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 2003  aprile 23 Mercoledì calendario

EVANGELISTI

EVANGELISTI Giovanni Rimini 11 settembre 1961. Per oltre vent’anni primatista italiano di salto in lungo (8,43 m a San Giovanni Valdarno il 16 maggio 1987, primato battuto da Andrew Howe il 30 agosto 2007 durante i mondiali di Osaka). Medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles (1984) e agli Europei di Stoccarda (1986). Prese la medaglia di bronzo anche ai mondiali di Roma del 1987, ma gli fu tolta quando si scoprì che giudici compiacenti gli avevano allungato, sembra a sua insaputa, il salto: «Fui danneggiato da quello scandalo organizzato a mia insaputa. Nessuno mi aveva detto niente. In gara capii subito che qualcosa non andava, quell’,38 mi risultava un po’strano. Ma era solo un’mpressione, tutti mi giuravano che la misura era quella. Tornato a casa, cominciai a ricevere molte telefonate dall’mbiente federale: mi pregavano di stare tranquillo, che la mia era stata una bella gara. Ma io cominciavo ad avere molti dubbi e così feci un comunicato dicendo che rinunciavo alla medaglia. Mi tirai fuori dalla mischia. Io non avevo pagato il giudice per allungarmi il salto, chi invece si fa le punture per andare più forte è responsabile della truffa. Il presidente Nebiolo mi aiutò anche per quello. Sapeva che io non mi sarei mai drogato, infatti in Italia nessuno me lo ha mai proposto. Anche se quelli erano anni in cui al Coni girava una persona che noi avevamo soprannominato Il Vampiro. Nebiolo sapeva che in quel periodo molte nazioni coprivano pratiche più o meno lecite, a livello di federazioni, e non voleva vedermi battuto. Pensò: questi neri americani sono forti e in più sono dopati, meglio dare una mano a Giovanni. Mi voleva bene. Ero il figlio che non aveva avuto. Ero il saltatore in lungo che lui non era stato, nel senso che si era fermato a misure più mediocri. Insomma, si identificava. In più voleva risarcirmi di un mondiale indoor, a Indianapolis, che persi proprio in quell’anno perché un giudice dichiarò nullo il mio ultimo salto. Era un bel salto» (Emanuela Audisio, ”la Repubblica” 22/4/2003).