Varie, 19 aprile 2003
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Wiesenthal Simon
• Buchach (allora Polonia, oggi Ucraina) 31 dicembre 1908, Vienna (Austria) 20 settembre 2005 • «Il cacciatore di nazisti, l’uomo che non ha dato tregua ai tanti rappresentanti del partito hitleriano sfuggiti al processo di Norimberga, il segugio che è stato capace di stanare Adolf Eichmann, Franz Stangl o Franz Wagner nei paradisi tropicali dove avevano trovato rifugio […] Ha conosciuto la deportazione nazista per la prima volta nel 1941, quando le milizie hitleriane lo imprigionarono nel campo di Lambert. Lì morì sua madre. Poi la fuga, la clandestinità, un nuovo arresto, le torture, due tentativi di suicidio, il campo di sterminio di Mauthausen e la liberazione da parte degli americani nel 1945. Quando si è svegliato dall’incubo e ha riabbracciato la moglie Cyla Mueller, ha contato 89 familiari uccisi. Vendetta, giustizia, difficile dire. Fatto sta che da quel momento il suo studio di architetto a Vienna si è trasformato in una centrale investigativa dove ogni sopravvissuto poteva andare a qualsiasi ora del giorno e della notte per collaborare alla raccolta di documenti e indizi, ma anche soltanto a raccontare la sua storia. ”Mi chiedo come il suo cuore abbia retto” confessò una delle sue segretarie in un’intervista. Il primo arresto reso possibile grazie alle indagini del ”Simon Wiesenthal Centrum” è stato quello del poliziotto viennese Karl Silberbauer, l’uomo che aveva mandato a morte Anna Frank e la sua famiglia nel 1944 svelando il loro nascondiglio. Poi è stata la volta del comandante di Treblinka, Franz Stangl, di quello di Sobibor, Franz Wagner, e del cervello organizzativo dello sterminio, Adolf Eichmann. Ma la soddisfazione maggiore Wiesenthal ha confessato di averla provata per i pesci più piccoli, quelli che pensavano di essere solo una rotella insignificante ”e che invece sono stati il lubrificante della macchina assassina”. Un solo rimpianto, non essere riuscito a trovare Joseph Mengele, il medico che aveva ridotto i bambini ebrei nei campi di concentramento a cavie da laboratorio. Sbaglia però chi si immagina la vita di Simon Wiesenthal nel dopoguerra come quella di un antieroe paladino della giustizia e guardato con stima e rispetto. Gli austriaci, ad esempio, lo hanno sempre odiato. ”Erano solo l’otto per cento della popolazione del Terzo Reich – dice di loro - ma sono stati responsabili della morte di metà degli ebrei che sono stati uccisi”. Il suo ufficio è stato più volte devastato dai vandali fino a che, nel 1975, Wiesenthal non si è deciso a traslocare. Persino il cancelliere socialdemocratico Bruno Kreisky – considerato uno statista illuminato - ha avuto con lui un rapporto tempestoso. ”I miei legami con la Gestapo sono noti – disse con sprezzo una volta riferendosi a Wiesenthal – Io ero il suo carceriere”. Lo accusava di diffamare anche chi non aveva preso parte allo sterminio e stava quasi per riuscire a fargli ritirare la cittadinanza con un voto parlamentare. Rabbioso, controverso, sempre in rapporto con i servizi segreti israeliani e protagonista di attacchi pubblici personali durante i congressi internazionali (tra cui quello, memorabile, in cui chiese le dimissioni del segretario generale dell’Onu, Kurt Waldheim)» (’La Stampa” 18/4/2003). «L’architetto che per dodici anni ha costruito case e, per il resto della sua vita, processi sufficientemente solidi da sostenere l’esame di un tribunale […] ”Sono riuscito a trovare tutti gli omicidi di massa che ho cercato, sono sopravvissuto a tutti. E se ci fossero altri che non ho cercato, oggi sarebbero troppo vecchi e deboli per essere portati davanti a un tribunale. Il mio lavoro è fatto”. […] ”Sopravvivere è un privilegio che comporta obblighi”, ha scritto in Giusti zia e non vendetta . E Wiesenthal non è sopravvissuto soltanto a tredici lager, a due tentati suicidi, a tre plotoni d’esecuzione, al piombo di un ufficiale delle SS durante la ritirata tedesca e al dolore per la morte di 89 familiari. Wiesenthal è sopravvissuto anche ai suoi mancati carnefici, agli organizzatori dello sterminio, processati e condannati a morte a Norimberga, a quelli rintracciati implacabilmente nei decenni successivi, a quelli ancora latitanti, scomparsi in contumacia nel costante terrore di essere scoperti. A nessuno di loro il cacciatore, cui sono stati dedicati libri e film, ha permesso di dimenticare le nefandezze commesse. Era quello che voleva: evitare l’oblio. ”Da sempre mi chiedo che cosa posso fare per coloro che sono sopravvissuti - ha scritto -. La risposta che io ho trovato per me stesso è la seguente: io voglio essere il loro portavoce, voglio che la loro memoria non sia cancellata. Perché la giustizia per i crimini contro l’umanità non ha limiti”. […] Non ci sono mai state altre regole in più di mezzo secolo di caccia. Si racconta che, per fornire al Mossad, il servizio segreto israeliano, una foto di Adolf Eichmann, dopo la guerra, un ex deportato, agente di Wiesenthal, abbia sedotto le ex amanti dell’introvabile capo della Gestapo. Si sa che a condannarlo ha contribuito anche un album di acquarelli: i disegni di una deportata ad Auschwitz, probabilmente non sopravvissuta, ora conservati al Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, quale anonimo atto d’accusa contro le atrocità dei lager. Nel carniere di Wiesenthal sono finiti Franz Stangl, il comandante dei campi di concentramento polacchi di Treblinka e Sobibor, scovato in Brasile; Karl Silberbauer, l’ufficiale nazista che arrestò Anna Frank ad Amsterdam, rintracciato in Austria; ed Hermine Braunsteiner, accusata dell’eccidio di centinaia di bambini a Majdanek, ritrovata all’inizio degli anni ”70 a Queensland, dove viveva come una tranquilla casalinga newyorchese. Per inseguire i suoi ricercati raramente Wiesenthal ha abbandonato il trilocale di Vienna che ospita il Centro di documentazione ebraica. Il cacciatore ha aspettato che fossero loro a cadere nella rete che lui tesseva pazientemente, intrecciando segnalazioni, indizi, sospetti, dettagli e testimonianze. Adesso tutta questa documentazione, spiega, avrà un altro scopo: smontare le tesi revisioniste, combattere il neonazismo. Gli ci sono voluti tre anni per caricare tutte le informazioni nella memoria di un computer, che compensi in futuro le lacune umane. E’ contento, ha raggiunto il suo scopo: ”Quando andremo all’altro mondo - ha detto una volta a un amico orefice che gli chiedeva perché non aveva preferito fare l’architetto e i soldi -, incontreremo milioni di ebrei morti nei campi. E se ci chiederanno: che cos’hai fatto tu? Tu risponderai: il gioielliere. Un altro dirà: ho costruito case. Ma io dirò: non vi ho mai dimenticati”» (Elisabetta Rosaspina, ”Corriere della Sera” 18/4/2003). Vedi anche: Simon Hattenstone, ”Sette” n. 47/2001;