varie, 10 gennaio 2003
Intervista a Marcello Pera, presidente del Senato: Presidente, come vede il 2003? "Realisticamente, non so rispondere"
Intervista a Marcello Pera, presidente del Senato: Presidente, come vede il 2003? "Realisticamente, non so rispondere". Poniamoci allora un obiettivo più modesto: la primavera del 2003. Che cosa vede? "Mah, mi auguro che sia già cominciato il confronto sulle riforme. La partenza è discreta, ci sono state delle aperture reciproche". Quali? "Almeno due segnali importanti. Fassino si è dichiarato disposto al dialogo e anche D’Alema con un articolo sul ”Messaggero”. Dall’altra parte il presidente del Consiglio ha lanciato l’idea della Convenzione. Sono i presupposti per la formazione di un tavolo, come si dice ora". A che tipo di riforme sta soprattutto pensando? Parlo delle priorità. "Quella del Senato e quella del premierato. bene tenere presente che le riforme istituzionali si tengono tutte l’una con l’altra. Ma, a parte questo, direi che queste due dovrebbero avere la precedenza". Perché? "Una tocca la forma dello Stato, l’altra la forma del governo. La riforma del Senato dovrebbe procedere di pari passo con la discussione sulla cosiddetta ”Devoluzione 2”, quella che è stata presentata adesso dal governo". Il federalismo di Bossi. "Già. legge, come si sa, la ”Devoluzione 1”, quella che fu approvata nella scorsa legislatura. Da un lato si deve dare compiutezza a questa riforma già in vigore, dall’altro è necessario che la Devoluzione 2 si armonizzi con la 1". Un problema è che il costo del federalismo, almeno nella fase iniziale, sarebbe altissimo. "Sarebbe ancora più costoso non realizzarlo". Com’è possibile? "Perché costa moltissimo non trovare un luogo di composizione delle vertenze possibili, e in qualche caso già scoppiate, tra governi regionali e governo centrale. La Devoluzione 1 assegna o trasferisce molti poteri alle Regioni. Accade perciò che una Regione, o più Regioni coalizzate (e magari rette politicamente da maggioranze diverse tra loro), si pongano come controparte del governo centrale. E già questo è costoso e destabilizzante. Ma c’è di più: quando, a un tavolo di trattative, le Regioni e il governo centrale avessero trovato un qualche accordo sulla materia in questione, tale accordo dispiegherebbe la sua forza senza una legittimazione del Parlamento. Ora, come si può pensare di prescindere, nel dar le leggi al Paese, dalla prima fra le istituzioni democratiche, cioè quella parlamentare? Ecco il costo, politico e finanziario, della situazione attuale, se non riformata". lo stesso problema di quando si incontrano governo e sindacati per una qualche questione di natura sociale. Trovano un accordo e il Parlamento è tagliato fuori. "Sì, vi sono elementi di gravità anche in quella procedura. Ma questa è molto più preoccupante perché mette in contrasto tra loro delle istituzioni". Non ho capito quale di quelle due riforme che lei ha posto all’inizio come prioritarie va a incidere sulla questione del federalismo. "Quella del Senato. Oggi il Senato è un’assemblea politica, che svolge una funzione gemella a quella della Camera. Dopo la riforma dovrebbe accogliere membri eletti su base regionale per dar voce alle istanze delle autonomie. Il concetto di fondo è che si deve trovare nel Parlamento un luogo di confronto e di composizione istituzionale dei problemi delle Regioni. La faccio riflettere su un paradosso: nel caso Fiat si sollecita l’intervento del governo centrale, mentre già la Devoluzione 1 prevede che una materia come quella sia regolata in ambito regionale". Lei sembra un difensore della Devoluzione 1. "Guardi che, da molti punti di vista, la Devoluzione 1 è molto più incisiva della Devoluzione 2. L’articolo 116 della Devoluzione 1 stabilisce che le Regioni possono chiedere una competenza legislativa esclusiva su una quantità impressionante di materie. Le faccio vedere il testo