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 2003  aprile 23 Mercoledì calendario

Garner Jay

• . Nato ad Arcadia (Stati Uniti) il 15 aprile 1938. Generale in pensione, a capo della ricostruzione in Iraq dopo la Seconda Guerra del Golfo. «’Hey boss, è stata davvero una grande esperienza, rifacciamola ancora prima o poi”. La scritta in inglese campeggia su una grande bandiera irachena, coperta dalle firme di soldati, che il generale Jay Garner teneva sulla libreria della sua casa di Windermere, in Florida, e che ha portato con sè quando il presidente George Bush gli ha affidato l’incarico di dare inizio alla ricostruzione dell’Iraq. La bandiera risale all’operazione ”Provide Comfort”, che gli venne affidata all’indomani della prima Guerra del Golfo per portare aiuto alle popolazioni curde nel Nord del Paese. ”Il nostro lavoro è salvare vite umane e lo faremo nel migliore dei modi possibili”, disse in quell’occasione il generale a tre stelle, che è nella Us Army dal 1960 e ha alle spalle due turni di servizio nella giungla del Vietnam. George Bush padre, allora presidente, considerò un successo ”Provide Comfort” e ne attribuì il merito al generale che da bambino rifiutò sprezzante la divisa regalatagli da mamma Consuelo Pooser per il suo sesto compleanno. ”Jay è una persona con i piedi per terra, molto umile, chi lo incontra senza conoscerlo non direbbe mai che è un generale a tre stelle”, dice Renée Keenel, un amico di famiglia della Florida. Laurea in storia e master in pubblica amministrazione completano il curriculum civile dell’uomo cui Bush figlio, oggi presidente, ha chiesto di ripetere il successo colto nelle regioni curde, definite a più riprese dalla Casa Bianca ”un modello di democrazia” per essere riuscite in dieci anni a creare un efficiente sistema di autogoverno, con tanto di organi rappresentantivi eletti a dispetto delle profonde divisioni fra le varie fazioni dei peshmerga. Ma Garner non è solo il militare dal volto buono e le maniere garbate, abile nell’approccio al prossimo, che pose le basi del ”miracolo democratico” in Kurdistan: è anche uno dei più stretti collaboratori del Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, al quale lo lega da oltre vent’anni la convizione che sia nello spazio la nuova frontiera della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Chi lo conosce da vicino assicura che è uno dei maggiori specialisti di lotta al terrorismo e sistemi balistici, uno dei pionieri delle ”guerre laser” capace di prevedere, in tempi non sospetti, che un giorno o l’altro il comandante in capo avrebbe combattuto una guerra virtualmente prima di decidere se iniziarla o meno. Quando andò in pensione, nel 1997, Garner era a capo del Comando di difesa strategica e spaziale delle forze armate creato dal presidente Ronald Reagan a metà degli Anni Ottanta nell’ambito del programma ”Guerre stellari” e poi sopravvissuto al debole sostegno garantito dell’amministrazione Clinton. ”Quando eravamo con le spalle al muro si difese con grande energia e senza mai dire una cosa per un’altra”, racconta il suo ex braccio destro Robert Scales. Quando George Bush figlio varcò la soglia della Casa Bianca, nel 2001, la difesa antimissile ridivenne la priorità numero uno e Rumsfeld arrivò alla guida del Pentagono, portando con sè tutti coloro che nello ”Scudo” avevano creduto e che allo ”Scudo” avevano lavorato. A conferma della non comune competenza sulle armi di ultima generazione Garner può vantare un ruolo di primo piano nella realizzazione e gestione delle prime unità di missili anti-missile ”Patriot” e dei più avanzati ”Arrow”, realizzati da Israele negli ultimi dieci anni grazie al sostegno finanziario americano. Non è un caso che da pensionato il generale a tre stelle sia divenuto presidente della ”SY Coleman”, ditta privata che costruisce missili e armi ad alta tecnologia per il Pentagono. Contestato delle organizzazioni arabo-americane per una sua visita di dieci giorni in Israele nel 2000 - assieme a una delegazione di oltre quaranta ex militari, come spesso avviene negli scambi fra Stati Uniti e Paesi alleati - non è persona che si perda in chiacchiere e preferisce badare al sodo, terminare la missione conferitagli: in questo caso, far ripartire i servizi essenziali dell’Iraq» (’La Stampa”, 22/4/2002).