10 gennaio 2003
Intervista a Mario Luzi, poeta: Come sta? Bene, grazie. Montaigne diceva che la salute è tutto. Salute è l’equilibrio di varie malattie
Intervista a Mario Luzi, poeta: Come sta? Bene, grazie. Montaigne diceva che la salute è tutto. Salute è l’equilibrio di varie malattie. E il suo? Discreto. Che cosa leggerà l’anno prossimo? Quest’anno mi sono consumato in letture impegnative e problematiche . Cioè? Ho affrontato l’Apocalisse e letture complementari, anche se non sono sceso troppo - o salito, non so - nell’ermeneutica. Queste sono le letture che mi interessano di più, non solo come uomo di cultura e di religione cristiana, ma anche perché ormai mi oriento sui soliti temi proposti in modo sempre nuovo. Letteratura e polemiche varie perdono di importanza, mentre ci sono delle cose che sono di importanza perenne, come la filosofia Quali autori? Kant, ma anche Nietzsche. Interessante: Nietzsche diceva di detestare Kant. Sì, ma a me interessa accostarlo con tutti gli errori di lettura che abbiamo fatto. La narrativa invece mi interessa sempre meno. Conosce qualche autore contemporaneo? Ci saranno anche, ma non li conosco. La famigerata morte del romanzo. La narratio forse è una forma non più attuale. E la poesia? Anche per la poesia si sta esaurendo una fase, ma non mi sembra di vederne una nuova. Però c’è un fermento oscuro verso il cambiamento. Un cambiamento di episteme, non solo di modi e di costumi. Del secondo millennio salvo solo Dante. Shakespeare no? Mi lasci dire. Dante è un caso a sé, ha rotto con la poesia non espansiva e non creativa, quella poesia che si riflette su di sé. Solo Dante c’è riuscito, tutto il resto è petrarchismo, autocompiacimento. Magari è una forma che arricchisce moltissimo il sapere e la finezza dell’analisi, ma adesso c’è bisogno di un rapporto nuovo fra parola e cosa. C’è bisogno di profezia, non nel senso di divinazione ma nel senso di parola che si realizza. C’è bisogno di recuperare l’efficienza del dire. Insomma, non divina zavorra ma pratica umana. La radice ebraica della nostra cultura. Ebraica non so, forse biblica. Come san Paolo, che distingueva tra chi parla in lingue (per se stessi) e profeticamente (per dare alla parola un valore attivo). La poesia italiana ha anche buoni rappresentanti, ma tutti sono in attesa di qualcun altro. Questa è una fase interlocutoria più che locutoria. E se le chiedo di fare il profeta (nel senso di veggente) per il prossimo anno? C’è un’inquiteudine sismica totale, c’è una migrazione necessaria di persone e di popoli. I problemi di accoglienza degli extracomunitari sono cose meschine. Il flusso non è arrestabile, l’ignoranza di chi affronta questi problemi è palese. Governanti inetti Inadeguati, direi. Invece chi ci ha visto chiaro è questo papa. Ha una visione planetaria, ha capito che la crisi non è solo del cristianesimo ma del mondo intero. Questo non è solo il tema dell’anno prossimo, durerà anni. E poi c’è una grande urgenza di riparazione per portare sollievo dove c’è una sofferenza enorme. Siamo concentrati su alcuni luoghi come Israele, ma ci sono tantissimi posti che nessuno conosce in cui si consumano supplizi umani. Se l’umano ha un senso unico - e molti non la pensano così - la piaga dobbiamo sentirla su di noi. Tutti abbiamo qualche rimorso, anche senza saperlo. Altro tema di fondo è il globalismo. Una parola che va di moda. Ma è una realtà che c’è sempre stata. Prima si parlava di ricambio, o espansione. Adesso tutto è in mano ai finanzieri e io non ci capisco nulla. L’era della tecnica. La tecnica rischia di amputare l’umano e di trasformarlo, l’umanesimo si riduce a vantaggio di quello che è anonimo. Mi dica un suo desiderio per il prossimo anno. Oggi il mondo è ripugnante. Spero solo che il principio vitale prevalga sull’aspetto politico sociale. E l’Italia? In Italia questi problemi sono al quadrato. Il mio paese lo conosco poco. C’è una lotta di tutti contro tutti, prevale il cinismo. Spero riprenda vigore un’idea di sé, una cultura e una storia comuni. Come passerà il Natale? A casa. Prima andavo sulle nevi, non perché ero sciatore ma perché mi piaceva il Natale nordico. Dove andava? A Cortina o all’Alpe di Siusi, con amici. E i regali? Ne ricevo più di quanti ne faccio, ormai ho poche chances nell’offrire. Però è bello riunirsi in famiglia. Partecipa ai riti? Non sono molto ligio alle funzioni, però il Natale ha certe fasi di coralità a cui non manco. Non si è stancato di tutte queste voci sul Nobel? Non ci penso neanche. Io non ho il mito del Nobel, è una buffonata. Come mai ha scritto la prefazione al libro di Marzullo? Persino su Masullo... Marullo, come si chiama? Marzullo. Ecco, persino su Marzullo si può scrivere. un indizio, una nota leggera. L’avevo conosciuto perché una volta era venuto a casa mia. In un primo momento mi era sembrato futile, invece non era così. E comunque posso fare una prefazione anche ai Grasso e ai Bartezzaghi che criticano Marzullo. Il Luzi che conoscevo io era quello delle antologie. Ma la mia generazione televisiva è anche quella dei Marzullo. un cortocircuito interessante. Si tratta di un gesto di libertà, non devo rendere conto a nessuno.