della legge, l’elenco occupa una pagina scritta fitta e c’è praticamente tutto. Mentre ci si concentra sull’articolo 117, quello che andrebbe veramente discusso e approfondito è proprio il 116. Io l’ho anche detto ai senatori quando è arrivato il testo di Bossi: discutete il 116 e tutto il resto contemporaneamente! Ma non sono stato ascoltato, per ora. La Devolution 2 è diventata un fatto di bandiera, di bandiera degli uni e degli altri. Ci sarà tempo, più in là e probabilmente sarà proprio in primavera, quando comincerà la discussione vera. Tra l’altro voglio far notare che l’articolo 116 consente di delegare poteri alle Regioni con leggi ordinarie, che si votano a maggioranza assoluta. Mentre le Devoluzione 2, essendo una legge costituzionale, richiede quattro letture e la maggioranza qualificata". Per affrontare materie di questa forza non ci vorrebbe una maggiore coesione tra le forze politiche? Non parlo solo dei rapporti tra maggioranza e opposizione, alludo anche ai contrasti tra i partiti che sostengono Berlusconi. "Sì, e io mi auguro davvero che vi sia al più presto maggior coesione all’interno della maggioranza e più dialogo all’esterno, tra maggioranza e opposizione. Proprio per questo do grandissima importanza alla riforma del premierato, cioè alla trasformazione del nostro presidente del Consiglio in un vero e proprio premier". Qual è la differenza? "Il premier, sul modello in vigore a Westminster, ha il potere di nominare i ministri e di sciogliere le Camere, chiamando il paese al voto. Lei capisce che, rinforzando in questo modo il capo del governo, si garantisce stabilità politica e coesione nella coalizione. Perché di fronte a una legge decisiva e a riottosità tattiche o strumentali degli alleati, il premier può sempre andare a fare la sua verifica con gli elettori. Aggiungo che il premierato è il coronamento del bipolarismo introdotto da alcuni anni nel nostro paese". Esistono correnti e gruppi che al bipolarismo si oppongono, che vorrebbero tornare al proporzionale. "Sì, esistono, ma bisogna prendere atto del fatto che i cittadini hanno ormai mostrato chiaramente il loro gradimento per l’attuale sistema. Da ultimo in Friuli dove l’ipotesi di un ritorno al presidente di Regione alla mercé del Consiglio è stata bocciata con chiarezza. Ora io ritengo che il premierato, così come gliel’ho descritto, sia più efficace, consenta decisioni più rapide e soprattutto stabilisca con certezza l’etica della responsabilità politica, su cui gli elettori dovranno poi pronunciarsi: ci è piaciuto quello che hai fatto e ti rivotiamo, oppure non ci è piaciuto e non ti rivotiamo". Mi pare tanto difficile, con le forze politiche attuali, arrivare a una situazione così netta... "Ma guardi che noi abbiamo di fatto già introdotto molti elementi di democrazia diretta. Nelle ultime elezioni c’erano addirittura i nomi dei candidati-premier sulle schede, cioè i cittadini erano consapevoli del fatto che, a scrutinio ultimato, non solo avremmo saputo quale coalizione avrebbe governato, ma anche chi sarebbe stato il primo ministro. Si tratta di rendere il sistema pienamente coerente con gli elementi che sono già stati effettivamente introdotti". Resto dubbioso su queste sue belle idee se guardo all’entità e ai toni dello scontro in atto tra maggioranza e opposizione. "Perché il bipolarismo, fatto comunque per noi recente, non è solo questione di leggi elettorali o di istituzioni politiche. C’è anche un problema di cultura, di abito mentale che deve permettere a tutti i cittadini di rispettare poi chi ha vinto le elezioni, di ammetterne la piena legittimità a governare. Questa legittimazione reciproca è il punto ancora deficitario; da una parte e dall’altra si tende a sostenere che la vittoria della coalizione avversa sarebbe una caduta negli inferi. Bisogna invece convincersi che è solo una questione di pendolo elettorale, che l’avversario non