19 aprile 2003
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Jodorowsky Alejandro
• . Nato ad Iquique (Cile) il 17 febbraio 1929. Regista. Da ragazzo lavora come clown in un circo e allestisce un teatro di marionette. Emigrato a Parigi, diviene allievo del mimo Marceau e fonda il gruppo surrealista ”Panico” assieme a Roland Topor e Francisco Arrabal. Come regista realizza con Moebius la saga a fumetti L’Incal. Nel ’71 e nel ’73 gira i film El Topo e La montagna sacra. Negli ultimi anni fa psicoterapia di gruppo al ”Cabaret Mistyque” di Parigi, avvalendosi di una tecnica basata sui sogni e descritta nel volume Psicomagia (Feltrinelli, 1997) «Nel 1973 subì vari processi per oscenità e vilipendio alla religione in seguito all’uscita del suo capolavoro cinematografico, La montagna sacra , una sorta di cammino verso l’immortalità disseminato di scene dissacranti, sovente a base di sesso. Già un altro film, El Topo (1971), western mistico a mezza via fra Buñuel e Sergio Leone, aveva rivelato la tensione verso l’assoluto, sia pure espressa in forma iconoclasta appena venata di surreale, che animava l’artista [...] ma anche dall’Incal , saga a fumetti scritta per il talento visionario di Moebius (con il quale ebbe esperienze psichedeliche in Messico, dove conobbe Castaneda), traspariva un’ansia di liberazione spirituale» (’Corriere della Sera” 19/4/2003). «Parigi, marzo 1953. Alle due di notte squilla il telefono a casa di André Breton, padre del Surrealismo. ”Lei è André Breton?”, ”Sì, è lei chi è?”; ”Sono Alejandro Jodorowsky e vengo dal Cile per salvare il Surrealismo”, ”Ah bravo, vuole incontrarmi?”; ”Subito!”, ”Adesso no, è tardi, sono già a letto, venga domani a mezzogiorno”; ”No, non domani, adesso! Un vero surrealista non si lascia guidare dall’orologio”; ”Domani”, ”Allora mai”. Il colloquio è riferito nell’autobiografia di Alejandro Jodorowsky La danza della realtà (Feltrinelli, pag.376, 17) e illumina la figura paradossale di un artista simbolo del vitalismo dissacratorio, anarchico e geniale che attraversò l’Occidente negli anni 50 e 60. Attore, mimo, regista e infine terapeuta psicomagico, per alcuni è un clown istrionico ed eccentrico ma pur sempre buffone; per altri, il navigatore estremo dell’immaginazione, teso a dilatare oltre ogni limite le potenzialità umane tramite l’atto creativo. Nato a Tocopilla (Cile) nel 1929 da famiglia ebreo-ucraina, il giovane Alejandro trova nel Surrealismo, definito da Breton ”arte magica”, la via per liberarsi di una realtà oppressiva all’ombra di un padre-padrone comunista che si fa i baffi alla Stalin e fanatico nel suo ateismo. Così, lascia il Cile sull’’Andrea Doria”, in quarta classe e senza soldi, per raggiungere Parigi e cercare Breton (l’incontro sarebbe avvenuto sette anni dopo, con Arrabal e Topor, nelle riunioni di artisti che il maestro teneva al caffè ”La promenade de Venus”). Già in patria, però, dopo che la famiglia si era stabilita a Santiago, Alejandro conosce una prima liberazione. Frequenta poeti come Nicanor Parra che lo invitano a orinare devotamente sulla statua di sant’Ignazio (’orinare è come pregare”); artisti marginali come Stella, una sorta di ”puttana santa” che concede tutto ma non la penetrazione poiché riserva la verginità ”al dio che verrà dalla montagna”: è l’ossimoro sacro-blasfemo che esploderà fra gli scandali in film come La montagna sacra (1973), dove il cammino verso l’Assoluto è disseminato di scene iconoclaste, o come El topo (1971), western mistico a metà via tra Buñuel e Sergio Leone. In realtà, Alejandro sta solo lottando contro una depressione infinita: pratica meditazioni che sfociano nel delirio ma che poco a poco