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 2003  aprile 17 Giovedì calendario

ABU ABBAS

(Muhammad Zaidan Abbas) Haifa (Israele) 10 dicembre 1948, Iraq 8 marzo 2004. Politico. Terrorista. Capo del Fronte di liberazione della Palestina • Nell’ottobre dell’85, durante il sequestro della ”Achille Lauro”, i suoi fedayn gettarono in mare il cadavere del passeggero Leon Klinghoffer. «Doveva la sua fama di guerrigliero e terrorista al sequestro della motonave Achille Lauro, da lui organizzato nel 1985. Erano gli anni in cui le fazioni paletinesi pensavano ancora che il terrorismo potesse essere uno strumento utile ad illuminare la loro causa agli occhi del mondo. Il turista ebreo americano Leon Kingkofler venne scelto come capro espiatorio, ucciso a sangue freddo e gettato in mare sulla sua sedia a rotelle. Gli americani, indignati, mandarono una task force ad arrestare Abu Abbas, dopo che l´aereo della Egypt Air su cui viaggiava era stato dirottato a Sigonella. Ma il governo italiano, allora guidato da Bettino Craxi, fece valere la propria sovranità territoriale. L´aereo egiziano potè ripartire. Abu Abbas riuscì a farla franca. Erano anche gli anni in cui i governi europei s´illudevano di poter tenere il terrorismo lontano da casa facendo qualche concessione. Per il capo del Fronte di Liberazione fu la fine. Abu Abbas girovagò per le capitali del Medio Oriente che potevano garantirli protezione. Assistette impotente allo smembramento del proprio gruppo ad opera di un sergente dell´esercito siriano, Ahmed Jibril, che diede vita a una formazione quasi con le stesso nome: il Fronte di Liberazione della palestina-Comando generale. Infine trovò rifugio in Iraq. Dove lo raggiuinse la notizia che una corte d´Assise italiana, lo aveva condannato a cinque ergastoli. Il 15 aprile 2003, con gli americani ormai alle porte di Bagdad, Abu Abbas venne arrestato mentre tentava di attraversare la frontiera con la Siria. Per tutto il tempo della guerra s´era nascosto nella tenuta agricola alle porte della capitale irachena, che gli aveva dato di che vivere. [...] Aveva vissuto nell´agiatezza. Saddam Hussein gli aveva messo a disposizione una villetta di stato con giardino e annesso un ufficio. Viveva con la seconda moglie libanese e non si faceva mancare nulla. Gli scaffali dei bagni erano pieni di flagranze orientali, accanto alla camera matrimoniale c´era una stanza-palestra con un lettino per i massaggi. Ma negli armadi c´erano anche parecchie medicine. [...] Bruno, corpulento [...] Per quanto se ne sa, il dirottatore dell´Achille Lauro aveva cambiato la sua visione politica. Non solo non aveva più nulla a che fare con le organizzazioni palestinesi del rifiuto, come il Fronte Popolare o lo stesso Fronte di Liberazione-Comando generale, ma aveva pubblicamente riconosciuto e accettato la validità degli accordi di Oslo firmati da Arafat. Adesso credeva nella trattativa con Israele. Al cameriere asiatico che lo ha accudito per quasi dieci anni confidava che un giorno sarebbe tornato per lo meno a Gaza, se non ad Haifa dove era nato prima che venisse conquistata dagli israeliani. ”In fondo - gli diceva - è lo stesso mare”» (Alberto Stabile, ”la Repubblica” 10/3/2004) • « stato ”l’Abu” più famigerato della storia italiana, condannato all’ergastolo nell’ 87 da un tribunale di Genova come dirottatore dell’Achille Lauro. Condannato in contumacia, dopo una memorabile vicenda militar-diplomatica in cui i carabinieri e i marines arrivarono a un passo dallo scontro armato, in Sicilia, una notte di ottobre del 1985: fu proprio Abu Abbas in fuga a innescare ”l’incidente di Sigonella” tra gli Stati Uniti e il governo di Bettino Craxi, che si rifiutò di consegnare il terrorista agli americani, prima di rilasciarlo in quanto semplice ”testimone” dell’uccisione di Leon Klinghoffer, 69 anni, cittadino americano, che gli uomini al comando di Abbas gettarono nelle acque del Mediterraneo con la sua carrozzella dal ponte della motonave italiana. Una storia, quella di Abu Abbas, che non poteva che concludersi a Bagdad, dove molti ”Abu” del terrorismo internazionale hanno trovato prima sostegno e poi rifugio alla corte di Saddam Hussein, nella diaspora dei circa 70 mila profughi palestinesi che nel corso degli anni hanno trovato una patria in Iraq. [...] Di certo era un uomo rassegnato. Con l’inizio dell’attacco anglo-americano aveva cercato di trovare rifugio in Siria. Per due volte Damasco l’aveva rispedito indietro. Come gli iraniani. Non restava che aspettare gli americani. I vicini di casa lo ricordano generoso. In una delle sue residenze, dove abitava con quattro guardie