è un nemico e tanto meno un dèmone. Le riforme servono a tutti, al vincitore di adesso e al vincitore di domani. Le riforme sono, devono essere, neutre". Lei non dice niente sulla riforma presidenziale, che sembrerebbe stare tanto a cuore al nostro presidente del Consiglio. "Perché è più semplice fare la riforma del premierato. Per modificare i poteri del Quirinale bisogna andare a toccare una quantità di articoli della Costituzione. Mentre per il premierato basta modificarne un paio, con qualche semplice aggiunta. Sono tutte leggi costituzionali, la cui approvazione richiede una maggioranza dei due terzi, non dimentichiamolo". Le chiedo qualcosa sulla guerra, adesso. Scoppierà? "Se devo giudicare da quel che vedo in questo momento, temo di sì perché Saddam è una minaccia obiettiva. Però esprimo una grande preoccupazione, soprattutto per gli effetti che la guerra può provocare. Ho paura di una frattura irreparabile tra il mondo islamico e l’Occidente, frattura su cui il fondamentalismo islamico non avrebbe difficoltà a giocare la carta del terrorismo. E si toglierebbe sicuramente voce alla parte moderata dell’islamismo che potrebbe facilmente essere risucchiata dalla minoranza estremista. Tolta ai moderati islamici la loro capacità di mediazione, tornando a colpire violentemente e chissà dove il terrorismo, gli effetti di destabilizzazione sull’intero pianeta sarebbero enormi". Molti analisti sostengono che, dal punto di vista economico, la fase di incertezza attuale è la peggiore. La guerra toglierebbe almeno di mezzo i dubbi. "Sì, se fosse un blitz. In tal caso vi sarebbe poi una schiarita sul cielo dell’economia e anche gli effetti politici che ho descritto sarebbero maggiormente contenuti. Ma se non fosse un blitz? Se ci trovassimo in mezzo a una guerra lunga? Le difficoltà dell’economia europea, poi, non dipendono solo dal clima di incertezza. Eravamo in una fase delicata già prima dell’11 settembre e gli attentati alle Torri l’hanno resa davvero complicata. Il motore americano non gira più come un tempo e questo ha riflessi sull’Europa e in particolare sulla Germania. Per colpa dell’economia, il cancelliere Schroeder non ha neanche vissuto la solita luna di miele iniziale di cui gode chi vince le elezioni. Ha piuttosto vissuto una luna di fiele". Si sente in giro che l’attuale governo soffre di un declino nei consensi, che la cosa potrebbe avere conseguenze già sulle amministrative dell’anno prossimo. "Il declino, se c’è, è la conseguenza naturale del governare, colpisce tutti gli esecutivi specialmente nel loro primo periodo. Questa maggioranza ha poi dovuto riaggiustare i conti della gestione precedente e affrontare gli effetti di una grave congiuntura economica internazionale. Sulle amministrative, infine, come si possono fare previsioni? Sarei prudente anche se fossimo più a ridosso del voto: con le liste locali ne succedono talmente tante! E poi il governo si è trovato di fronte a una somma di questioni sociali di gran peso, pensi appunto alla Fiat, e sono le questioni sociali, soprattutto, a creare divisioni nelle coalizioni. Anche per questo si dovrebbe metter mano alle riforme istituzionali: per varare riforme come le pensioni, il mercato del lavoro, la sanità, che stavano tra l’altro anche nell’agenda del precedente esecutivo e che proprio per la loro delicatezza politica non vennero mai messe all’ordine del giorno, riforme quindi che sono destinate a dividere, è indispensabile che il presidente del Consiglio sia forte". Come accadrebbe con il premierato. "Esattamente". Un augurio per stesso? "Mi avevano detto che il Senato era un posto tranquillo. E invece! Che Babbo Natale porti un po’ di pace. Almeno qui". Antonio D’Amato presidente della Confindustria Presidente D’Amato, dia un’occhiata al 2003. Che cosa vede? "Vedo un anno non facile, con un’economia che stenta a camminare sulle sue gambe". colpa della crisi