Lorenzo Cremonesi, "Corriere della Sera" 12/4/2003, pagina 1., 12 aprile 2003
«E’
stato il capitano Joseph Pepper della Terza divisione di fanteria americana a scoprire per caso che negli immensi giardini del Palazzo presidenziale più importante di Bagdad, la capitale irachena, c’era un piccolo zoo dove gli animali stavano morendo. "Stavamo cercando i cadaveri delle truppe scelte di Saddam Hussein quando ho visto tra gli arbusti tre leoni sfiniti, che non stavano in piedi. Evidentemente non mangiavano da giorni. Morivano di sete. Con una sedia in una mano e la rivoltella nell’altra, sono entrato nel recinto per aprire il rubinetto dell’acqua". Così raccontava ieri il capitano Pepper, reduce da una giornata nel Palazzo della Repubblica di Saddam Hussein.
Tutto si aspettava di vedere questo soldato trentenne di Chicago, quando gli avevano detto che il suo compito sarebbe stato mettere in sicurezza il luogo che per quasi trent’anni è stato il cuore pulsante del potere di Saddam: i 64 bagni, le 22 cucine, il cinema, la piscina, lo studio dentistico. Non l’hanno stupito toilettes con i rubinetti d’oro, poltrone di legno intarsiate d’avorio, fontane e giochi d’acqua nei corridoi, una stanza per bambini con i pupazzi di Braccio di Ferro e Gatto Silvestro, un’altra con le foto di Britney Spears appiccicate al muro. Mai però avrebbe previsto che arrivando a Bagdad si sarebbe trasformato in domatore. Perché qui Uday Hussein, il primogenito di Saddam, teneva da anni i suoi animali preferiti: sette leoni, due ghepardi, un orso bruno e una decina di pastori tedeschi. Uday terrorizzava i prigionieri politici minacciando di farli divorare dai leoni. Qualche volta prendeva un animale in auto, lo portava in qualche ristorante del quartiere Mansur e ordinava per lui una montagna di carne Shawarmah. "Ora mi occupo di queste bestie ogni giorno. In un primo tempo abbiamo gettato loro le nostre razioni da guerra di carne in scatola. Da ieri mattina abbiamo deciso di mettere nel recinto un paio di pecore vive e lasciare che se le contendano", spiega il capitano Pepper. Un’isola di lusso che per gli iracheni rimane tuttora irraggiungibile. Sul ponte Al-Jumuriah sul Tigri i marines bloccano il traffico. "Abbiamo l’ordine di impedire che la folla raggiunga la zona dei palazzi presidenziali e le sedi del governo per evitare che anche qui inizi il saccheggio. Ancora non c’è la direttiva di inseguire chi ruba, ma abbiamo la facoltà di sequestrare il bottino di chi si avvicina a noi. Piano piano stiamo diventando una forza di polizia", spiega il sergente Michael Lukas. E’ il primo segno che i comandi americani stanno cercando di reagire, dopo che l’Onu li ha accusati di non fare abbastanza per frenare la devastazione selvaggia della città. Nonostante questo, la gente sta già assaltando gli edifici limitrofi al complesso principale. Il gigantesco palazzo dove il capo della diplomazia del regime, Tarek Aziz, soleva ricevere gli ospiti è attaccato da decine di giovani che fuggono con tappeti, poltrone e candelabri. Lo stesso vale per la sua casa di quattro piani in riva al Tigri, piena di oggetti americani: libri di Kissinger, saggi sulla Cia, su Hitler, l’autobiografia di Moshe Dayan, oltre 50 film in Dvd (dal "Padrino" a "Dragon", da "The Funeral" a "Insonnia d’amore" con Meg Ryan), le pile di riviste come Vogue e Vanity Fair , le boccette di profumo Drakkar Noir e Obsession nei bagni al secondo piano.
Una folla minacciosa ieri sera si dirigeva anche verso l’hotel Rasheed. Qualcuno poco prima dell’una scopre che una villetta presso il corpo di guardia era situata l’armeria privata di Uday. In un attimo è il caos. Almeno 200 uomini sfondano porte e finestre, fuggendo subito dopo con migliaia di mitra M-16, kalashnikov, pistole Beretta, mitra tedeschi P-3, fucili svedesi ad alta precisione, leggerissimi mitragliatori Style austriaci con il binocolo incorporato e un numero infinito di scatole di munizioni per lo più di origine bosniaca. Nei locali devastati si trova ancora la lettera con cui la casa reale saudita regalava una spada laccata d’oro a Uday e i fucili con il calcio intarsiati donati dalla federazione di calcio russa.
La zona centrale del Palazzo della Repubblica è intatta, sotto il controllo della Terza divisione. Ci entriamo dalla porta detta "Karrada Miriam", una delle zone dove solo i fedelissimi e gli ospiti del regime potevano passare. Dopo poche centinaia di metri si incontra l’abitazione del segretario personale di Saddam, Abed Achmud, un militare che stava sempre alle spalle del "raìs" nei suoi monologhi alla tv nazionale. Qui i segni della battaglia sono solo qualche vetro infranto e il muro del giardino perforato da colpi di mortaio. Al piano terra c’è una sala con due biliardi e un tavolo da ping pong. I ritratti del "raìs" sono intatti, sempre illuminati da candelabri dorati. "E’ una vergogna. Noi morivamo di fame nelle catapecchie a Bassora e questi ladri si godevano così i nostro soldi", esclamano quattro beduini entrati chissà come, che ora vagano per i viali deserti senza sapere bene cosa prendere visto che non hanno zaini e sono appiedati.
Nell’edificio centrale del Palazzo i marines hanno contato 258 stanze, compresi tre saloni più grandi di un campo da calcio dove Saddam soleva incontrare i membri del Baath. Il primo è privo di finestre per motivi di sicurezza. Al centro sta un tavolo intarsiato d’avorio. Soffitti in marmo dove sono intarsiati su pietra bianca e nera i 99 nomi di Allah secondo la tradizione coranica. Al piano di sopra, in quella che potrebbe essere stata una delle centinaia di camera da letto del "raìs" (raramente dormiva due notti di seguito nello stesso letto), in un armadio ci saranno una trentina di abiti neri e azzurri, molti italiani, come i doppiopetto firmati Canali.
Fuori, lungo il fiume, i segni della battaglia. Cannoncini distrutti, trincee semisepolte. Gli americani stanno ancora raccogliendo i cadaveri iracheni. "Oggi ne abbiamo trovati 6. Tra le palme abbiamo scavato un piccolo cimitero dove ci sono 29 tombe. Ma il lavoro non è finito", spiega un soldato mostrando le casematte annerite. All’inizio avevano cercato di seppellire i morti secondo la tradizione musulmana, con il capo rivolto alla Mecca. Ma ieri sembrava cercassero di finire in fretta, limitandosi a raccogliere le carte di identità. Poveri documenti intrisi di sangue: Hassan Abdel Razak, gruppo sanguigno zero positivo, arruolato nella Guardia Repubblicana il primo settembre 1997, numero di identificazione 10546».