Varie, 25 aprile 2003
ABU MAZEN
(Mahmoud Abbas) Safed (Israele) 26 marzo 1935. Politico. Presidente dell’Anp (eletto nel gennaio 2005). Nel 2003 fu per alcuni mesi a capo del governo palestinese • «Vecchio compagno d’armi di Arafat, l’estensore di pressoché tutti i documenti politici di Al Fatah, prima, e, dopo, dell’Olp e, infine, dell’Autorità palestinese [...] palestinese dell’Alta Galilea (è nato a Safed, luogo di non comune bellezza: da presepio; un piccolo miracolo d’architettura mediorientale, a misura d’uomo) è l’esatto contrario di quel che fu Arafat. Abu Ammar fu tra i commandos che nei Cinquanta infastidivano l’Egitto di Nasser con le loro incursioni in Israele gravide di conseguenze non solo politiche. Abu Ammar combatté a Karameh in quella battaglia che l’abilità dei comunicatori palestinesi trasformò in “strepitosa vittoria”, impugnando con destrezza il kalashnikov cui, per altro, preferiva la pistola, una sottomarca spagnuola della S&W che pretese di portare con sé nell’ultimo suo viaggio: da Ramallah all’ospedale militare francese. Abu Mazen alla rivoltella ha sempre preferito la Mont Blanc [...] lavorava nell’ombra, forte della sua modestia sposata ad un fiuto diremo politico piuttosto raro a certe latitudini. [...] comunicatore occulto che da studente-operaio (in Siria) riuscì a laurearsi, perfezionandosi successivamente in scienze politiche a Mosca (non pochi raíss, lo stesso Mubarak, si sono “perfezionati” in Urss) [...] è l’uomo di Oslo, è lui che convinse Arafat e gli irriducibili a fidarsi degli amici (non solo norvegesi) che lavoravano (senza fanfara) affinché gli eterni nemici si incontrassero perfezionando l’incontro, invero storico, di Madrid (del ’91), per tentare un accordo di pace. Mal fatto, addirittura abborracciato, quell’accordo è passato alla Storia e a redigerlo, dopo la difficile gestazione, fu proprio Abu Mazen ovviamente col placet di Arafat. [...] È un galantuomo: marito perfetto, padre amoroso, un negoziatore abile e tenace [...]» (Igor Man, “La Stampa” 8/1/2005) • «[...] Se volete fare un complimento a Mahmoud Abbas (così fu registrato all’anagrafe di Safed nel 1935) chiamatelo Abu Mazen. In gran parte del mondo arabo, infatti, per mostrare rispetto a un uomo lo si saluta “Abu” (padre) seguito dal nome del figlio. Abu Mazen, quindi, è il padre di Mazen, dal nome del suo primogenito (morto d’infarto a 42 anni). Nei tempi del rinnovato dialogo tra israeliani e palestinesi, nell’estate 2003, anche Sharon si rivolse ad Abbas chiamandolo “Abu Mazen”. Un segno di stima, tanto più se si ricorda che l’appellativo “Abu” evoca i tempi della clandestinità [...]» (“Corriere della Sera” 11/1/2005) • «È tutto ciò che non era Arafat. L’immagine, assai poco carismatica, è quella di un professore di matematica. Lavora anche 15 ore al giorno. Lo infastidiscono giornalisti e telecamere. Compare il meno possibile. Piace agli americani e a Israele, ma nessuno ha dimenticato la sua tesi di laurea sull’Olocausto, dove esaminava le teorie minimaliste di chi sostiene che le vittime della Shoah furono assai meno di quante tutti conosciamo. Ma il rispetto di cui gode a Washington e a Gerusalemme [...] ha spinto [...] gli estremisti a gridargli “fantoccio della Cia e del Mossad”. [...] il personaggio non gode di grande popolarità, in quanto è troppo sofisticato per piacere alle masse del Fatah [...] Chi lo conosce bene avverte: rispetta la parola data, nella forma è suadente, ma durante i negoziati sa essere durissimo. Certamente più di Arafat» (Antonio Ferrari, “Corriere della Sera” 15/11/2004) • «Su di lui è difficile trovare un giudizio unanime. È un pragmatico, dice chi vuol fargli un complimento. Certo, è un pragmatico perdente, ribattono i critici. È un negazionista dell’Olocausto, incalzano i falchi israeliani. Non è neppure musulmano, appartiene alla setta Bahai, suggerisce un ex capo del Mossad. Una immagine in chiaro-scuro, senza tratti netti. [...] La sua storia scorre insieme a quella del suo popolo. Segnata da fughe disperate, violenza e grandi speranze andate deluse. […] Il padre manteneva la famiglia