21 aprile 2003
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Kato Daijiro
• . Nato a Saitama (Giappone) il 4 luglio 1976, morto a Yokkaichi (Giappone) il 19 aprile 2003. Motociclista, campione del mondo classe 250 nel 2001, si spense dopo tredici giorni di coma in seguito ad un incidente durante il Gp del Giappone. «Era arrivato nel Motomondiale da fenomeno. Non era mai uscito dal Giappone eppure lo davano subito favorito per il titolo. Era il 2000 quando riuscì acoronare il suo sogno. Sfidare i più forti piloti del mondo a casa loro, nel campionato iridato. Lontano da quella fatale Suzuka che lo aveva incoronato due volte, quando ancora non lo conosceva nessuno. Sul circuito di casa era il più forte: gli europei erano andati a sfidarlo sulle curve maligne della pista più bella e terribile del campionato, ma erano stati respinti senza troppi complimenti. ittoria nel 1997, pole e vittoria l’anno successivo. Non bastava ancora per meritarsi il passaporto per l’olimpo. Ma Daijiro, alla fine era riuscito ad ottenere l’Europa. Così lo conobbero tutti. Faccia da bambino sopra un corpo ancora più minuto. Ma una capacità straordinaria di portare al limite quei magnifici oggetti che la Honda gli metteva a disposizione. Una coppia perfetta, lui e la Casa più grande del mondo. Non era un mistero. Gli uomini con gli occhi a mandorla lo volevano campione del mondo nella 500, oggi MotoGP, e lo avevano allevato come un imperatore. Attenzioni tecniche che hanno scatenato anche qualche gelosia da parte di Valentino Rossi, chelo indicava come ”cocco di mamma Honda”. Naturale, lo sapeva anche Vale, che era passato da una situazione simile, quando all’Aprilia tutte le attenzioni erano per lui, il figlio prediletto. Ma niente favoritismi. Daijiro si era dovuto meritare quel misto di fiducia e riconoscenza che la Honda dedica solo a pochi eletti. Così ha dovuto fare una lunga anticamera nei campionati nazionali (in 3 anni due titoli e un 2 ? posto) e soprattutto trovare in Fausto Gresini il ”molosso” capace di convincere i dirigenti giapponesi ad affidarglielo per il Mondiale. Loro pagavano pilota e moto, l’ex iridato 125 le spese. Così nel 2000 Daijiro diventa ”italiano”: come altri prima di lui, in maniera completamente diversa. Questione di carattere. Lui, silenzioso e riservato, non si fa travolgere dall’entusiasmo nostrano, come avevano fatto qualche anno prima Noboru Ueda o Kazuto Sakata, che avevano corso e vinto per team e Case italiane. Sorride educatamente, da vero giapponese, ma mette davanti al mondo uno scudo impenetrabile, facendosi forte soprattutto di una lingua incomprensibile. E dire che – assicura chi lo ha conosciuto nel suo ambiente naturale in Giappone – in compagnia era un grans impaticone. Nel Motomondiale vince invece tutta la sua timidezza. Con i suoi meccanici parla italiano, con gli altri si chiude a riccio. Per la stagione delle corse prende casa in riva all’Adriatico, a Porto Verde, non lontano dal reparto corse del team, con la moglie Maki, spesso anche da solo. E non fa fatica ad ammettere le sue debolezze. Come quando, per la prima volta, doveva fare il bucato con la lavatrice, mentre la moglie era in Giappone per l’arrivo del primo figlio. Troppo detersivo e la casa diventa un’unica bolla di sapone. O come quando, nei primi tempi italiani, prende, senza pensarci troppo, una strada contromano, confuso dalla guida a sinistra a cui è abituato a casa: quasi un braccio rotto. In Italia, però, stava bene. Gli piaceva la pasta, ma faceva fatica ad ecidere se più o meno del riso alla giapponese. Il passatempo preferito era andare in giro per negozi, ”ma si spendono un sacco di soldi, soprattutto se sono con mia moglie”. Lui non aveva grosse pretese, se non le scarpe da ginnastica, tante, sempre nuove, molto tecnologiche. E poi, ovviamente, i capelli. Come molti giovani giapponesi, lunghi e sempre rigorosamente ”mechati”. Ma in sella era davvero speciale. ” impressionante – raccontava Fausto Gresini – come sia tranquillo nella guida. Dopo una giornata di test nemmeno un callo alle mani”. Perché Daijiro guidava la moto come una carezza. Inserito in moto ”mini” che la Honda pareva aver costruito su misura per lui sembrava una libellula, capace di danzare in mezzo alle curve, anche se in sella alla RC211V a 4 tempi aveva forzato la sua natura. Ma soprattutto in 250 era stato fenomenale. Pronti- via, nel 2000, in 3 gare era già in testa al Mondiale, che perse solo per la scelta della Honda di fargli fare il pendolare con il Giappone per vincere la 8 Ore di Suzuka. Ma l’appuntamento è solo rinviato. Un Mondiale alla Valentino, quello del 2001: 11 vittorie e 2 podi su 16 gare; una gomma sbagliata (11? posto); una caduta (era stato buttato giù da Marco Melandri a Motegi); un errore tutto suo; un 10 ?posto al Mugello sul bagnato: il suo unico tallone d’Achille. E da predestinato gli si aprono le porte per la classe regina. Prima con la 500, perché alla Honda fanno sudare anche i figli prediletti, poi da Brno con la nuova 4 tempi: primo turno di libere, miglior tempo e poi secondo posto in gara. Poi la prima pole (sempre in Giappone, ovvio) due podi, la nuova stagione. Con tante attese, le tensioni (troppe? chissà) della gara di casa, le prove così così, la grande rincorsa. Poi il silenzio» (Filippo Falsaperla, ”La Gazzetta dello Sport” 20/4/2003).