mondiale? "Siamo legati al motore americano. Gli Stati Uniti hanno trainato l’Europa e il mondo per quasi due decenni. E adesso non tirano più come prima. O, almeno, nel 2003 non avranno la forza espansiva degli anni 90". C’è un modo per uscirne vivi lo stesso? "L’euro è stato un successo importante. Ora l’Europa deve però realizzare una maggiore unità politica, deve dotarsi di istituzioni più efficienti, deve diventare più competitiva. Senza competitività non c’è crescita, senza crescita non ci sono né sviluppo sociale né occupazione". Sembravano problemi soprattutto italiani. "L’Italia e l’Europa hanno problemi comuni: uno stato sociale poco efficiente e spesso iniquo, un fisco che penalizza soprattutto le imprese, una grande rigidità nel mercato del lavoro. Ancora tante liberalizzazioni da fare. Scarsi investimenti in ricerca e innovazione, sia pubblici sia privati". Perché ho sempre la sensazione che, in ogni caso, l’Italia stia peggio degli altri? "Per via del debito pubblico, da noi più pesante che altrove, e delle carenze infrastrutturali". Cioè lo Stato funziona male... "Sì, ma ci sono altri due gravi problemi. Abbiamo la più bassa percentuale di occupati, appena il 55 per cento. E abbiamo il più grande divario economico regionale, vale a dire quello del Mezzogiorno. Pensi che quel 55 per cento di occupazione è il risultato di una media fatta così: il 63 per cento di chi lavora sta al Nord, il 43 per cento sta al Sud". Lei che cosa suggerisce? "Suggerisco le riforme". Quali riforme? "Le pensioni, il mercato del lavoro, il fisco, il Mezzogiorno. Le liberalizzazioni, la Pubblica Amministrazione". Tutte insieme? "Sono riforme così urgenti che si vorrebbe vederle realizzate subito e contemporaneamente. Accanto a quella del lavoro che porta la firma di Marco Biagi e rappresenta una svolta, sono urgentissime le riforme del Welfare e del fisco. Non si tratta di distruggere lo stato sociale, ma di passare dal Welfare al Workfare State, a un modello cioè che sia decisamente orientato sull’aumento dell’occupazione, sfruttando tutte le opportunità che può offrire un mercato del lavoro più flessibile. Si tratta insomma di aiutare chi perde il ”posto”, come è inevitabile in una fase di grande trasformazione, a trovare subito un altro lavoro, il che naturalmente significa anche riqualificare le sue competenze e capacità". La parola ”flessibile” suona pericolosa. "E non lo è. Il mercato del lavoro deve ritrovare dinamicità, spinta. Ma sono importanti anche le altre riforme che vanno realizzate entro il 2003, perché poi comincia una sequenza di impegnativi appuntamenti elettorali. Nel 2004 ci sono le europee, nel 2005 le regionali, nel 2006 le politiche. Lei sa che ogni volta che si apre un ciclo elettorale, quali che siano il governo in carica e la maggioranza che lo sostiene, le politiche di rigore vengono abbandonate, domina la ricerca del consenso e la spesa pubblica cresce. La finestra temporale nella quale si possono fare le riforme è perciò proprio quella di quest’anno, il 2003". Non c’è un problema politico per fare cose di questa importanza prima del 2004? Il governo e la sua maggioranza le sembrano sufficientemente forti? "Certo, ci vuole un chiarimento nella coalizione e una ridefinizione delle priorità. Il Paese ha bisogno di rimettersi in corsa al più presto, perché il prossimo anno la torta del Pil mondiale non crescerà di molto. Perciò l’Italia deve lavorare per aumentare le quote di mercato. Noi siamo il 5° o il 6° paese industriale al mondo, ma nella classifica della competitività scendiamo al 35° posto. Questo significa che abbiamo un nerbo di imprenditori formidabili, ma significa anche che il sistema paese con i suoi ritardi impedisce loro di fare tutto quello che potrebbero". C’è una questione ideologica dietro questo? Glielo domando perché veniamo da mezzo secolo di governi in cui le due ideologie dominanti, la cattolica e