Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  aprile 09 Mercoledì calendario

Esterhzy Peter

• Budapest (Ungheria) 14 ottobre 1950. Scrittore • «Il cavallo pazzo della letteratura ungherese, lo scrittore - secondo Giorgio Pressburger - più intraducibile della lingua più intraducibile d´Europa. [...] Rampollo di famiglia nobilissima spogliata di tutto dallo stalinismo, cattolico, ex matematico, ex campione di calcio, ora instancabile costruttore di aforismi, paradossi e allusioni [...] Mi sento ungherese e basta. Sono ungherese perché lavoro con questa lingua. Con le possibilità che mi permette. Una lingua complicata, speciale, senza un linguaggio filosofico. E già questo, parlando di Europa comune, ti mette davanti a delle difficoltà [...] La lingua è come la Nave di Fellini, non si sposta con facilità. Ma egualmente cambia. Per esempio l´ungherese ha una forma di coniugazione che non viene più usata da nessuno. A me piace molto, ho sempre sgridato i miei figli se la usavano male. Ma oggi chi la usa si rende ridicolo. Vent´anni fa era ancora segno di raffinatezza”» (Paolo Rumiz, ”la Repubblica” 18/4/2004). «Ultimo superstite dell’antica famiglia mitteleuropea, che aveva i suoi palazzi nelle principali capitali dell’Impero e che a Vienna nel Settecento si poteva permettere un’orchestra privata curata da Haydn. […] Scrittore e matematico, a differenza degli autori latino-americani affronta i mille personaggi (in realtà sono ”solo” 371) della sua famiglia, che poi coincidono con il millennio dell’Ungheria, con una leggerezza spumeggiante. […] ”Ho ricevuto una borsa di studio dal risorto Warburg-Institut di Amburgo, dove i tedeschi tendono a ricostruire quello stupendo patrimonio di libri e di cultura, edificato da uno dei principali mecenati e studiosi di tutti i tempi, Aby Warburg, rampollo di una famiglia di banchieri ebrei che aveva saputo costruire uno dei massimi istituti di ricerca umanistica nel mondo, un istituto distrutto e disperso dalla furia nazista. […] I comunisti mi hanno sottoposto a una particolare éducation sentimentale, cercando in ogni modo di rendermi svantaggiosa ogni possibilità culturale. Mi sono immerso in studi matematici, mentre mio padre sopravvisse traducendo e battendo a macchina per tutta la vita. Siamo sopravvissuti perché scomparsi nella provincia e nella povertà. E pensare che mio nonno fu primo ministro nel 1971! […] Trovo esagerata la fortuna postuma di Márai. A me Braci non è assolutamente piaciuto, mentre I ribelli lo considero il suo migliore romanzo. Comunque trovo sopravvalutata la letteratura ungherese tra le due guerre. Non conosco il romanzo di Földi e in genere non mi interessa questa narrativa intimistica e tardo-realista che descrive i malesseri psicologici e le traversie sentimentali di un ristretto ceto borghese di Budapest degli Anni Trenta. Tale letteratura non è proprio paragonabile con quella straordinaria precedente o con quella seguente”» (Marino Freschi, ”Il Messaggero” 8/1/2002). «[...] Péter Esterházy non ha dubbi al riguardo, per noi europei l’Europa è l’unico destino possibile. Non ne aveva nemmeno anni fa, quando il continente era tagliato in due, e la cortina di ferro cingeva l’Ungheria in luoghi pullulanti di soldati armati fino ai denti e di cicogne impigrite. Allora essere europei, nella repubblica ”popolare”, significava fedeltà alla letteratura universale, a principi di intelligenza, umanità, bellezza, contro la retorica comunista. E Esterházy, negli Anni 70-80, fu proprio questo. Con i suoi libri ironici, intelligenti, labirintici, smontava la realtà e la ricostruiva in parole. Ogni sua uscita, magari sotto pseudonimo, era un evento atteso. E prima del Nobel Kertész era l’unico autore contemporaneo ad uscire dai confini d’una lingua bellissima e impermeabile. Discendente di una delle famiglie aristocratiche più antiche e importanti d’Europa [...], matematico e anche un po’ calciatore in giovinezza, Esterházy ha pubblicato decine di romanzi nel solco d’una ricerca stilistica precisa e rigorosa. [...] Ogni avo, nella sua genealogia, significa quadri, mobili, castelli, ma anche guerre, dubbi, tormenti. [...]» (Bruno Ventavoli, ”La Stampa” 9/8/2005).