Giovanni Maria del Re, ཿLimes n. 1/2003, 9 aprile 2003
Gli americani vorrebbero fare dell’Iraq liberato un modello per il ”nuovo Medio Oriente”, «un esperimento nazionale per l’esperimento regionale» che dovrebbe condurre in qualche anno al crollo del regime clericale iraniano, all’apertura della Siria, alla radicale riforma del regime saudita
Gli americani vorrebbero fare dell’Iraq liberato un modello per il ”nuovo Medio Oriente”, «un esperimento nazionale per l’esperimento regionale» che dovrebbe condurre in qualche anno al crollo del regime clericale iraniano, all’apertura della Siria, alla radicale riforma del regime saudita. [5] Naqeeb spiega che per prosperare la democrazia ha bisogno di alcune condizioni di base: le élite devono accordarsi sulle regole del gioco; il pubblico deve accettare i risultati; ci dev’essere un concetto di giustizia condiviso e la legge dev’essere rispettata. Queste condizioni, oggi, in Iraq non esistono. Dice un esiliato: «Ogni iracheno è un potenziale Saddam: ognuno pensa di parlare a nome di tutti gli iracheni». Le maggiori confederazioni tribali sono 35, alcune delle quali attraversate da separazioni etniche e settarie. Il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, un gruppo sciita basato in Iran che è il più vasto e organizzato dei partiti arabi, ha seguaci nell’est dell’Iraq ma pochi tra gli sciiti del resto del Paese. Il Kurdistan rimane diviso tra due capi clan: gli iracheni per prenderli in giro chiamano i loro feudi Talabanistan (dal Galal Talabani che guida l’Unione patriottica del Kurdistan) e Barzanistan (dal Mas’ud Barzani che guida il partito democratico Pdk). [1] Si parla di 70 gruppi principali nell’opposizione: da una parta il cosiddetto Gruppo dei Quattro, con Pdk, Udk, gli sciiti dello Sciri e gli ex alti ufficiali di Baghdad rappresentati dall’Ina; dall’altra i due gruppi operanti all’estero, il Consiglio nazionale iracheno (sede a Londra) e l’insignificante Movimento per la monarchia costituzionale.