da insetto delle sue strutture mobili (ma diversissime dalle ragnatele provocanti di Louise Bourgeois) e la sua incapacità, o rifiuto, di fondersi con altri compagni di strada. Poi, troppo presto, sarebbero arrivati i rappresentanti della nuova scultura britannica, i giovani rampanti della YBA, gli Young British Artists dai nomi gridati, i Damien Hirst, i gemelli Chapman, i Marc Quinn e le Rachel Whiteread del gruppo Sensation-Saatchi, che avrebbero travolto l’esilità delle sue figure repellenti, irte di spunzoni e di gibbosità, sempre ai confini della realtà, al bordo del realismo irreale. Ma senza la forza primordiale di un Henry Moore, un titolo per tutti: Occhio interno. Ma alla Gam di Torino si può ammirare La donna di Saint Louis, testimonianza di una celebrità un po’ ingiustamente appannata» (Marco Vallora, ”La Stampa” 29/4/2003). «Con Kenneth Armitage e Anthony Caro è stato uno dei fondatori del gruppo dei ”Giovani scultori britannici” che nei primissimi anni Cinquanta seppe imporsi sulla scena artistica internazionale per capacità di rinnovamento sia nel campo dei materiali usati che in quello dei contenuti. Autore di sculture ”in equilibrio” in ferro e vetro, il suo capolavoro è considerato l’opera Le stagioni (1955), esposta a Londra all’Art Council of Great Britain. La consacrazione internazionale risale al 1956, quando ottenne il premio di scultura della Biennale di Venezia. Sempre in quell’anno fu incoronato dalla critica come erede naturale di Henry Moore» (’la Repubblica” 29/4/2003).