la comunista, hanno avuto almeno questo punto in comune: di considerare l’impresa un’entità sospetta, possibilmente da penalizzare. " vero, sia la cultura marxista che una parte di quella cattolica hanno contrastato, nei decenni passati, i valori del mercato e della libera impresa. I residui di questa cultura anti-industriale continuano ancora oggi a rappresentare un freno, un ostacolo agli effetti non solo della capacità competitiva, ma anche della nostra capacità di modernizzare il paese. C’è da dire però che negli ultimi tempi, soprattutto tra i giovani, si sta diffondendo una visione più liberale dello Stato, dell’economia, della società". Al Sud non è fortissimo il mito del posto fisso? "Non più come prima. C’è una quantità di giovani che vogliono far da sé, che aspirano solo ad essere imprenditori di se stessi. Anche qui i dati parlano chiaro: l’indice di natalità delle imprese in Italia è tra i più alti al mondo e il saldo tra imprese che nascono e imprese che muoiono è sempre attivo. Quella che non abbiamo è una cultura di governo capace di rispondere a questa domanda di impresa. Parlo di un atteggiamento complessivo del sistema politico e della Pubblica Amministrazione. Si percepisce una certa nostalgia per lo statalismo che attraversa tutti gli schieramenti, a destra come a sinistra. Proprio qui sta il nocciolo duro della resistenza alle liberalizzazioni, alle privatizzazioni e alla creazione di una società più aperta, più moderna, capace di riorganizzare in chiave liberale i rapporti tra economia e società, sviluppo economico e protezione sociale. Questa resistenza trova poi la sua espressione più clamorosa nei movimenti no-global". Direi che si tratta di movimenti spontanei, poco legati agli schieramenti politici, no? "Non so fino a che punto siano tutti spontanei. Ci sono i nostalgici della lotta di classe contro il capitalismo. Ci sono i figli di una generica cultura anti-industriale che si oppongono allo sviluppo e al progresso tecnologico. Ci sono quelli che esprimono preoccupazioni sincere, sentimenti che sono largamente diffusi e in parte condivisibili. Chi non vuole più salute e un ambiente sicuro? Chi non tiene a tramandare ai propri figli un pianeta migliore? Sennonché l’ambiente e la salute, più in generale un più alto livello di equità sociale, si garantiscono con la ricerca scientifica, con il progresso tecnologico, con le risorse che solo un maggior sviluppo economico può generare. E chi ha interesse a fare tutto ciò, chi può farlo se non le imprese?". sicuro di questo? Le imprese non perseguono esclusivamente il loro interesse? "Le imprese hanno interesse ad investire di continuo se vogliono sopravvivere. Investire sia nell’innovazione dei processi produttivi sia in nuovi prodotti. Con questo contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo complessivo della scienza e della tecnica. Sviluppo industriale e progesso scientifico sono strettamenti legati. così che abbiamo avuto, in Occidente, la caduta verticale del tasso di mortalità infantile, l’allungamento continuo della durata media della vita, i successi della medicina contro le malattie incurabili, la diminuzione – nonostante tutto – della fame nel mondo, la diffusione in definitiva di un benessere complessivo che è un dato innegabile. Certo, ogni progresso risolve vecchi squilibri e ne crea di nuovi. Ma si tratta della vita, no? La vita chiude un problema per affrontare quello successivo". merito delle imprese? "Non solo, ma anche delle imprese. E oggi, in un mondo cresciuto in pochi decenni da due a sei miliardi di persone, dobbiamo tutti impegnarci a promuovere un ambiente e uno sviluppo sostenibili. Per le imprese non è solo questione di responsabilità ma anche di interesse. Solo in un clima migliore, in un clima di consenso sociale si determinano le condizioni più favorevoli per lo sviluppo delle attività economiche. Sviluppo economico e