del corpo, erano rimaste poche cose: bottiglie di Bardolino vuote, due frigoriferi chiusi con il lucchetto, una biografia di Ariel Sharon. La sua cattura fu salutata in America come una grande vittoria. Per il Pentagono ”una prova dei legami del regime iracheno con il terrorismo mondiale”. Con Abu Abbas dietro le sbarre, ”veniva rimosso un altro pezzo del network del terrore”. Un pezzo probabilmente fuoriuso da tempo. A Bagdad cercava di vivere commerciando in succhi di frutta, ghiaccio, forse armi. Sognava di ritagliarsi ancora uno spazio in Palestina, dove l’ex collaboratore di Yasser Arafat aveva vissuto negli anni ”90, criticando le nuove leve di Hamas, tollerato dalle autorità israeliane, prima di ripartire da Gaza all’inizio della Seconda Intifada. Invece lo spazio che si era ritagliato era una cella in una base americana in Iraq. Chissà se gli avranno dato la divisa dei prigionieri più a rischio, quella che indossa anche Saddam Hussein, fatta di un materiale commestibile per impedire i tentativi di suicidio per soffocamento. [...] probabile che gli americani non l’avrebbero mai consegnato all’Italia. Nel novembre 2003 il ”New York Times” scrisse che il nostro governo non aveva chiesto l’estradizione. Il ministero della Giustizia replicò che non aveva potuto prendere iniziative poiché non aveva ricevuto dagli Usa ”notizie certe sullo stato giuridico” del terrorista. Prigioniero di guerra. E forse ancora un po’ ”prigioniero” dell’incidente di Sigonella» (Michele Farina, ”Corriere della Sera” 10/3/2004) • «Grande e grosso, baffoni spioventi e sorriso gioviale, è stato una delle figure più note e controverse dell’Olp. Capo di una fazione radicale di orientamento marxista, il Fronte per la Liberazione della Palestina, per anni ha seguito gli spostamenti di Arafat in esilio, dando pieno appoggio alla campagna di attentati e assassinii contro Israele. Come raccontò […] ”L’Achille Lauro non doveva essere sequestrata. Il commando doveva utilizzarla soltanto per sbarcare in Israele e lì attaccare una base militare. Ma un cameriere aprì la porta della cabina, vide le armi, si mise a gridare, e a quel punto i miei uomini furono costretti ad agire”. Ciò spiega perché, dopo le pressioni del governo Craxi su Arafat, il leader palestinese inviò Abbas in Egitto per mediare il rilascio di passeggeri ed equipaggio: sequestrarli non era mai stato il suo obiettivo. Liberata la nave, venne la sfida a sorpresa tra carabinieri e Delta Force a Sigonella: e mentre i suoi compagni rimasero agli arresti in Italia, lui fu rimesso in libertà, con un volo per Belgrado. Soltanto durante il processo emerse il suo ruolo di mandante, anziché di generoso liberatore, in un’operazione responsabile di un atto di pirateria e della morte di un passeggero, l’ebreo americano Leon Klinghoffer, crivellato di colpi e gettato in mare sulla sua carrozzella di paraplegico. Condannato all’ergastolo in contumacia dalla giustizia italiana, inseguito da un mandato di cattura per omicidio della giustizia americana, oltre che dagli israeliani del Mossad che gli davano la caccia, si rese introvabile. Girava tra Beirut, Damasco, il Cairo; ma la sua base era soprattutto Bagdad. Con il ”socialista” Saddam Hussein si intendeva bene; pare che appunto dall’Iraq siano sempre giunti i finanziamenti al suo movimento. L’avvio del processo di pace tra Israele e Autorità Palestinese non gli fece cambiare subito idea: accusò Arafat di ”tradimento”, continuando a sostenere il terrorismo. Ma col tempo, gradualmente, si convertì al dialogo con il ”nemico”. Nel ”97 votò a favore dell’abrogazione dell’emendamento della Costituzione palestinese che chiedeva la distruzione di Israele. E qualche mese dopo, nel ”98, fece un trionfale ritorno nei territori dell’Autonomia palestinese. Le forze israeliane lo ebbero in mano per cinque ore sul ponte di Allenby, al confine tra Giordania e Israele: poi, a malincuore, lo lasciarono entrare. La Corte suprema di Israele stabilì che non poteva essere incriminato; di conseguenza, l’esercito non poteva catturarlo o eliminarlo. Nello stesso periodo la giustizia americana lasciò cadere il mandato di cattura. Rimaneva l’ergastolo comminatogli in Italia: ma lui era convinto che un giorno sarebbe decaduto anche quello. […] Nel luglio del 2000 il negoziato di pace, già zoppicante, parve arenarsi al summit di Camp David. In settembre scoppiò l’Intifada. Abbas tornò sulle sue vecchie posizioni, annunciando che i palestinesi potevano conquistare uno stato solo con la lotta armata. Divenne (di nuovo) sgradito ad Arafat; e (di nuovo) un bersaglio per Israele. Alla prima