lo portano a viaggiare oltre il reale, a ”galleggiare sul cosmo”, senza bisogno di droghe. Autoinganni, certo, ma pur sempre liberatori: così, quando un pittore gli dona il suo atelier, Alejandro allestisce un ””teatro magico dove l’ingresso costa la ragione” e dove coinvolge tutti nei riti dell’effimero, che anni dopo gli americani avrebbero chiamato happening. Jodorowsky realizza ”atti poetici”, deliberatamente insensati, anche fuori dal teatro: per esempio, attraversare la città in linea retta, passando da appartamenti, fabbriche, uffici; oppure, riempire di larve la casa sul mare di Neruda, cosicché, all’ingresso del poeta, sarebbero sbocciate da ogni angolo nuvole di farfalle. A Parigi, Jodorowsky si tuffa nel clima fervido e iconoclasta di una cultura rinata dalle ceneri della guerra, ma comprende la ragione profonda delle sue angosce: l’orrore della morte, eredità del dogma ateista paterno. Ciò lo porta a girare il mondo in cerca di religioni, saperi magici, esoterismo. Ma lo scontro decisivo con la morte avviene la notte: dopo aver imparato a ”guidare” i cosiddetti ”sogni lucidi” (quelli dove ci si accorge di sognare), Alejandro porta l’esperienza ai limiti estremi, dove scopre che l’inconscio non concepisce la morte. E la paura scompare. Intanto, l’artista crea ”Panico”, sodalizio teatrale con Topor e Arrabal, scopre l’arte del mimo con Marceau; affianca con gesti e pantomime un Maurice Chevalier sul viale del tramonto, trasformando in trionfo una sua esibizione all’Alahambra; ma comprende che quell’esplosione creativa (si sposa, fra l’altro, più volte e ha numerosi figli) rischia di rimanere sterile. Happening e gesti demenziali sono utili per aggredire la società fossilizzata; riscuotono l’applauso di Ginsberg, autore di un ”atto effimero” nel dichiarare a Cuba di aver sognato un amplesso con Guevara, con immediata espulsione. Ma il vero malato, l’uomo comune, ”non va aggredito”. ”Bisogna cercare di guarirlo”. Durante un’esperienza con l’Lsd, vede il suo gatto grigio moribondo e ne prova pietà mentre la sua guida dice: ”Fa crescere quest’emozione, abbi compassione di tutti gli animali, del mondo, dell’umanità intera”. La scoperta della compassione è una svolta: quella rutilante avventura umana - compreso l’incontro con il mondo sciamanico, con Carlos Castaneda e i guaritori messicani da Maria Sabina a Pachita - avrebbe avuto come sbocco la cura degli altri. Lo psicomago avrebbe fuso mondo magico-popolare e psicoanalisi lavorando sui simboli, parlando all’inconscio malato con atti apparentemente folli. Alcuni anni fa gli si presentò, accompagnato dalla moglie, un famoso attore italiano di cinema e di teatro (nel quale è facilmente riconoscibile Vittorio Gassman), malato di depressione, nonostante la ”personalità sfolgorante”. Dal colloquio emerse che una madre possessiva lo aveva reso succube al punto che l’attore si affermò sulle scene e sullo schermo per esaudire il suo volere. Ma non gli piaceva recitare: di qui la depressione. Alejandro gli consigliò un atto psicomagico: scannare un gallo sulla tomba della madre, sgocciolarsi il sangue sul pene e così via. L’attore rifiutò per la sua posizione (’se fossi un illustre sconosciuto lo farei”) e si tenne la depressione. Altri, come il grande fumettista Moebius, guarirono grazie alla psicomagia; ma lo stesso Jodorowsky afferma che l’esito dipende dalla fede nel terapeuta, come aveva appreso dagli sciamani. Il discorso vale anche per questa lettura: un itinerario insensato per chi lo affronti con troppe riserve mentali, un viaggio liberatorio per chi si abbandoni al flusso incantatore delle parole» (Cesare Medail, ”Corriere della Sera” 26/2/2004).