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 2003  aprile 01 Martedì calendario

BEKELE Kenenisa Bekoji (Etiopia) 13 giugno 1982. Mezzofondista. Primatista mondiale dei 5000 (12’37’’35 il 31 maggio 2004 a Hengelo) e dei 10

BEKELE Kenenisa Bekoji (Etiopia) 13 giugno 1982. Mezzofondista. Primatista mondiale dei 5000 (12’37’’35 il 31 maggio 2004 a Hengelo) e dei 10.000 (26’17’’53 il 26 agosto 2005 a Bruxelles). Medaglia d’oro sui 10000 alle Olimpiadi di Atene (2004) e Pechino (2008) e ai mondiali di Parigi (2003), Helsinki (2005), Osaka (2007), Berlino (2009). Medaglia d’oro sui 5000 alle Olimpiadi di Pechino (2008) e ai Mondiali di Berlino (2009), argento alle Olimpiadi di Atene (2004), bronzo ai mondiali di Parigi (2003). Primo atleta nella storia a vincere il Mondiale assoluto del cross lungo (12 km) e del cross corto (4 km), impresa riuscitagli nel 2002 e 2003 • «Fenomenale. difficile trovare un aggettivo diverso per un ragazzo di ventun anni che in ventitré ore ha vinto due titoli mondiali di corsa campestre: il 29 marzo 2003, a Losanna, nella prova corta (km 4,030), il 30 marzo in quella lunga (km 12,355). […] Minuscolo (160 centimetri di altezza, 54 chili di peso, una piuma con piedi meravigliosi), aveva già realizzato nel 2002 (a Dublino) una doppietta mai riuscita a nessuno nella storia dell’atletica. Studente di sociologia, figlio di una coppia di contadini, nato a nella regione Arsi, 2.400 metri di altitudine, secondo di sei fratelli, ha vinto le due medaglie d’oro, a prezzo di enormi sacrifici. […] ”La mia corsa è un dono di Dio; tutti lavorano durano per stare davanti, ma poi è Dio che decide chi deve vincere”. […] Ha cominciato a farsi notare nel ”97, quando ha vinto il campionato scolastico e si è guadagnato la qualificazione alle selezioni provinciali. A spingerlo all’atletica è la voglia di imitare una ragazza nata come lui a Bekoji, Derartu Tulu. Per vederla vincere l’oro dei 10 mila ai Giochi di Barcellona ”92, ”avevo cercato un televisore nel nostro villaggio, perché a casa mia non c’era nemmeno l’elettricità. Eravamo in tanti intorno alla tv; quando Deratu ha vinto, ci siamo messi tutti a ballare, cantare, a far festa. Quell’impresa mi aveva regalato la voglia di correre e non ho più smesso”. Nel ”98, è sesto ai campionati nazionali juniores, ma è nel ”99 che si fa conoscere: arriva nono al Mondiale di cross fra gli juniores. Il 2000, l’anno olimpico è anche stagione di grandi delusioni: ai Trials etiopi, che si disputano al Golden Gala di Roma, non riesce a trovare posto in squadra; al Mondiale juniores, perde l’oro dei 5.000 per aver sottovalutato l’avversario, il keniano Gordon Mugi. Nel 2001, vince il titolo mondiale di cross fra gli juniores ed è secondo assoluto nel ”corto”: è il segnale che è nato per correre sui prati, anche se dopo la doppietta del 2002 (anno in cui domina pure la ”Cinque Mulini”), deve fermarsi per un serio problema al tendine d’Achille. Ha raccontato Sentayehu Eshetu, il suo ex professore di educazione fisica: ”Più lo allenavo, più lui voleva allenarsi, perché mi aveva spiegato che per quanto sia duro correre, è sempre meno faticoso che lavorare la terra”. […] Si sprecano i paragoni, ma il punto di riferimento è uno solo: Haile Gebresilasie, l’etiope che negli ultimi dieci anni tutto ha vinto e che ha schiantato i limiti del mezzofondo, con record che sembravano lunari. ”Ho l’impressione che sia più forte di Haile”, ha assicurato Endaik Keiemwork, d.t. della federazione etiope. Ma Wolde Meskel Kostre, il guru dell’atletica etiope, è stato più cauto: ”Vedremo che cosa farà Bekele in pista. Tergat è stato cinque volte campione del mondo di cross e non ha vinto nemmeno una medaglia d’oro ai Giochi olimpici”. Però Jean Peczobut, francese, delegato tecnico della Federatletica mondiale per le prove di cross, non ha dubbi: ”I paragoni sono sempre relativi, ma mi ricorda il 1983, l’anno in cui esplosero Lewis e Bubka. un campione prodigioso, destinato a durare nel tempo e a stupirci continuamente”. […] ”In pista non ho ancora la stessa forza che riesco ad esprimere nelle campestri; devo dimostrare tutto. E per farlo, dovrò mettere a frutto i consigli sulla tattica di gara che mi ha dato Gebresilasie. Da lui ho ancora tantissimo da imparare”» (Fabio Monti, ”Corriere della Sera” 1/4/2003). «La corsa è una scelta totale. Si fatica a studiare quando si fanno venti e più chilometri al giorno, quando alla sera si cade sul letto stravolti dalla fatica. E poi c’era unaltro viaggio che lo aspettava, in Olanda, a Nimega, dove il manager, Jos Hermens, aveva