4 aprile 2003
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Keinosuke Enoeda
• . Nato a Fukuoka (Giappone) il 4 luglio 1935, morto a Tokyo (Giappone) il 3 aprile 2003. «Grande maestro di karate, detto anche ”Tigre”. E il soprannome, come il suo essere discendente da arcaici lignaggi di samurai, sono bastati per rieccitare quella meraviglia infantile per le arti marziali che prospera in Occidente almeno dagli anni Sessanta. Da quando lui e gli altri allora giovani maestri di judo, aikido e karate vi arrivarono dal Giappone. Il nostro in effetti con la mascella determinata, le orecchie ben attaccate, lo sguardo fermo, aveva la fisiognomica ideale per figurarli al meglio tutti. Perfetto viso d’orientale, che un gran kiai urlato dal ventre faceva diventare impressionante. Era nato a Fukuoka, un’antica città portuale, appena in tempo per essere a sette anni arruolato in quel Giappone ultramilitarista nei corsi di judo e di kendo. Si abituò allora ad alzarsi bruscamente molto presto e crebbe robusto, come la indole di uno nato per non stare fermo prescriveva. Anche perciò nel disastro del Giappone dopo la guerra non trovò nulla di male a imparare il baseball. Da adolescente era comunque già un secondo dan di judo, quando a Tokyo vide l’incontro di due maestri di karate della Takushoku University. Subito si iscrisse in quella facoltà, per allenarsi con loro ogni giorno. Si laureò in economia nel 1957, ma ancora più gli piacque di partecipare ai campionati giapponesi di karate. Fallì due volte, ma nel 1963 gli riuscì di battere il suo avversario il maestro Shirai, in combattimento memorabile. Ma nel pubblico c’era anche quella tal volta il presidente dell’Indonesia Sukarno. Enoeda passò quattro mesi ad addestrare le guardie del corpo del presidente. Ma non restò in Asia. Per conto dello Shotokan Karate si ritrovò a Liverpool ad aprire una palestra. Trovò il cibo inglese strano e proprio non si capacitò all’inizio di come il riso potesse divenire un pudding. Ma la chiesa anglicana vicino a Percy Street dove abitava gli piacque; anche i Beatles. Si comprò coi primi guadagni un maggiolino arancione. Altri tre anni: trovò moglie e divenne istruttore della nazionale inglese, ”della migliore nazione per il karate del mondo”, come arriverà poi a chiamarla. Quella che era la sua furia a poco a poco evolvette in un senso di vuoto, che emanava dal suo ventre agli arti, e trasmetteva intorno solenne e grande calma. Il cinema e James Bond aggiunsero quindi la magia dei tempi moderni ai suoi altri talenti. Divenne l’allenatore, per i loro film, di Lee Marvin, Michael Caine e dell’agente Sean Connery. E come gli altri maestri di arti marziali giapponesi arrivò pure lui a chiedersi se ormai non fosse più europeo che giapponese. I suoi modi erano in effetti ormai divenuti più quelli di un english gentleman» (Geminello Alvi, ”Corriere della Sera” 4/4/2003).