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 2003  aprile 02 Mercoledì calendario

Mignoli Arberto

• . Nato a Intimiano (Como) il 5 maggio 1920, morto a Milano il primo aprile 2003. «Consulente giuridico dei capitalisti di peso, l’artefice dei patti di sindacato delle principali società quotate in Borsa, l’esperto di diritto societario consultato da Enrico Cuccia ma anche dagli estensori di tutte le principali normative su Borsa e società quotate. Laurea in Giurisprudenza nel 1942 all’Università Cattolica, comincia però subito la sua carriera accademica all’Università Bocconi dove sarà ordinario di diritto commerciale, direttore dell’Istituto di diritto e infine professore emerito. Nel 1956 fonda con Tullio Ascarelli la Rivista delle società. Ha collaborato alla creazione della Consob, del cui comitato scientifico è stato a lungo componente. Ha fatto parte anche del Consiglio di Borsa ed è stato uno dei ”cinque saggi” del comitato Draghi per le privatizzazioni, oltre a contribuire alla stesura della legge Draghi e di quella che regola le Opa, che solo per un caso, si dice negli ambienti giuridici, non porta il suo nome. stato presidente dei patti di sindacato di Olivetti e Cofide, di quello di Mediobanca e ha fatto parte dei consigli di amministrazione di Gemina (dal 1989 al 1995), Montedison, Cofide, Spafid, Credito Italiano, Mediobanca (dal 1996 al 2000). Ma la materia su cui il professore era riconosciuto come massimo esperto era quello delle offerte pubbliche di acquisto: ha lavorato a tutte quelle più famose della storia societaria degli ultimi trent’anni, a partire dall’offerta su Bastogi di Michele Sindona nel 1971 (trovandosi, in quest’unico caso, dalla parte degli avversari di Mediobanca)» (r.e.s., ”La Stampa” 2/4/2003). «Chi l’ha conosciuto bene dice che Mignoli, l’artista dei patti, garante per decenni degli accordi fra le grandi famiglie italiane, aveva due qualità senza le quali non sarebbe stato possibile esercitare il ruolo di custode anche della ”Costituzione” di Mediobanca: saggezza e distacco. Per quanto riguarda la prima, c’è poco da aggiungere. Ma è sul distacco che più di un amico e collega si sofferma: distacco dal potere, dal denaro e, in fondo, anche dalla sua stessa professione. Certo, del diritto commerciale ha fatto la propria vita. Ha contribuito alle più importanti riforme e vicende societarie: dalla nascita della Consob al Testo unico della finanza, dalle Opa (ha seguito come consulente la prima offerta lanciata in Italia, nel ’71, sulla Bastogi) alle privatizzazioni (è stato fra i saggi del comitato Draghi). Figlio di un medico, quasi subito dopo la laurea inizia a collaborare con Giovanni De Maria, allora rettore della Bocconi. Si lega sempre a persone di grande cultura, come Raffaele Mattioli, il banchiere-umanista della Comit, il presidente di Mediobanca Adolfo Tino e il fondatore Enrico Cuccia. Nel ’56 fonda con Tullio Ascarelli la Rivista delle società. Che diventa perno di conoscenze e dibattito con giuristi come Guido Rossi, Alberto Crespi, Victor Uckmar, Piergaetano Marchetti. [...] La sua passione per la letteratura (in particolare amava citare Goethe e Hölderlin) per le collezioni (dalle azioni d’epoca alle cartoline) e per il buon cibo. ”Ti porto in un santuario”, disse un giorno a Lisbona, dove con un collega si era recato per un gran premio di Formula 1. Quale? Una bottega, con 800 tipi di Porto» (S. Bo., ”Corriere della Sera” 2/4/2003). «Era un grande borghese. Come lo era il suo amico Bruno Visentini, come lo è il suo amico Guido Rossi. Era uno dei pochi giuristi, uno degli ultimi forse, a considerare il diritto non un semplice strumento ma un fatto di cultura. In effetti lui stesso era impasto inscindibile di sapienza giuridica e di cultura, conosceva Hölderlin e Goethe come solo alcuni specialisti tedeschi, recitava versi in francese, tedesco e inglese, oltre che in greco e in latino. Era sua la più importante collezione al mondo di Commissioni dogali veneziane, importantissime a livello internazionale anche le sue collezioni di azioni e titoli. Con Guido Rossi il sodalizio durava da cinquant’anni, una telefonata ogni giorno, per commentare i fatti e più spesso ancora per segnalarsi a vicenda prelibatezze comparse sui cataloghi dei librai antiquari di tutto il mondo. ”L’unica cosa sulla quale c’era divergenza di opinioni era la politica. Lui”, dice Guido Rossi, ”non era un uomo di sinistra, io lo sono. Era un conservatore che però capiva che il paese era arretrato e sentiva la necessità di modernizzare il mercato finanziario, era più vicino alle posizioni di Ugo La Malfa e Bruno Visentini, era, per così dire, l’ala destra degli Amici del Mondo”. E infatti ha collaborato a tutti i progetti di riforma del diritto societario. ”Ora lo dipingono come l’architetto dei patti di sindacato”, dice Rossi, ”ma è un’appropriazione indebita del suo ruolo e della sua memoria, perché il suo grande contributo all’evoluzione del diritto è stato rivolto alla tutela dei diritti individuali degli azionisti e alla protezione delle minoranze”. [...] stato in mezzo fino all’ultimo alle vicende della grande finanza, che affrontava da avvocato, da scienziato e da umanista. Senza vanità. Nel suo studio, dove sono passati tutti, proprio tutti gli uomini che hanno contato e che contano, non c’è una concessione al lusso, all’esibizione, è il nido fatto di libri, di carte e di vecchi ferri (collezionava anche quelli) di uno studioso. Riceveva in una saletta intorno a un tavolo robusto circondato da sedie foderate di velluto. Sapeva molto di molti, ma i giudizi erano rari, semmai raccontava storie, pescate negli scaffali ordinati della sua memoria. stato il maestro di almeno due generazioni di giuristi e di avvocati societari e di molti altri» (Marco Panara, ”la Repubblica” 4/4/2003).