Rosario Mascia, ཿIl Mondo, n. 16/97;, 1 gennaio 1997
TIBET. L’occupazione cinese del Tibet, che dura da 48 anni, ha causato l’uccisione di un milione e duecentomila tibetani, in gran parte monaci (sette uomini su dieci)
TIBET. L’occupazione cinese del Tibet, che dura da 48 anni, ha causato l’uccisione di un milione e duecentomila tibetani, in gran parte monaci (sette uomini su dieci). I prigionieri sono stati 10 mila, 6 mila i monasteri distrutti, 130 mila i profughi. Il Tibet, vasto quanto l’Europa occidentale (2,5 milioni di chilometri quadrati), è un territorio semi-desertico a 4.000 metri di quota, ricchissimo di materie prime e risorse naturali. Le riserve dell’U-Tsang sono valutate dai geologi cinesi in 80 miliardi di dollari (130 mila miliardi di lire). I giacimenti di rame di Yulong e quelli limitrofi di sale superano in termini di riserve i livelli di consumo mondiale. Nel solo 1994 dalle 145 miniere tibetane sono state estratte 115.000 tonnellate di cromite, 23.200 di borace, 10.300 di acqua minerale, 27.000 di piombo e zinco, 310.000 di calcare, 5.800 di carbone e 2.088 chili d’oro. I cinesi calcolano che dal 1978 al 1991 il Tibet ha reso alla Cina 34 miliardi di dollari in soli minerali. Anche i proventi del legname sono ingenti: nell’Amdo e nel Kham sono stati abbattuti 100 milioni di alberi. In venticinque anni 2.442 milioni di metri cubi, il 40% delle foreste esistenti nel paese prima dell’invasione, sono stati tagliati con un ricavato di 54 miliardi di dollari (90 mila miliardi di lire).