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 2003  aprile 14 Lunedì calendario

Giosue Carducci (senza accento sul nome, come preferiva lui), fu un amante appassionato e geloso, o almeno così vien dipinto nelle 32 lettere (finora indedite) che gli scrisse Carolina Cristofori Piva, sua concubina dal 1871 al 1878

Giosue Carducci (senza accento sul nome, come preferiva lui), fu un amante appassionato e geloso, o almeno così vien dipinto nelle 32 lettere (finora indedite) che gli scrisse Carolina Cristofori Piva, sua concubina dal 1871 al 1878. Sposati entrambi (lei con il generale garibaldino Domenico Piva, lui con Elvira Menicucci), ebbero un sodalizio amoroso, ma soprattutto intellettuale, giacché in sette anni riuscirono a vedersi quindici volte, in Toscana o sul lago di Garda. Lui le chiedeva consigli sulla qualità delle sue liriche e la consolava con versi sulla morte precoce del figlio Guido. Lei, donna di profonda cultura, amante di Goethe e di Foscolo, gli rispondeva a volte in francese, altre in tedesco. Spesso era costretta a indirizzare le missive a Enotrio Romano (uno degli pseudonimi letterari del poeta) e spedirgliele ad un fermo posta bolognese, per sfuggire ai controlli della Menicucci, che aveva presto intuìto la relazione adulterina del marito. Carducci fu sollecitato più volte dai colleghi d’Università a interrompere la storia d’amore, ma questa si spense da sé, diventando affettuosa amicizia fino al 1881 quando la Cristofori Piva morì di tisi. Fu sepolta al cimitero monumentale della Certosa di Bologna, un’epigrafe carducciana sulla lapide, a pochi passi da quella che, ventisei anni dopo, sarebbe diventata la tomba del suo antico amante.