occasione, lasciò Gaza e non vi fece più ritorno, tornando a rifugiarsi nella città dove aveva trascorso gran parte dei 17 anni precedenti: Bagdad. Sapeva che gli americani lo cercavano: nel dicembre 2002 lasciò precipitosamente l’Egitto, dove si era recato per partecipare a una conferenza tra i gruppi estremisti palestinesi, perché le autorità locali gli avevano segnalato che la Cia gli preparava una trappola. Ma alla fine la ”primula rossa” si è messa in trappola da sola, restando in Iraq ad aspettare la guerra, facendosi arrestare da quella stessa Delta Force che aveva beffato tanti anni prima, sulla pista di Sigonella» (Enrico Franceschini, ”la Repubblica” 17/4/2003) • «Non si è mai pentito di quello che ha fatto. E non ha mai abbandonato il regime che lo ha finanziato, facendone uno strumento per operazioni sporche. In una intervista, rilasciata nel novembre 2002, ha dato la propria interpretazione del dirottamento della nave da crociera italiana, episodio per il quale è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale di Genova. ”I nostri attacchi, a differenza di quelli di Osama, avevano obiettivi limitati: liberare la Palestina e riconquistare la terra occupata”. E l’assassinio del povero Klinghoffer? ”Non è mia la responsabilità. Quale è la mia colpa? Potrei paragonare la sua uccisione a quando gli Usa hanno lanciato l’atomica su Hiroshima oppure se metti sotto un passante”. Parole in libertà di un personaggio visto sempre con sospetto dagli altri leader palestinesi. Negli anni ”70 fa parte di ”Settembre Nero”, fazione responsabile dei dirottamenti aerei. Allora non ha padrini. Ma quando i siriani entrano in Libano al fianco dei cristiani, sceglie di legarsi all’Iraq di Saddam. Un rapporto fattosi più stretto dopo il dirottamento della ”Achille Lauro”. Con quell’azione l’estremista si conquista una grande popolarità negli ambienti radicali. Non solo si impadronisce in mare aperto di un transatlantico ma provoca un contrasto senza precedenti tra Italia e Stati Uniti. Chiuso il sequestro, si unisce in Egitto ai quattro membri del commando. Insieme lasciano il Cairo su un aereo speciale che viene intercettato da caccia Usa e costretto ad atterrare nelle base di Sigonella, in Sicilia. Sulla pista carabinieri italiani e Delta Force americana si fronteggiano armi in pugno. La spuntano i primi. L’allora premier Bettino Craxi sfida Washington prendendo in custodia i palestinesi e lasciando scappare Abu Abbas su un piccolo jet alla volta di Belgrado. Al terrorista piacciono i gesti clamorosi, cerca di darsi una immagine da duro. Riceve spesso i giornalisti ostentando una pistola ceka infilata nei pantaloni. Fisico massiccio, brucia pacchetti su pacchetti di sigarette francesi. La sua formazione è la prima ad usare una rudimentale aviazione per attaccare Israele. I guerriglieri cercano di infiltrarsi in Israele a bordo di mongolfiere e di alianti a motore. Nel 1990, alla vigilia dell’altro conflitto del Golfo, lanciano un’azione disperata per colpire il lungomare di Tel Aviv. Gli israeliani li aspettano e l’attentato fallisce. Ma fallisce anche il dialogo che con grande fatica Yasser Arafat era riuscito ad aprire con gli Stati Uniti. Un’operazione montata su istigazione di Saddam che probabilmente voleva isolare l’Olp per stringerla in un abbraccio mortale. Abu Abbas esegue e viene ricompensato con milioni di dollari per il suo gruppo. Si stabilisce definitivamente in Iraq, risiede nel quartiere di Zeyiunia, apre dei campi d’addestramento attorno a Bagdad. Tutto fila liscia, a parte uno strano incidente nell’agosto del 1992. Viene annunciato il suo arresto a Bagdad. Qualche ora dopo è di nuovo ”libero”. Si pensa ad una manovra degli iracheni per consegnarlo agli Usa. La Cia, del resto, aveva proposto nell’86 uno scambio a Bagdad: ”Dateci Abu Abbas e noi vi forniremo informazioni sull’Iran”. Non se ne fa nulla. Il capo del Fronte vive indisturbato, parla tanto ma agisce poco. Dopo gli accordi di pace, si trasferisce nel 1996 nei territori e riesce a visitare Tiryat, il villaggio da dove viene la sua famiglia. Qualche settimana prima dell’intifada - settembre 2000 - torna in Iraq e il Fronte diventa uno dei canali per ricompensare le famiglie dei kamikaze palestinesi. un fiume di denaro che garantisce a Saddam una grande popolarità. Abu Abbas attende l’invasione alleata quasi rassegnato. Promette che combatterà gli americani al fianco degli iracheni, dice di non aver paura: ”Possono cercare di uccidermi con un Cruise, ma tutto ciò che faranno è quello che hanno già fatto alla causa palestinese”» (Guido Olimpio, ”Corriere della Sera” 16/4/2003).