benessere sociale sono i termini di un binomio inscindibile: senza il primo non ci può essere il secondo". Come andranno le elezioni amministrative del 2003? "Dipende da quello che il governo farà nei prossimi mesi, se saprà, in particolare, recuperare quella vocazione riformatrice che l’aveva portato al successo elettorale e che sembra aver smarrito. è vero che ha avuto un primo anno di legislatura molto complesso per una serie di eventi straordinari, a cominciare dall’11 settembre. Ed è vero che sta attraversando un secondo anno travagliato da aspri conflitti di politica interna. Ciò non toglie che deve impegnarsi a realizzare le riforme per le quali è stato votato. Nel suo stesso elettorato si avvertono malumori ed insoddisfazioni. Mentre, d’altra parte, la nostra sinistra è disarticolata, in ricerca di programmi e direi anche di autori che li sappiano scrivere. La vedo confusa e divisa. Ma anche i contrasti all’interno della coalizione di governo sono forti. Berlusconi e la sua maggioranza hanno ancora un tempo sufficiente per chiarirsi al loro interno e per dare slancio alla politica delle riforme. Hanno i numeri: li adoperino". Come andrà l’inflazione? "I nostri dati dicono che nel 2003 sarà all’1,8 per cento, ma si potrà fare meglio se prevarrà la consapevolezza che dobbiamo essere competitivi. Ricordiamoci che la Germania è all’1,1%". Vede una ripresa della new economy? "Innanzitutto chiariamoci bene: non esistono un’economia economia nuova e un’economia vecchia, esistono piuttosto un’economia buona e un’economia cattiva. Quella buona fa investimenti per migliorare i prodotti e i processi. Quella cattiva, no. La rivoluzione digitale rappresenta una fondamentale innovazione dei processi di produzione ed è essa stessa un prodotto nuovo. La sua introduzione ha determinato una forte accelerazione della produttività e della crescita economica. Oggi stiamo vivendo in una fase di assestamento, ma le nuove tecnologie restano una grande opportunità per maggiori efficienze e per la realizzazione di nuovi prodotti. In questa fase di crisi l’economia americana sta reagendo con una ristrutturazione formidabile, che razionalizza quelle inefficienze stratificatesi negli anni della crescita. Lo può fare grazie ad una flessibilità del lavoro e del sistema sociale che noi non abbiamo. In ogni caso, pur essendo un anno difficile, il 2003 promette agli Usa un tasso di sviluppo del 2,5-3 per cento". Queste ristrutturazioni significano licenziamenti? "Significano soprattutto nuove opportunità di lavoro che rimpiazzano opportunità di lavoro ormai esaurite. La questione è di moltiplicare le occasioni di lavoro e di affrontare la vita per quello che è: si deve fare ciò che serve e ha un futuro, e non intestardirsi a tenere in piedi un’occupazione senza domani, senza un orizzonte di sviluppo, un’occupazione che alla fine danneggia tutti frenando il sistema". Questo sarebbe il ritratto dell’Europa e dell’Italia. "Dove infatti già andrà bene se nel 2003 riusciremo a tenere un tasso di crescita che si avvicini al 2 per cento. Ma l’Europa deve darsi una capacità di sviluppo autonoma. Non si affronta un periodo come questo continuando a muoversi con il ritmo lento degli ultimi anni. Altrimenti, quando tornerà la ripresa, ancora una volta gli Usa saranno molto più competitivi di noi". L’anno sarà tutto così terribile? "Il primo semestre sarà difficile. Dobbiamo lavorare duramente perché nella seconda metà dell’anno ci sia un’inversione di tendenza che riguardi anche noi. Quello che proprio non va oggi è la crisi di fiducia delle famiglie e degli operatori. Le famiglie sono bombardate da messaggi negativi, gli operatori si trovano di fronte a mercati incerti e depressi e si vedono offrire, come soluzione, ricette scoraggianti, perlomeno inadeguate. La fiducia degli imprenditori si recupera con una politica di riforme che mostri la volontà di superare il gap