con un gregge di pecore e grazie alla vendita dei prodotti agricoli aveva rapporti con gli ebrei. Le relazioni tra le comunità non erano sempre facili. Un vicino, Aryeh Bandareli, ricorda che “solo la presenza dei soldati inglesi e del formaggio” impediva scontri pesanti. Ma c’erano comunque scaramucce alle quali Mahmmoud non partecipava “perché era troppo piccolo”. La vita di tutti cambia nella notte tra il 7 e l’8 maggio 1948, durante la prima guerra tra israeliani e arabi. Le forze ebraiche attaccano il villaggio di Abu Mazen usando un “Davidka”, un mortaio rudimentale. Non fa danni, però provoca un rumore terrificante. Quanto basta per spingere gli arabi di Harat a scappare. All’età di 13 anni Abu Mazen diventa, come migliaia di altri palestinesi, un profugo e si stabilisce in Siria. A Damasco completa gli studi e diventa maestro in una scuola elementare. Dopo una laurea in legge, va a Mosca dove completa il suo dottorato. È il momento della politica. Abu Mazen è tra i fondatori del Fatah, la principale componente palestinese. Dalla Russia, si sposta con la moglie e i tre figli nel Qatar diventando un uomo d’affari di successo. Nel 1988 viene eletto nel Comitato esecutivo dell’Olp e gli affidano il settore dei “territori occupati”. Il suo nome assume una notorietà mondiale nel 1993 quando israeliani e palestinesi concludono in gran segreto gli accordi di pace di Oslo. Abu Mazen è uno dei negoziatori. Lo definiscono tenace, per nulla moderato. Qualcuno ne sminuisce il ruolo. In ogni caso la sua figura resta legata a quella svolta che porta alla nascita dell’Autorità palestinese nei territori. Abu Mazen ha la possibilità di tornare a Safed, ma la sua casa non esiste più: al suo posto hanno costruito una scuola religiosa ebraica. Il mediatore continua la sua missione nei territori. C’è da applicare Oslo. Le intese però non sono attuate fino i fondo, gli israeliani non mantengono fede alle promesse. La rabbia esplode nel settembre del 2000, dopo il fallimento del vertice di Camp David. Abu Mazen, che viene identificato come l’uomo del dialogo, resta defilato. Il raìs lo guarda con sospetto, pensa che stia tramando alle sue spalle con gli americani. Qualcosa di vero c’è. Non è un complotto ma il tentativo di trovare una via diversa alla lotta armata e al terrorismo dei kamikaze. Abu Mazen chiede che l’intifada sia demilitarizzata. Posizione che ne fa il candidato ideale - per gli americani - alla poltrona di premier. Persino Ariel Sharon spende parole di apprezzamento, lo invita nel suo ranch. Meno contenti i palestinesi. Temono un tradimento o peggio la svendita di una causa ancora popolare. Abu Mazen deve convincerli del contrario» (Guido Olimpio, “Corriere della Sera” 24/4/2003) «Aveva tredici quella mattina dell’estate 1948 quando lui e la sua famiglia, insieme a decine d’altre famiglie, dovettero scappare da un grosso villaggio della Galilea, Safed, bombardato al mortaio da un reparto delle forze ebraiche. Scappare - lo ha ricordato più volte - non vuol dire partire, fare le valigie, allontanarsi con calma: vuol dire fuggire a perdifiato mentre sul fuoco, in casa, stanno bollendo le pentole del pranzo. Lasciare la propria casa (una casa di pietra chiara, il cortile, e nel cortile un bell’ulivo) per sempre. Abbandonare, senza dimenticare, la Galilea araba e la casa di pietra dove adesso c’è una Kollel, una scuola biblica per ammogliati. Ma una cosa è il ricordo, un’altra è l’illusione del ritorno. […] Dopo la fuga dalla Galilea, il ragazzo Mahmud avrà una vicenda da profugo, ma più fortunata della maggior parte dei profughi. Una prima tappa a Damasco, dove studia legge all’università, una seconda in Qatar, dove si dà agli affari. Quindi comincia la carriera politica a fianco di Arafat. Beirut, la cacciata da Beirut nell’82, Tunisi, e nel ’94 - con il compimento della prima fase degli accordi di Oslo - il ritorno in Palestina. A quel punto decide d’andare a vedere la sua casa, ma il sindaco e i rabbini organizzano un blocco della strada. Fa voltare l’automobile. A Safed non tornerà più» (Sandro Viola, “la Repubblica” 24/4/2003).