allestito un centro proprio per permettere agli etiopi di allenarsi durante la stagione estiva. Un mondo nuovo, una nuova cultura, non certo facile per il giovane Bekele che parlava solo l’amarico. In gruppo con i connazionali più esperti era più facile rispettare le tradizioni, soprattutto quelle alimentari come impone la religione copta. Pure i copti, come i musulmani, non mangiano il maiale, hanno il loro periodo di digiuno e i momenti di preghiera. E la televisione in casa era una finestra sul nuovo mondo. Una finestra enorme in cui si poteva anche cadere. Ma non quando in testa hai un sogno. Un sogno, o almeno il viso di quel sogno, con il sorriso di Gebrselassie, quando arrivava a Nimega. Un maestro, un modello da seguire, nella vita e nella corsa. E lui in allenamento si accodava. Non osava superare il Neftenga, ma poteva studiare i suoi passi e le sue scelte. Non conosceva ancora le malizie della pista e il suo talento continuava a esprimersi soprattutto sui prati. Il titolo mondiale juniores del cross nel ”99 fu il segnale, a cui fece seguito il 2? posto sui 3000 ai Mondiali allievi, fu confermato nel 2000 dal 2? posto nei 5000 ai Mondiali juniores. Un anno difficile. Gli infortuni muscolari, conseguenza della debilitazione causata da una grave infezione intestinale, potevano solo rallentare la sua definitiva esplosione, ma non stopparla. Lostesso Bekele nel 2001 vinse ancora il titolo mondiale juniores del cross e stabilì il primato mondiale di categoria dei 3000 (7’30’’67). Sugli altipiani dell’Africa orientale dicono che il destino di un uomo sta nel suo nome. Forse per questo papà, contadino della provincia di Arsi, 21 anni fa lo volle chiamare Kenenisa. Kenenisa nella lingua amarica significa ricco. Non che la famiglia Bekele se la passasse male. Anzi. Nella povertà dell’Etiopia, devastata da guerre, dittature, siccità e carestie, la famiglia poteva contare sul terreno da coltivare a grano, orzo e biada per i cavalli, oltre a 20 bovini e 40 pecore. Un vero capitale, da quelle parti. Ma anche sette bocche da sfamare sono un impegno, sette figli, quattordici braccia per quei campi e quelle bestie. Solo al quarto figlio papà volle dare quel nome. Ricco significa affrancarsi dalla povertà, da una terra che lascia spazio solo alla fatica, che annega il futuro e i sogni. Il sogno per un ragazzo che vive in un villaggio dove non arriva l’elettricità e quindi non esiste la televisione nasce dai racconti dei vecchi. E i vecchi di Bekoji raccontavano di Abebe Bikila, ilprimoetiope che ha fatto parlare del suo paese inmodo positivo, che a piedi nudi entrò nella storia quella notte magica di Roma olimpica. E poi Gebrselassie, i suoi 10 anni di vittorie su tutte le piste del mondo. Il futuro è correre, se i piedi sono veloci si può scappare dalla povertà. Ma le prime corse Kenenisa Bekele le faceva dietro a un pallone. ”Prima con la squadra della scuola, poi con quella del distretto scolastico – racconta – . Ero centrocampista, facevo il gioco, ma mi tolsero di squadra perché correvo troppo. Non riuscivo a controllarmi, andavo dove c’era il pallone. Mi sembrava una cosa utile, invece l’allenatore mi disse che tutto il mio movimento levava ordine alla squadra”. Benedetta frenesia... Uno come Kenenisa non poteva stare in panchina, le sue gambe fremevano. Rimaneva la corsa pura, non per sgambettare dietro a qualcosa, ma solo per andare forte, più forte degli altri. Che questo ragazzo avesse talento lo si capì subito. C’era armonia nel suo modo di muoversi, c’erano la leggerezza di una farfalla e la potenza di un felino, quando si trattava di cambiare marcia. E poi il sogno aveva preso un volto. ”Quello di Haile Gebrselassie. Ero ad Addis Abeba il giorno che tornò dall’Olimpiade di Atlanta dopo aver vinto l’oro dei 10.000. Arrivò dall’aeroporto su una macchina scoperta. Era il Neftenga, il boss. Il resto della squadra scomparve. Alla sera in una grande festa me lo presentarono. Ero emozionato e orgoglioso. Non riuscii a dormire quella notte”. Era un cavallo di razza, non poteva fare il gregario e infatti Bekele nel 2002 è stato il primo nella storia (a soli 19 anni!) ad accoppiare i titoli mondiali assoluti del cross lungo e del cross corto. E si è ripetuto nel marzo 2003 a Losanna. Eppure, aveva rischiato di non partire per un attacco di tifo che lo aveva fermato meno di un mese prima. Ricco non lo è ancora: con i primi denari guadagnati si è comperato una casa ad Addis Abeba e un’auto. Il denaro arriva con le vittorie ma soprattutto con la popolarità» (’La Gazzetta dello Sport” 11/7/2003).