varie, 7 aprile 2003
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Anthony Carmelo
• Towson (Stati Uniti) 29 maggio 1984. Giocatore di basket. Dal febbraio 2011 ai New York Knicks. Prima giocava nei Denver Nuggets • «[...] è uno dei tanti esempi di ragazzi afroamericani (madre statunitense, padre portoricano, morto di cancro quando Melo aveva solo due anni) che hanno portato a casa la pelle e si sono costruiti un futuro grazie allo sport. [...] Ma la strada per arrivare in alto non è stata priva di ostacoli. Dalla denuncia per possesso di marijuana del 2004, al video “Stop Snitchin’” del 2006 in cui invitava i ragazzi di Baltimore (il quartiere in cui è cre sciuto è chiamato Farmacia per lo spaccio di droga che avviene ad ogni angolo) a non collaborare con la polizia, alla rissa del Madison nel 2006, con sospensione di 15 partite, all’arresto del 2008 per guida in stato di ubriachezza. E poi c’erano i compagni del draft 2003: LeBron (1ª scelta) e Wade (5ª), già da anni considerati il top della lega, mentre Melo (chiamato con il 3) era chiaramente un gradino sotto. [...] Ma Anthony [...] è cresciuto. [...] La prima scossa è arrivata [...] a Pechino, dove l’ala di Denver ha vinto l’oro con la Nazionale Usa. Giocare accanto a Kobe, LeBron e Wade, gli ha fatto capire che era arrivato il momento di fare sul serio. [...]» (Massimo Oriani, “La Gazzetta dello Sport” 15/5/2009) • «[…] Non riusciva a superare l’esame d’ammissione a Syracuse e, per questo motivo, stava per scegliere di passare direttamente nella Nba. È stata la madre, bidello all’università del Maryland, a imporgli di non farlo: “Per un orgoglio tuo, per imparare a stare al mondo, devi studiare”. Quando finalmente ce l’ha fatta, accasandosi in questa università dello stato di New York che spende oltre sei milioni di dollari all’anno per la squadra di basket, ha scelto di tuffarsi con umiltà nella quotidianità dell’ateneo. In occasione del primo giorno di scuola ha fatto di tutto per nascondersi: solo all’appello del professore, quando ha riposto “presente”, è stato scoperto e riempito di hurrà dai compagni. […] Un giocatore che non è né Jordan, né Magic Johnson, né Bryant, né Pierce, ma ha un po’ dell’uno e un po’ degli altri. Quando il Frankenstein del basket avrà finito il rodaggio, non ce ne sarà più per nessuno» (Flavio vanetti, “Corriere della Sera” 7/4/2003).