di competitività. La fiducia delle famiglie si ottiene con una politica di investimenti che permetta alle imprese di aumentare l’occupazione e la quantità di reddito familiare. Interventi sui consumi non accompagnati da interventi strutturali rischiano di rivelarsi solo illusori. Non incidono sui fondamentali dell’economia". La Borsa? "Un’aspettativa esasperata dei risultati ha indotto, negli anni scorsi, ad acquistare titoli di imprese di cui non si sapeva niente, neanche che cosa producessero. Questo ha generato una bolla speculativa molto dannosa. Aggiunga le frodi che sono emerse, soprattutto negli Stati Uniti, e avrà il quadro che spiega la depressione attuale. Per uscirne, è necessario recuperare saggezza e capacità di analisi sui fondamentali delle aziende. I risparmiatori devono essere più attenti ad analizzare la situazione reale dei titoli che acquistano. E per questo devono disporre di un’informazione societaria completa e trasparente". Si parla di ”New Deal”. Lei che cosa ne pensa? "Occorre aprire un dibattito su come riposizionare il sistema economico italiano nella mappa geopolitica, serve in particolare una nuova politica industriale adeguata alle nuove condizioni che si sono determinate sul piano dell’economia globale. E quando parlo di politica industriale, non penso né alle vecchie politiche di settore, né tantomeno a una nuova stagione di interventismo statale, o peggio ancora regionale. Questa cultura, queste logiche, hanno già fatto il loro tempo. Il paese sta ancora pagando i debiti che hanno generato". Allora l’Italia che cosa deve fare? "Valorizzare quel patrimonio di talento imprenditoriale, di capacità di lavoro, di intelligenza e di cultura che rappresentano la nostra vera ricchezza. Posto che l’economia moderna è l’economia della conoscenza, queste risorse rappresentano un asset fondamentale, grazie al quale possiamo riposizionarci nella fascia alta della creazione del valore. A condizione che si facciano quelle riforme per rendere il paese più competitivo e che si inizi finalmente a investire di più in ricerca, in una scuola migliore, in università di eccellenza". Con l’allargamento dell’Europa ad Est, non rischiamo di essere periferici rispetto ai grandi mercati continentali? "Al contrario. L’Italia può avvantaggiarsi di una posizione, direi unica, di cerniera tra Est e Ovest, tra Nord e Sud. Con il crescente ruolo del Far East nell’economia mondiale, il Mediterraneo, cinquecento anni dopo la scoperta dell’America, sta recuperando centralità rispetto alle due sponde dell’Atlantico, tornando ad essere quel crocevia degli scambi di merci e di cultura che era nell’antichità. Per mettere a frutto questa posizione strategica abbiamo bisogno di infrastrutture che rendano più veloce ed efficiente la rete dei collegamenti in Italia, e tra l’Italia e il resto dell’Europa. I nostri concorrenti hanno interesse a tagliarci fuori e cercano di canalizzare il flusso decisivo del mercato a Nord delle Alpi, con il cosiddetto corridoio 5. Dobbiamo batterci con forza a Bruxelles perché questo corridoio passi invece a Sud delle Alpi. è un interesse vitale per il nostro paese, e deve rappresentare un impegno prioritario per il governo". Ma l’Italia è un paese in declino industriale? "Niente affatto. è declinata la competitività del nostro paese, negli anni scorsi. Ma non la nostra capacità di fare impresa e sviluppo industriale. Nessun paese al mondo ha tanti imprenditori come ne abbiano noi. Ed è questa la ragione per la quale ho molta fiducia nel futuro dell’Italia. Certo, le cose sarebbero più facili se qualcuno si ricordasse quello che diceva Winston Churchill". Che cosa? "Alcuni vedono l’impresa come una tigre da abbattere. Altri come una mucca da mungere. Nessuno la vede per quello che realmente è: un cavallo che tira faticosamente un carro molto pesante. Noi quel carro, lo sviluppo del paese, continueremo a tirarlo".